In piazza a Roma con i Bauli sono apparsi numerosi artisti, ma dov’erano tutti quando bisognava farsi sentire davvero?

Houston, non abbiamo un problema ma un mare di problemi. Etici, di coerenza e forse mentali. Perché la compagnia di giro dei musicanti rasenta la schizofrenia in tempi di pandemia, che tutti i concerti se li porta via. Dopo 14 mesi il popolo di quelli che sbarcano il lunario come possono, tra karaoke e eventi in minore, non ce la fa più e si trova, si conta coi bauli per dire che non ce la fa più: gli vanno in soccorso gli arrivati, quelli che possono amministrare le passate fortune e per 14 mesi non hanno mosso paglia ma adesso fiutano l’occasione e si mettono in prima fila al posto dei moribondi. Una pantomima all’italiana, perché se chi poteva, chi pesava si fosse davvero fatto sentire per tempo, forse oggi il settore, come lo chiamano, non sarebbe all’elemosina. La situazione è nota e la abbiamo già descritta: autori, cantautori, interpreti debbono palesarsi di sinistra sia per ragioni di pubblico, di target, sia per ostentare una matrice proletaria, senza la quale l’artista in Italia si sente meno credibile, sia perché la sinistra di partito e sindacato è quella che storicamente tiene in mano il giro dei concerti, delle ospitate, dei festival televisivi. Da cui l’imbarazzo ad andare contro a governi di sinistra che impongono la paralisi totale degli eventi.
Disinteresse pubblico e interesse privato. Ci sono di quelli per i quali sembra più urgente porsi come ufficiale di collegamento, non richiesto, tra PD e Movimenti di Grillo, altre che si sono occupate esclusivamente delle loro unghie, dei cambi di look, e c’è qualcuno che parla sempre un po’ troppo: eccoli tutti lì impettiti, in proscenio davanti agli ultimi che sostengono di rappresentare, ma pur che si parli di loro. Gli accenti vanno sul narcisistico infantile, “che giornata fantastica!!!”, “con voi al vostro fianco!!!”, nello spreco di punti esclamativi e di orgasmi sociali più da cassiere che da artiste. Non mancano quelli impegnati , sì, ma a costruirsi una carriera lampo fino a Sanremo; poi i compagni in attesa di conferma, come Manuel Agnelli e Max Gazzé che lanciano appelli criptici: “Il settore culturale e creativo da tempo necessita di una riforma strutturale e di un cambio di percezione volto a riconoscerne il valore artistico, produttivo – in termini economici e occupazionali – e sociale – come elemento di aggregazione di città, province e periferie. Senza un intervento definitivo e il più possibile unitario, le conseguenze di questa crisi saranno drammatiche e avranno ricadute insostenibili sulla vita dei lavoratori, sulla salute dell’intero settore e sul PIL del nostro paese. In questi lunghi mesi caratterizzati dallo stop forzato delle attività culturali abbiamo preso atto che teatri, cinema, live club e spazi culturali, nonostante si siano dimostrati luoghi sicuri, sono costantemente considerati attività produttive sacrificabili. Ad una legge sul lavoro – che è urgente – per arginare il piano emergenziale ed entrare finalmente nell’era del riconoscimento del lavoro discontinuo, è necessario – affinché lo sforzo della pandemia non sia completamente perso – affiancare una riforma sul riconoscimento degli spazi culturali e sulle imprese”.
Questo sindacalese sarebbe il modo di esprimersi di un artista? Non si capisce niente, salvo una cosa: vogliamo i soldi, ci sta bene tutto, ci va bene il coprifuoco dalla parte giusta, non vogliamo disturbare nessuno, ma almeno le elemosine. Di Stato, nello Stato, noi siamo artisti liberi ma ci sentiamo meglio sotto l’ombrello dello Stato, del Partito, quanto a dire la logica della sovvenzione lottizzatoria. Dove stavano questi nelle 74 settimane in cui il comparto musicale è stato sfinito? Tardivi, magari ipocriti, ma sempre meglio, volendo, di quelli che si son fatti testimonial dell’ansia, della fobia e della intolleranza, curiosamente gli stessi che riposano in fama di ex arrembanti, di spericolati, di trasgressori contro il regime: si vede che hanno letto Tito Livio, “fortunato è il Paese dove si obbedisce volentieri”. Oggi ostentano le triple mascherine, i tamponi quotidiani, una patologica paura di morire e smaniano più dei virologi ultrà.
Fin qui l’etica, la decenza. Adesso veniamo alla schizofrenia. Fanno tutti lo stesso mestiere, alle prese con le stesse difficoltà punitive, ma stanno su pianeti diversi. Da una parte gli egocentrici dei bauli (altrui), della critica rispettosa al governo e alle sue politiche sanitarie; dall’altra quelli degli appelli in difesa del ministro Speranza, responsabile delle medesime politiche sanitarie, gente zdanoviana fino alla caricatura. E si può capire Guccini che ormai è lontano da tutto, che dopo decenni di militanza anche tetragona se ne sbatte e cura la vigna, ma che pensare di un Finardi non ancora pronto a mollare il colpo? Ma il richiamo della foresta è più forte, meglio morti ma guai a ragionare, guai a deflettere. È la maledizione di questo Paese, nel quale si obbedisce volentieri a seconda del colore e più facilmente si strumentalizza. Tra i pochissimi a battersi fin dall’inizio contro un blocco che puzzava già allora di strage, Enrico Ruggeri: occhio ragazzi, diceva, così non può andare, qui finisce male per tutti. Lo hanno marchiato come negazionista, irresponsabile, fascista, va’ un po’ a capire perché. È stato lasciato solo dalla colleganza che in privato gli dava ragione ma in pubblico si dissociava. Adesso si fanno i selfie tra i bauli. Gli ci sono voluti solo 14 mesi per ammettere che Ruggeri aveva ragione e il negazionismo non c’entrava. Ma ammetterlo mai, meglio le foto melodrammatiche in mascherina nera, meglio le fioriture di punti esclamativi. “Con voi e al vostro fianco!!! La mia voce insieme alla vostra sempre!!!” ha trillato questa Alessandra Amoroso. Al vostro fianco, per dire noi non siamo come voi ma vi compatiamo, da gente di successo ci assumiamo il peso del vostro annaspare. Ed è Alessandra Amoroso a parlare, una venuta fuori da Amici, una che resta nella irrilevanza. Fossi uno di quelli dei bauli, ce la infilerei dentro.

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