La fabbrica della comunicazione di Beatrice Silenzi, utopista della libertà

Io Beatrice Silenzi non la capisco più. Ci conosciamo da anni, viviamo nello stesso borgo marinaro, l’avevo sempre considerata una brava ragazza della radio commerciale, sapete quei programmi tipo “a Natale panettone o pandoro? E ora il nuovo singolo di Laura Pausini”, sapevo che aveva velleità diverse ma restavano appunto velleità. Invece, proditoriamente, quelle velleità sono diventare realtà. Beatrice non ha creduto alla santità governativa, ai lockdown salvifici, ai vaccini obbligatori, è passata in fama di negazionista e come tale per una ventata di apparizioni fra le televisioni di regime; ha capito il gioco, uno sporco gioco perché lì non ti fanno parlare, ti fanno fare la figura del lunatico. Lei si è sottratta, se l’è cavata, però ha cominciato a declinare, “Non credere, non è che morissi per questo: semplicemente dai Floris, dai Giletti ci sono andata per parlare di libera informazione. Non c’è mai stata una smania di visibilità”. Bugiarda. Come non ti conoscessi. Beatrice ride e non capisco se si riferisce a me o a certi momenti di falso scintillio, già archiviati. “No, smettila, lo sai che dico sul serio. Floris fece quella scena di far cadere il mio libro alludendo al mio assurdo scetticismo, la legge di gravità come i vaccini. Invece mi ha sollevato: a un certo punto tutti cercavano, tutti invitavano, un delirio e ho cominciato a dire: no, grazie, a fare la bestia scappata dal circo non ci sto”.

D’altra parte, se certi trucchetti non li conosce una che pratica il mezzo da 30 anni… La conduttrice radiofonica, guai a chiamarla speaker, “perché questo è molto più di una voce”, non ha rinnegato le sue idee, si è solo fatta più accorta. Si è anche messa a sfornare libri, prima “Il pensiero degli altri”, raccolta di testimonianze eretiche sulla pandemia più sciagurata di tutti i tempi, adesso con “Fabbrica della comunicazione”, autoprodotto perché preferisce non avere vincoli, fare quello che vuole nel tempo che vuole. “Ho altri due progetti editoriali cui sto lavorando, solo che vai a trovare il tempo”.
Una utopista della libertà, ecco come la vedo io oggi, la mia amica Bea. Ma che vuole, dove vuole arrivare con questo libretto agile ma denso, pieno di nozioni, di esperienze? Alle scuole? Alla manualistica per apprendisti stregoni? “Ma dai, è semplicemente un libro, non c’è niente di didattico. Mi rivolgo al lettore comune e cerco di chiarire i meccanismi: della radio, anzitutto, che è la mia passione e a cui dedico il capitolo più corposo”. Sì, una passione che non si spegne, questo l’ho capito, ma come fai a crederci ancora? “La radio è magia – e può essere pericolosa. Lo so cosa mi stai dicendo, lo so: che non è più quella di prima, ma cosa lo è a questo mondo? Ci sono due variabili che l’hanno strozzata, una è la dimensione commerciale, che la consegna alla pubblicità, l’altra è la radiovisione che strozza la voce. Perché la cambia, la fa diventare presentabile, non sei più tu, a volte non sai proprio chi sei. Però l’emozione è sempre la stessa, è come un matrimonio, anzi meglio: io mi considero sposata a vita con la radio e solo con lei”.

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Siamo al tavolino di un bar del nostro borgo marinaro, davanti a due ginseng, un freddo carogna anche se è aprile cominciato e la guardo in tralice come quando ci sfottiamo: ‘ndemm, Beatrice, al di là delle suggestioni romantiche lo sai anche tu che quello che fai ti andava stretto e hai cominciato a cercare aria. “Io distinguo due fasi: precovid e postcovid. Questa strana pandemia ha polarizzato tutto, ascoltatori, conduttori, sponsor. Noi professionisti, noi che la radio la facciamo tutti i giorni, siamo in mezzo, discretamente stritolati: non si può parlare di certe cose, bisogna glissare, far finta che il mondo non succeda e la faccenda ci sta sfuggendo di mano perché, dalla questione vaccino sì vaccino no, va allargandosi ad ogni tematica possibile, dall’Ucraina al brodetto di pesce: hanno tutti questa dannata voglia di scannarsi…”. Hai dimenticato Greta, cara Beatrice, lo sai che dalla tua radio sono stato bandito da quella volta che, incauta, mi hai chiamato a parlare di riscaldamento globale e me la sono presa con la fanatica affarista: ero ancora sulle scale che già partivano certe telefonate. Beatrice ride di nuovo, e io che ci posso fare, io ti ho invitato, non dipende da me. Ma ormai la mordacchia ce l’hanno tutti e anche lei. I passaggi televisivi, l’effimera droga del talk show è servita a farle scoprire come si sta da distorti, da strumentalizzati. “Mi dipingevano come novax: no, io i vaccini li ho fatti tutti e li ho fatti fare a mia figlia, io sono nocovidvax, è diverso e i fatti mi pare stiano confermando che c’era poco da fidarsi”.

