La crisi di governo vista da un imprenditore: ‘Draghi allenatore di una squadra mediocre’

Come Evolution Forum avete svolto varie ricerche sul mondo del lavoro; cosa la colpisce di più, soprattutto rispetto all’approccio dei Millennial e dei giovanissimi della GenZ?

L’elemento che colpisce di più è che oggi i giovani non danno più valore al posto fisso, non cercano la sicurezza come la cercava la generazione precedente. Danno molto più valore all’imparare, al fare esperienze nuove, ad aprirsi e viaggiare. Le aziende devono capirlo il prima possibile.

In quanto formatore, ha incontrato diversi imprenditori di tutte le età. Di loro cosa l’ha colpita di più?

In questo momento prevale una grande confusione, a causa della pandemia e della guerra. Le poche persone che hanno obiettivi chiari, un piano e una visione nitida, sono quelle in grado di attrarre risorse e talenti, di costruire e di aggregare. Oggi più che mai la partita si gioca sulla capacità di costruire un futuro anche per gli altri, ma sono ancora pochissimi quelli che hanno il coraggio di farlo.

Però gli italiani hanno paura del futuro a causa della crisi che stiamo vivendo. Lo ha ravvisato anche lei nel suo vissuto quotidiano, sia con imprenditori che con giovani in cerca di lavoro?

Assolutamente sì. Non che prima non ci fosse timore sul futuro, dalla crisi del 2009 in poi conviviamo costantemente con questo sentimento di paura. Oggi però alla paura si è aggiunta la confusione; prima era

Chi è Gianluca Spadoni

Spadoni è imprenditore, autore, trainer e docente con oltre 400.000 presenze ai propri corsi, oltre all’essere l’ideatore di Evolution Forum società leader nel settore della formazione. Ha da poco lanciato anche il suo primo NFT, “Humanification”. Ad AffariItaliani spiega il futuro del lavoro in Italia e una lettura della crisi politica dal punto di vista di un imprenditore.

un modo di percepire la vita, oggi sono proprio saltati i riferimenti. Una persona che prima cercava di guardare avanti, di trovare segnali rassicuranti, oggi fa più fatica. La confusione deriva dalla fusione di ciò che c’era e di ciò che c’è oggi: il passaggio da un mondo industriale e quello post industriale, dall’analogico al digitale, da un mondo del lavoro che offriva posti fissi e una pensione sicura al mondo a quello odierno che vira sempre più verso la flessibilità. Flessibilità a cui in passato ci si è riferiti anche con termini e modi sbagliati, oggi invece è una necessità quella di accettare che faremo dieci lavori diversi o che faremo lo stesso lavoro ma in dieci modi diversi.

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Quindi per iniziare presto a lavorare è necessario soprattutto sapersi adattare… 

In questi anni è cambiata l’età dell’ingresso nel mondo del lavoro, oggi i ragazzi non vivono quella situazione di “fame” che avevano le generazioni precedenti e dunque si inizia a lavorare più tardi.  Spessissimo i ragazzi arrivano 20/25 anni e non sanno bene cosa fare nella vita. “Adattarsi” significa che, in realtà, si dovrebbe a iniziare a “fare” a prescindere dall’aver trovato il posto giusto o la situazione giusta, il fare dev’essere inteso come apprendimento, miglioramento, come continuo progresso verso quello che davvero desideriamo ma che, ovviamente, non ti verrà mai a trovare a casa.

Dal vostro osservatorio privilegiato, con la guerra che probabilmente si protrarrà a lungo e con la recrudescenza della pandemia, cosa si aspetta che cambierà nel mondo del lavoro?

La guerra e la pandemia sono stati due eventi di “destruction” che hanno velocemente ribaltato le carte in tavola. Oggi come oggi la classe imprenditoriale deve necessariamente capire che va cambiata la loro offerta nel mondo del lavoro. La partita non si gioca più su 100 o 200€ in più al mese. Bisogna cercare di cambiare l’offerta partendo dal presupposto di costruire un’azienda in cui le persone vogliano stare; non solo per il guadagno, ma anche per aumentare le proprie competenze, trovando un ambiente lavorativo in cui si viene considerati e stimati e in cui l’imprenditore non è più il capo e basta, non siamo più negli anni ’80. L’imprenditore dev’essere un leader autorevole, non autoritario. Dobbiamo renderci conto che tutta la generazione degli under30, cresciuti con il digitale, hanno tutta una serie di opportunità di poter fare delle attività autonome con l’online e che non c’è nessun motivo che li porta a lavorare per qualcun altro. Lavorano con qualcun altro solo se c’è una visione, un progetto.

