La Caporetto di Wembley a qualcosa è servita: grazie Inghilterra, grazie per tutto il grottesco

Se ne sono accorti tutti, buona ultima la stampa russa che sul comportamento dell’Inghilterra, tutta, non solo in campo, ha trovato più di qualcosa da eccepire. Perché hai voglia a inginocchiarti. La patria dei genuflessi ha dato la peggior prova di sé almeno dall’Heysel. Ha confermato che non è questione di rotule, che old habits die hard, le vecchie abitudini sono dure a morire. Hanno provocato a mezzo stampa alla vigilia. Dallo spogliatoio hanno sibilato commenti sprezzanti, indegni di atleti professionisti. Hanno sfasciato le strade, gli alberghi, i pub prima della partita. Hanno pisciato sul tricolore e poi l’hanno bruciato. Hanno inseguito gli italiani. Hanno dato meno biglietti possibili agli italiani per Wembley e poi hanno smistato i tifosi azzurri nelle frange più esagitate degli inglesi. Hanno oscurato a fischi e muggiti un inno nazionale non loro. Hanno fatto gli ultras per tutta la partita, zero sportività. Hanno simulato in campo. Hanno pestato come carogne. Hanno preteso favori dall’arbitro, protestando per il solo gusto di condizionarlo. Hanno perduto e si sono tolti, tutti, quasi tutti, la medaglia degli sconfitti. Sono andati via prima della premiazione. Il loro rappresentante reale, il principe stoccafisso, se n’è andato via con moglie e figlia e non ha reso gli onori ai vincitori. Fuori, hanno ricominciato con la caccia all’italiano. Agevolati dalla sicurezza intorno all’impianto, che si voltava, che fingeva di non vedere. Intanto, crocifiggevano alla loro pelle i tre che avevano sbagliato il rigore con insulti che neanche sotto la tratta degli schiavi. Hanno messo in imbarazzo il loro premier al punto che Johnson ha dovuto dissociarsi con un comunicato assai duro via social. E la regina, che comunque rappresenta la sua nazione, non ha sentito il dovere di dire qualcosa per la più colossale infilata di sbagli, di meschinità, di scorrettezze, di sconfessioni che una rappresentativa nazionale potesse mai azzeccare. Umiliando il Regno Unito intero. Dulcis in fundo, davvero in fundo, non pochi imbecilli hanno messo su una petizione per far rigiocare la partita sul presupposto farneticante di un arbitraggio scandaloso in favore degli italiani. Insomma volevano rigori fantasma. Come non bastasse questo ridicolo, ne hanno fatto un’altra: la finale non è valida perché l’Italia non aveva atleti di colore. Almeno non li abbiamo dati in pasto ai razzisti che volevano linciarli per aver sbagliato un rigore. Hai voglia a inginocchiarti.
Eppure dobbiamo essere grati a questa Inghilterra, sul campo, in tribuna, in poltroncina, per le strade. Dobbiamo, perché in una sola sera ci ha dimostrato, ci ha confermato che le liturgie del Black Lives Matter sono un distillato di ipocrisia. Sono false, cialtrone, assurde. Sono veli che non coprono la menzogna, che si strappano al primo refolo di sconfitta. Sono conformismo in cui nessuno crede. Sono anche un colossale affare multinazionale. Sono un brand che ormai invade, scarpe da calcio, fitness, bibite, moda, musica, ovviamente politica, clima, informazione, social, tutto. Sono soldi, soldi, soldi. Dunque rendiamo atto all’Inghilterra dell’11 luglio, Wembley, di essere stata impeccabile almeno nella coerenza: tanta posa, zero sostanza. Tanto politicamente corretto, nessuna correttezza reale. La cialtronaggine griffata BLM è la stessa della fondatrice, Patrice Cullors, che ha fatto girare 90 milioni di dollari nel solo 2020 e una parte almeno le è rimasta appiccicata addosso e lei li ha dirottati in una villa a Malibu e un’altra in Georgia, nel quartiere più bianco di tutti, e quando giornalisti del suo colore hanno indagato, hanno scoperto e hanno raccontato, lei ha bofonchiato: negri di merda, cosa faccio coi miei soldi sono affari miei. Coi suoi soldi. Una che sostiene di ispirarsi al marxismo leninismo, alla lotta armata delle brigate rosse italiane. Difatti anche per le strade di Londra, prima e dopo la finale, sono scoppiati focolai di guerriglia. Però non per la giustizia di classe. Per verace feroce razzismo con la scusa di una partita, e non erano solo hooligans, nossignore, c’era un comune sentire in quelle scene invereconde, c’era la coda di quanto si era visto sul prato e sugli spalti.
L’ideologia naturalmente non si ferma, perché il sostrato sono i soldi, sono gli affari. Pertanto non si potrà che insistere sulle ginocchia, ovvero sul merchandising. Ma la processione di meschinità di domenica 11 luglio non se ne andrà tanto in fretta e ogni volta ci sarà qualcuno a tirare le somme fra invenzione e sostanza. E in questa clamorosa sconfessione di ogni valore può entrare di tutto, la favola bella dell’integrazione, la leggenda planetaria del pianeta che va in cenere, Greta, gli scienziati a gettone, i complottari, i bancarellari della cultura, le vocali rovesciate di Michela Murgia, le matrie, le nutrie, il metoo, il savianismo piagnone, il gender ontologico a Zan(ne) scoperte, la voglia di censura, la smania di lobotomia, l’arroganza dei buoni, la violenza dei miti, i valori di cartapesta, la solidarietà coi soldi degli altri, l’affarismo ong in odore di malaffare, la malafede dei predicatori, il sardinismo parassita che è di ogni Paese, il buonismo di sinistra che è una metastasi per ogni società e per ogni individuo che lo pratica, la dissonanza cognitiva che permea tutti questi farisei sempre pronti a stracciarsi le vesti, la loro falsa coscienza, La Caporetto di Wembley, alla fine, a qualcosa è servita. Hai voglia a inginocchiarti. Grazie Inghilterra, grazie per tutto il grottesco.

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