Se è per questo, non troverai nessuno che te ne renda atto, qui a comandare sono sempre quelli che avevano ragione ad avere torto, e gli altri, che avevano torto ad avere ragione, zitti e buoni come cantano i ragazzini Maneskin. “Ma io ci credo ancora. Se il sistema è mafioso mi importa fino a un certo punto ed è questo che ho cercato di dire nel libro”. L’utopista della libertà ci crede ancora, ma sa benissimo che il sistema, qualsiasi cosa si voglia metterci dentro, è una nube di conformismo, che il linguaggio corrente si è brutalizzato, che di idee non se ne accendono più. “Il linguaggio della Rai è ingessato, istituzionale e da lì non scappi: possono adeguarsi ai tempi fin che vogliono, ma la missione resta, almeno di facciata. I network fanno varietà e quindi adottano un codice aperto, spregiudicato, però non generalizziamo, tu sei sempre così drastico, così tranchant”. Le piacciono le parole un po’ snob alla Silenzi, tranchant mi dice, e poi quanto a mi ricorda lo scazzo con Parenzo alla Zanzara. “Proprio tu mi vieni a parlare di linguaggio eccessivo in radio?”. Ma quello, lo sai benissimo, era cercato, io a questo Parenzo era un pezzo che volevo dargli la paga. Perché mi è sempre stato sui coglioni. E poi la Zanzara millanta tanto novità, irriverenza, ma di fatto è una scopiazzatura di format che in America girava già cinquant’anni fa. Beatrice annuisce, la storia della radio occidentale la conosce a memoria. “Tutto è derivato: gli autori non lavorano più, come fai a trovare qualcosa di originale? Non siamo mica ai tempi vergini di Bandiera Gialla, di Arbore e Boncompagni che definivano nuovi stilemi e si permettevano pure di lanciare cantanti come Battisti”. Eh già, oggi in radio la fanno da padrone gli impresari come il Francesco Facchinetti che dice: perdonatemi se non esco di casa senza la mia Rolls Royce, ho un disturbo della personalità. Se è per questo ce n’eravamo accorti, ma questi sarebbero gli speaker che parlano alla gente? Beatrice sorride, il suo è un orgoglio professionale che però non si nasconde la deriva: “La teleradio fa il conduttore che diventa schermo, video. E dal video pescano: i Liorni, le Rossella Brescia, entrano senza la minima idea di una conduzione che è diversa in tutto. Non hanno i tempi, vanno a ruota, usano il corpo in luogo della voce. Poi, certo, si abituano, ma a cosa? A una radio non radio. Il mezzo non è questo, non nasce per questo e nessuna scuola te lo insegna, qui davvero vale ancora l’Università dell’esperienza, come è successo a me”.
Sì, d’accordo, ma allora tutte queste scuole di Comunicazione? E tu, amica Beatrice, amica novax che hai fatto tanto di libro sulla comunicazione? Di che parliamo allora? Del pollo decapitato, che quando gli hanno tagliato la testa corre ancora un po’ perché non lo sa che è morto? “Lo vedi che sei tranchant. Io faccio un libro per dire: signori lettori, le buone regole della buona radio, della buona comunicazione sono queste, non le ho stabilite io, le metto in ordine, le commento; poi, che il settore sia saturo, che questa benedetta maledetta radio la facciano, male, in tanti, non ci piove”. Sì ma qui per comunicazione intendono il divertimento, il giornalista sarebbe quello che va alle feste, una sorta di Bel Ami, un surfista della politica, del potere: e il peggio è che non hanno neanche torto. Giornalisti che non sanno scrivere, conduttori che non sanno condurre, casinisti a gettone, provocatori per contratto. “Va beh, dai, ma ci saranno ancora degli spazi di impegno, di libertà, o no? Perché devi farmi venire la depressione? Perché devi sempre essere così disfattista? Così tranchant?”. Sarò disfattista, sarò tranchant, ma le Lucarelli, gli Scanzi come li chiami? Giornalisti? Beatrice si dimena un po’ sulla sedia, tu vuoi mettermi nei casini, dì la verità. Poi esce dall’angolo con la sua tipica, deliziosa paraculaggine: “Sono comunicatori e lo fanno male”.
Sì, per dire funzionali al sistema. Ma cosa sarebbe questo sistema, poi, non si capisce più, è come il grande reset, il grande vecchio, entità misteriose che esistono tanto da non esistere. “Sistema per me è quello che ti viene imposto”. Che è il contrario della democrazia. Perché, tu la trovi ancora la democrazia da queste parti? “No! Ma avevo qualcosa da dire in merito e il libro mi serve proprio a questo: la comunicazione buona, positiva funziona così, dove non c’è è il contrario della democrazia. È censura. E la censura può strisciare in mille modi, è un mutaforma. Stabilito questo, o vai avanti e te ne fotti, o t’incazzi, come fai tu che mi fai venire la depressione”. Beatrice sa che può permettersi con me cose che ad altri non concedo e ne abusa. Le voglio bene, è una utopista della libertà e così, per chiudere, le chiedo cosa mai le abbia dato questo mestiere che ha la testa tagliata, che non c’è più ma continua a tenersela stretta. “Mi ha dato tantissimo. Mi ha dato la gente. Mi ha dato una maturazione. Mi ha dato troppi momenti perché io possa rievocarli tutti. Mi ha dato incontri e una vita non scontata. Mi ha dato difficoltà e amarezze, ma sempre facendomi sentire viva. Mi ha dato felicità. È stato bellissimo”. È stato, Beatrice? “E’ stato finora. Ma direi che non è ancora finita. Anche se tu ce la metti tutta per rovinarmi la giornata”.

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