La più improbabile difesa d’ufficio della trap, la mia


Ho letto un interessante articolo sulle pagine online de L’Espresso.

Questa potrebbe non essere in sé una notizia, perché su L’Espresso scrivono firme che apprezzo, su tutte quelle del mio fratello di carta Giuseppe Genna, uno dei miei due fratelli di carta, l’altro è Gianni Biondillo. Ma a me di dare notizie non frega nulla e l’articolo che ho letto mi è sembrato particolarmente interessante perché parla di arte e di megalomania, facendo un chiaro riferimento alla letteratura, a firmarlo è una delle dodici candidate al Premio Strega, Giulia Caminito, in gara col romanzo L’acqua del lago non è mai dolce. Il suo articolo parla di megalomania nell’arte, partendo, in maniera dovuta, dalla figura di Gabriele D’Annunzio, in realtà appena sfiorata, passando poi a Emmanuel Carrère, e concentrandosi, sul lato letterario, su un raccolto di oltre centoventicinque anni fa di Matilde Serrao dal titolo “L’amante sciocca”, che racconta la storia di Adele, la moglie, a lei fa riferimento il titolo, dello scrittore e intellettuale Paolo Spada.

Nel racconto, che confesso di non aver mai letto, lo scrittore Spada maltratta la propria compagna, considerandola intellettualmente inferiore, la frase “resta pure, ma taci” è il modo in cui la pone in un ruolo di subalternità, si tratti di essere presente ai cenacoli intellettuali durante i quali il nostro disquisisce con i suoi colleghi, o durante le sue sessioni di scrittura. Lei, la amante sciocca, sta un passo indietro, trattata costantemente come essere inferiore, sia nel momento in cui lo scrittore ha picchi di megalomania, la convinzione certa di aver scritto un capolavoro, sia quando, poco dopo, ha la contrita certezza di aver scritto roba di poco conto. Sempre e comunque un passo indietro.

Poi, cercatelo, il pezzo prosegue affrontando un altro dei libri candidati allo Strega, quello della scrittrice Teresa Ciabatti, il lizza col romanzo Sembrava bellezza, autrice che ha molto giocato e molto gioca, anche se giocare non è affatto il verbo corretto da usare in questo frangente, sull’ambiguità tra letterarietà e autobiografismo, usando in questo anche i social, le rubriche sui magazine, il suo interpretare il ruolo della madre scellerata, come il suo essere figlia tradita, sempre e costantemente sul crinale dell’odiosità, della snobberia, dell’elitismo, e andare a parlare, devo dire con una certa superficialità, temo dovuta dalla non conoscenza della materia, sulla presunta megalomania dei rapper/trapper, a partire dall’uso reiterato e presentissimo dell’IO e la totale assenza, se non in chiave di pungiball del TU.

In mezzo, e non poteva essere altrimenti, una dissertazione sui social, che alla megalomania e mitomania degli utenti, stando a quanto dice la Caminito sempre più diffusa, ha offerto un vero e proprio campo vergine da arare e seminare, pronto a dare ottimi frutti.

Menzione di disonore, legittima, alla pagina Facebook “Io, professione mitomane”. Recentemente passato alla cronaca per la sua chiusura, ma qui in qualche modo quasi si tenta una difesa d’ufficio dell’impianto teorico di quel contesto, si parla del fatto che in quel contesto si prendeva di mira l’autocelebrazione e l’autoattribuzione di meriti e valori di alcuni scrittori, certo andando a dire come la chiusura sia stata legittima, perché la satira era diventata violenza, ma comunque dando al tutto un aspetto meno inquietante di quanto non avesse, quella pagina era più che altro una palestra di frustrazione, sia messo agli atti.

La contrapposizione “caccia all’impostore” e “autocelebrazione”, temo, è squilibrata totalmente verso la prima parte, anche solo indicarla inficia la tesi.

Ma ripeto, non è di questo che voglio parlare, più che altro vorrei prendere spunto da questo articolo, comunque interessante, per provare a affrontare in altra maniera il medesimo argomento.

