Intervista. Calenda: Il Paese chiede concretezza. Investiamo su sanità e scuola

Carlo Calenda

Carlo Calenda – Ansa

Il front runner è quello che corre in testa al gruppo. Così, stretto l’accordo con Matteo Renzi per la lista unica Azione-Italia viva e stabilito che sarà lui il battistrada, Carlo Calenda ha cominciato a correre: incontri, riunioni, telefonate, radio, tv, e naturalmente i social. Approfittiamo di una pausa per farci spiegare le basi, i risvolti e le prospettive di quella che, assicura, «non è soltanto un’alleanza elettorale, ma un’operazione politica». Non si è pentito però, il segretario di Azione, del tentativo di intesa con il Pd. «Era assolutamente doveroso farlo – spiega –. Nel momento in cui Enrico Letta ha detto no ai 5 stelle e ha indicato come bussola l’agenda Draghi, non potevo non fare questo tentativo fino in fondo e con tutte le mie forze. Poi è lui che ha coscientemente deciso di firmare con altri un patto completamente contraddittorio rispetto a quello che aveva sottoscritto con noi. Sapeva che sarei uscito, ma sperava che mi servisse Più Europa per la questione delle firme. Ha sbagliato. L’accordo era uno solo, con noi. Fratoianni, Bonelli e gli altri potevano aderire, ma non siglare con il Pd un altro patto strutturato, ripeto, in contraddizione con il nostro».

Fatto sta che partite in ritardo, gli altri hanno già cominciato con le promesse: pensioni, scuola, tasse… Voi che cosa promettete?

Abbiamo appena depositato il programma e lo presenteremo mercoledì in una conferenza stampa, ma posso già rispondere con la massima semplicità: chi sceglie Azione-Iv sceglie una collocazione internazionale fortemente europeista, l’idea che non si fanno scostamenti di bilancio come se niente fosse, l’esigenza di fare infrastrutture indispensabili per la sicurezza nazionale come termovalorizzatori e rigassificatori, ma anche il salario minimo perché è una barbarie che ci siano persone che lavorano per meno di 9 euro l’ora. Non sono promesse irrealizzabili, anzi è un programma che ricalca l’ultimo discorso di Draghi al Parlamento.

Può anticipare qualcosa di più sul programma economico?

Pensiamo che ogni euro in più che si libera debba essere investito nel Servizio sanitario nazionale, che sta collassando mentre gli italiani devono spendere 40 miliardi per la sanità privata, e nell’istruzione, perché oggi i nostri giovani arrivano al termine del secondo ciclo scolastico con un tasso d’impreparazione doppio rispetto a quello europeo. Poi vorrei ripristinare interamente Impresa 4.0, che aveva portato l’Italia a crescere in termini di ricerca, innovazione, produzione industriale ed export più della Germania. E cancellare tutti i sussidi che non funzionano. Sono una montagna.

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E il Reddito di cittadinanza?

Va rivisto, non abolito. Occorre coinvolgere le agenzie private per il collocamento, ma anche inserire la condizione per cui si perde il Reddito se si rifiuta un’offerta di lavoro. Oggi in Italia mancano circa 3mila saldatori e giuntisti, solo per fare un esempio. Ecco, penso che debba essere data la possibilità alle agenzie private di fare la formazione professionale a chi percepisce il Reddito per metterlo in condizione di fare i lavori di cui c’è bisogno. Con il lavoro e le riforme strutturali si risolvono i problemi di fondo, non con i bonus, che poi sono presi dalle tasse di altri cittadini e contribuiscono al dissesto del bilancio. È questione di buon senso. Non esistono scorciatoie, come la flat tax di cui parla la destra sapendo che non è possibile farla, o come la dote ai diciottenni ricavata da una patrimoniale che vorrebbe il Pd. Bisogna completare il lavoro che ha iniziato Draghi, possibilmente tenendo Draghi a Palazzo Chigi.

Come si fa?

Si può fare solamente se noi prendiamo tra il 10 e il 15%, perché a quel punto blocchiamo la formazione di ogni altro governo, stacchiamo le ali estreme e andiamo avanti.

Obiettivo ambizioso.

