Julianne Moore: i 61 anni dell’attrice in cinque ruoli cult

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«Cerco la verità. Il pubblico non va al cinema per vedere te, ma per trovare se stesso». Oggi Julianne Moore spegne 61 candeline, anche se il tempo sembra non continui a sfiorarla. Con cinque candidature agli Oscar e la vittoria nel 2015, è la seconda attrice donna nella storia, dopo Juliette Binoche, ad aver completato la cosiddetta tripla corona europea della recitazione essendo stata premiata al Festival di Berlino, al Festival di Cannes e alla Mostra del cinema di Venezia. La Moore è considerata una delle migliori interpreti della sua generazione, Julianne è una diva della golden age trapiantata nella contemporaneità di un cinema coraggioso e affilato. Ecco il suo best off in cinque ruoli cult.

Le cinque migliori interpretazioni di Julianne Moore

Interprete versatile e sensibile, la Moore ha rivestito i ruoli di personaggi memorabili, donne mai banali, che sanno fare la differenza. Tra i film da ricordare va citato “Magnolia“, pellicola del 1999 diretto da Paul Thomas Anderson. Un film corale, in cui le scene con Julianne sono le più potenti, cariche di verità, come l’indimenticabile sequenza della farmacia, in cui perde le staffe. Nel 2002 troviamo un’immensa Moore interprete mirabile in uno dei più grandi film del nuovo millennio. Romantico, disperato, drammatico: è “Lontano dal paradiso” di Haynes, con cui l’attrice si aggiudica una candidatura agli Oscar.

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Poche scene ma memorabili. E’ il caso del piccolo ruolo rivestito dalla diva di Hollywood nel capolavoro di Alfonso Cuaron “I figli degli uomini” (2006); o le poche ma indimenticabili scene in cui la Moore appare in “A single Man“, al fianco di Colin Firth. Con la pellicola del 2009, Julianne diventa la musa di Tom Ford, alla sua prima regia. Look da casalinga anni Settanta sempre solare, che nasconde una donna fragile, depressa cui la Morre riesce a dare spessore. Del 2014 Julienne Moore è protagonista di “Still Alice“, film in cui interpreta una donna malata di Alzheimer. L’attrice racconta il dramma della malattia, senza patetismi o esibizionismi. Si misura col dolore, restituendo una performance indelebile, premiata agli Oscar 2015.

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Non volevo rappresentare nulla di inedito sullo schermo, nulla a cui non avevo effettivamente assistito. Se non capivo qualcosa, chiedevo a qualcuno. Quando ho parlato con le donne nei gruppi di sostegno, ho detto: ‘Bene, come ci si sente? Come ci si sente a perdersi? Come ci si sente a non ricordarsi il nome della maniglia di una porta? Chi ti aiuta?‘”

Arianna Panieri

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