Un passaggio che mi ha in qualche modo ammaliato, nel racconto della Serrao, che ovviamente dovrò andare a recuperare, è il fatto che il nome del protagonista del racconto, perché è di lui che si parla, ovviamente, non facciamoci ingannare dal titolo, Paolo Spada, sia in realtà il nome dietro il quale si nascondeva la stessa Serrao nel firmare alcuni editoriali che uscivano sui giornali. Gioco, anche qui il termine è inesatto, di metanarrativa che dà al racconto tutto un altro peso. La Ciabatti, ripeto, in questo, è esemplare, unica credo in questo genere in Italia.

Megalomani e mitomania, quindi.

Questa la tesi della simifinalista al Premio Strega Giulia Caminito.

Siamo sicuri che di questo si tratti?

Siamo cioè sicuri che in ambito letterario, come anche in quello musicale, nel momento in cui si parla di poetica, quello che diventa parte della narrazione coincida necessariamente col punto di vista dell’autore?

Siamo, cioè, in evidenza del fatto che quell’IO così reiterato nelle opere di questi artisti, concediamo generosamente il ruolo di artista anche a chi artista non è, dai, faccia diretto riferimento a un IO reale, e non sia, piuttosto, una invenzione letteraria, la creazione di un avatar, fosse anche come proiezione reale di sé, ma comunque finzionale, narrativa, a beneficio di un pubblico che quindi si trova in qualche modo di fronte a un personaggio? Discorso valido anche sul fronte social, è evidente, perché spesso i social vengono presi come laboratorio su cui sperimentare, la stessa Ciabatti da suoi post ha tirato fuori idee finite dentro i suoi libri.

Lasciando da parte, al momento, i rapper e i trapper, che quasi mai si pongono al pubblico usando il proprio nome e cognome, e che quindi, in qualche modo, dichiarano il loro lavoro su un personaggio, tridimensionale e pulsante, ma pur sempre personaggio, fatto che magari può cozzare, e in effetti cozza, con la natura inizialmente autobiografica del genere musicale in questione, o quantomeno, non proprio iniziale, ma del momento in cui il rap è stato codificato anche fuori dal suo ambito naturale, la comunità afroamericana, direi che in narrativa il concetto di narratore, voce narrante e personaggio siano stati codificati da secoli, fatico a capire come e perché li si debba o possa confondere con tanta nonchalance.

Forse il non chiamare i propri alter ego letterari con nomi diversi dai propri induce qualcuno a confondersi le idee?

Può essere, certo, ma pensare che tutto quel che dice o pensa un personaggio che porta il nome e cognome dell’autore, penso al Brett Easton Ellis di Lunar Park, coincida con tutto quel che dice e pensa l’autore stesso, o pensarlo dell’alter ego letterario di un autore, che so?, il Nathan Zuckerman di Philip Roth, credo sia una ingenuità che andrebbe fugata, tanto quella di far coincidere necessariamente ogni singola parola contenuta in un libro, specie in un libro che abbia i connotati letterari della narrativa, come in una canzone, tanto più una canzone che si muova dentro l’alveo di un genere che usa l’autobiografismo, finto o reale, come estetica, sarebbe un po’ come prendersela con Luca Zingaretti perché in un nuovo episodio di Montalbano il commissario tradisce la sua storica fidanzata Livia, esempio, me ne rendo conto, totalmente cannato, visto le reazioni sortite in rete da quella specifica scena del telefilm.

Quello che capita nelle canzoni, cantava Mietta, al suo esordio, oltre trent’anni fa, non può succedere in nessun posto del mondo, dando voce potente alle parole del poeta Pasquale Panella, traslando andrebbe applicata la medesima libertà d’azione a tutte le opere d’arte, fanculo l’aderenza al reale, mica stiamo parlando di cronaca.

