“Khaby sarà italiano”. Ma è ancora scontro sullo ius scholae

Non è chiaro se Khaby Lame abbia più follower di Chiara Ferragni, perché il conteggio è reso complesso dai social di riferimento, ma questo ragazzo senegalese arrivato in Italia a un anno e residente a Chivasso (praticamente Torino) da venti, che ha esordito da operaio ed è stato licenziato durante la pandemia, ha avuto soddisfazioni non da tutti. Pensiamo alla telefonata di Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook in cerca di nuova ispirazione dopo che il suo social ha ceduto ad altri più graditi alla gioventù navigante, come Instagram o TikTok, per non dire del reddito stimato tra 1,3 e 2,7 milioni di dollari (chiedere all’Agenzia delle entrate).

Ultima delle fortune di Khabi, forte del suo essere tra i più seguiti influencer italiani, è l’apprensione perché ottenga la cittadinanza. Nonostante lui abbia dichiarato che si sente senegalese come italiano, e non gli serva ulteriore aiuto, il suo talento comico e pensoso ha spinto il governo a rassicurarlo. «Caro Khaby Lame, volevo tranquillizzarti sul fatto che il decreto di concessione della cittadinanza italiana è stato già emanato i primi di giugno dal ministero dell’Interno. A breve sarai contattato per la notifica e il giuramento. In bocca al lupo» ha dichiarato il sottosegretario agli Interni, Carlo Sibilia, su twitter.

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Nulla da dire, il ragazzo ha le carte in regola, perché anche se non è nato in Italia, vive qui da oltre vent’anni e la cittadinanza italiana può essere richiesta dagli stranieri che risiedono in Italia da almeno dieci anni e hanno redditi sufficienti al sostentamento, nessun precedente penale, nessun motivo ostativo per la sicurezza della Repubblica. Diciamo che far ridere il mondo con torte in faccia, riflessivi video in cui invita a non sprecare il cibo, la passione per il calcio e i calciatori, la sponsorizzazione di Alex Del Piero, il numero di follower che ormai sfugge a un numero preciso (l’ultimo è 142,4 milioni), l’ha agevolato su una strada che per molte altre persone è a dir poco in salita, nonostante i medesimi requisiti nella vita vera, se è ancora possibile usare quest’espressione.

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A parte i campioni dello sport, per i quali è stata chiesta una via preferenziale, chi è dotato di qualità come la nascita in Italia, lo studio nelle scuole italiane, l’amore per il Paese, e nessun’altra eccezionale virtù, spesso deve affrontare ostacoli perigliosi. Torna in Parlamento la legge sullo ius scholae: si tratta di determinare se servono cinque anni (come chiede la sinistra) o otto anni e la promozione (come spiega l’azzurra Annagrazia Calabria, perché «essere italiani non può prescindere dalla cultura che caratterizza l’essere italiani»). Fdi sostiene che cinque anni «non fanno l’integrazione». Il segretario della Lega, Matteo Salvini: «La cittadinanza non è un biglietto premi al Luna Park». Forse sui social?

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