È anche per questo che si verifica la tristemente famosa fuga dei cervelli dall’Italia?

Sì. Il motivo per cui la gente va via dall’Italia è perché non trova dei posti appetibili, non trova la possibilità di crescere e di fare carriera, non trova la forza di esprimersi. Certamente potranno andare via dall’Italia anche quelle competenze professionali come camerieri, operai, magazzinieri, perché all’estero li pagano di più. Ma quando parliamo di fuga di cervelli parliamo di talenti che cercano luoghi, posti, aziende che mettano il capitale umano almeno sullo stesso piano di quello economico. Stiamo vivendo una svolta antropocentrica, il capitale economico subisce inflazione e può perdere valore, quello umano resta.

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Un suo suggerimento alla politica, in particolare per la situazione del Sud?

Con il reddito di cittadinanza hanno davvero fatto un disastro. Il Sud è pieno di risorse incredibili, è pieno di posti meravigliosi, è pieno di luoghi in cui è impensabile non avviare dei servizi. La sensazione che abbiamo nove volte su dieci quando andiamo al Sud è pensare: “che peccato”. Il mio suggerimento è di prendere tutti i soldi destinati al reddito di cittadinanza e investirli davvero in una politica di inserimento lavorativo, investirli in politiche attive per creare professionalità e competenze. 

A proposito di reddito di cittadinanza, a suo avviso quali aspetti lo hanno reso una iattura più che una risorsa?

Un anno fa sono stato minacciato di morte per la mia posizione sul RdC, oggi lo vedono tutti che ha creato due problemi enormi. Uno di tipo pratico: qualche settimana fa ho incontrato un barista che mi ha raccontato di sentirsi un matto lavorando con posto fisso a 1,500€ al mese, mentre dei ragazzi facevano lo stesso lavoro come extra nel fine settimana, prendendo 800€ di RdC e circa 700€ in nero nel bar, guadagnano più del lavoratore regolare lavorando solo due giorni a settimana. Di questi esempi ne è piena l’Italia, questo è il problema di oggi. Poi c’è il grande problema del domani: quando abitui le persone a potere avere dei guadagni senza lavorare, li abitui all’idea che le cose cadono dal cielo, le abitui a non far fatica. Nelle intenzioni il RdC è qualcosa di utile dal punto di vista dello Stato sociale perché lo sappiamo tutti che ci sono anche gli ultimi, ma nella pratica è diventato un palliativo, uno scudo, è diventato un modo di nascondersi.

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Una considerazione su Draghi e sulla crisi di Governo?

Mi sembra che sia l’unica persona che può gestire una mandria di persone spesso incompetenti, si trova ad essere un allenatore bravissimo con dei giocatori mediocri che pensano più a tutelare il posto in squadra piuttosto che a farla vincere. Prego tutte le sere che Draghi rimanga al suo posto, attualmente non vedo un’alternativa credibile. Se dovesse confermare le sue dimissioni per noi sarebbe un dramma.

In ultimo, lei parla spesso della necessità di avere una nuova mentalità nel mondo dell’imprenditoria, una visione più moderna e al passo coi tempi. Infatti ha lanciato il suo primo NFT…

Da anni racconto che le persone hanno bisogno delle persone, che il digital è un mezzo e che la differenza la fanno gli individui; gli esseri umani sono l’unione di emozioni, valori, sogni, condivisione, crescita. Ho identificato nello strumento NFT tutto il potenziale della mia filosofia e penso che possa essere un mezzo perfetto di condivisione di un valore che porta avanti l’idea del far parte di un “noi”. L’NFT contiene una poliedricità e ricchezza di elementi, risultato della filosofia di condivisione e crescita che da sempre mi contraddistingue. Per questo ho deciso di lanciare sul mercato “Humanification”.

 


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