Cerchiamo di spiegare agli italiani che, per una volta, possono dare un voto ‘per’ fare un’Italia normale e seria, e non ‘contro’ qualcuno. È l’occasione per uscire dalla politica degli ultimi 30 anni, che ha distrutto il Paese urlando al fascismo, al comunismo, promettendo dentiere gratis e altre stupidaggini. Quanto altro tempo si può continuare così?

Però ci sono temi che vanno oltre l’agenda Draghi, come l’immigrazione. Qual è la ricetta del Terzo polo?

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Anche su questo tema rifuggiamo dal tifo da stadio: ‘porti chiusi, porti aperti’ non vuol dire assolutamente niente. Diciamo che le persone che trovano un lavoro in Italia, se arrivate irregolarmente, vanno regolarizzate. Per i rimpatri guardiamo a quelli volontari, che in Germania hanno funzionato bene: dai alla persona una somma, ovviamente molto inferiore a quella che spenderesti per un rimpatrio forzato, per tornare nella terra di origine e avviare una piccola attività. Serve poi un’Agenzia per l’integrazione, perché queste persone vanno integrate, servono corsi di formazione e opportunità di lavorare. Il sistema Sprar era l’unica cosa che funzionava in Italia, è stato demenziale chiuderlo da parte di Salvini. Integrazione, inoltre, vuol dire anche la legge sullo Ius scholae: chi studia in Italia può diventare cittadino italiano.

Quindi asticella al 10-15%?

L’asticella non la metto io, ma la metteranno i cittadini. Però ricordo che ho iniziato la campagna da candidato sindaco a Roma con i sondaggi al 6% e ho finito al 20%. Nel Paese c’è una domanda gigantesca di serietà e di politica concreta.

Ma nei collegi uninominali…

Ce la giochiamo fino in fondo pure negli uninominali. Io mi candiderò a Roma, nel collegio dove sono arrivato primo alle comunali. Voglio vedere chi candiderà il Pd, che amministra una città sommersa dai rifiuti… Mara Carfagna ha fatto un lavoro straordinario come ministra del Sud, Elena Bonetti ha fatto altrettanto per le politiche della famiglia… Certo che ce la giochiamo.

Se le elezioni le vincesse nettamente il centrodestra o il centrosinistra, quale dei due durerebbe di più al governo?

Nessuno dei due. Se vince la sinistra, Letta dovrebbe fare un governo con M5s, Verdi, Si, Cottarelli… Non potrebbero votare su un solo tema senza dividersi, non sono d’accordo su nulla. Se vince la destra, che cosa fa? Va con Orbán, come vuole Meloni, o con Von der Leyen come Berlusconi? E Salvini che cosa farà, quando ci sarà da prendere una posizione sulla Russia? Sono pieni di contraddizioni, non durano un minuto. Possono solo chiamare gli elettori a votare ‘contro’ gli altri. È così dal 1994.

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Quella con Matteo Renzi è soltanto un’alleanza elettorale o può nascere qualcosa di più organico?

È già qualcosa di più di un’alleanza elettorale, abbiamo messo nero su bianco che ci saranno gruppi parlamentari comuni. Faremo politica insieme. Io e Matteo veniamo da una storia travagliata, nell’ultima legislatura abbiamo fatto scelte diverse. Però su Draghi ci siamo ritrovati. Io non ho mai rinnegato l’esperienza di governo con Renzi, magari litigavamo ma abbiamo fatto il taglio dell’Irap, Industria 4.0, ristrutturato le Camere di commercio, la prima legge sulla concorrenza… E abbiamo portato all’Ilva 4 miliardi e più di investimenti privati che altri hanno mandato in fumo.

Nel simbolo avete messo anche il riferimento a Renew Europe, la casa dei liberaldemocratici europei. Che tipo di liberalismo è il vostro?

Un liberalismo sociale, che vuole uno Stato forte in materie fondamentali come la sanità e l’istruzione, salvaguardando la libertà di scelta, ma non invade le vite dei cittadini. Il liberalismo del Partito d’Azione. Ma ci sono cari anche la sussidiarietà e il popolarismo di don Sturzo. Due grandi culture politiche che vogliamo fare incontrare.

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