Tanto più ora, nel 2021, nell’epoca in cui, più che mai, il romanzo in quanto opera letteraria di finzione sembra vivere il suo momento di maggiore fluidità, come a volersi omologare a quel che accade nel mondo circostante, il continuo fondersi con la saggistica, col memoir, con al forma diaristica, con l’autobiografismo è lì, sotto gli occhi di tutti, la cosiddetta non-fiction che spopola, seppur questa definizione sia fallata in partenza, perché in buona parte dei casi di fiction meticcia si tratta, di mashup tra generi più che tra opere, ripeto, di fluidità e slabbramento di confini e paletti.

Da anni, da che, diciamo, sono diventato riconoscibile come autore, ne parlavo anche giorni fa in questo diario, che poi vai a capire se sia davvero un diario, in teoria la cornice è quella dell’articolo per un magazine online, l’autore, che sarei io, è parte della narrazione, costantemente, a rischio mitomania e megalomania, ma vai a sapere se tutto quel che dice è vero e soprattutto se quel che dice, vero, verosimile o finto che sia, sia spiattellato su pagina, virtuale, per uno scopo diverso che il raccontare storie, affrontare in maniera non diretta un discorso, cercare una forma innovativa di critica musicale, da anni, comunque, dicevo anche giorni fa qui, tengo corsi di scrittura creativa.

Da anni a questi corsi di scrittura creativa si sono aggiunti corsi che affrontano in maniera assai più peculiare, e a mio modo di vedere interessante, è su questi corsi che punto di più, quelli che spingo di più, sono corsi che parlano di Brand Identity, seppur io mi ritrovi quasi sempre a mascherare questo argomento, decisamente legato al mondo del marketing, parlando invece di Rockstarritudine, di Come diventare famosi in dieci mosse, di Celebrity.

Sono un biografo di artisti, anzi, per tornare su temi propri del pezzo della Caminiti da cui sono partito, sono il più importante biografo di star italiano, oltre trenta tomi pubblicati in venti anni, oltre un milione e duecentomila copie vendute, normale che dall’aver studiato le vite di personaggi diventati famosi, leggendari, entrati a pieno titolo nell’iconografia pop mondiale o nazionale, io abbia tratto insegnamenti e spunti validi anche per chi a quel mondo vorrebbe affacciarsi, o per chi da quel mondo è attratto anche come semplice fruitore, da biografo anche di Silvio Berlusconi potrei dire da “utilizzatore finale”.

Come mi capita quando insegno scrittura creativa, anche quando parlo di Brand Identity, soprattutto quando parlo di Brand Identity, avendo in quel caso di fronte un pubblico di addetti ai lavori o aspiranti addetti ai lavori, prevalentemente artisti, che sono accorsi spinti dal mio nome, questa non è mitomania ma mera cronaca, come critico musicale e biografo ho nel mondo dello spettacolo una mia posizione riconosciuta, una buona visibilità e influenza, per dirla tutta, una ottima Brand Identity, uso spesso partire con queste lezioni, un tempo in presenza nell’ultimo anno sotto forma di webinar, parlando di me.

Nei fatti non è di me che parlo, ma del me che è appunto dotato di una ottima Brand Identity, il critico musicale più temuto d’Italia, l’outsider, quello che Fossati ha battezzato come “il temutissimo Monina”, che Vasco ha scelto per scriverci i suoi libri insieme a quattro mani, che Laura Pausini ha bloccato sui social dopo catfight diventati epici.

Che quel me, quello di cui sopra, coincida col me stesso reale è opinabile, e, onestamente, anche piuttosto irrilevante.

Quel me stesso lì esiste, è ben delineato, volessi parlare di me come autore direi anche ben scritto, ha una immagine obiettivamente potente, che buca, e il suo impatto sulla scena, nell’ambito del mondo dello spettacolo, di quello si parla, è stato a suo modo devastante, pensate a un Sanremo in tempo di pace, anno del Signore 2017, durante il quale gli altoparlanti di Rtl 102,5, a due metri dall’ingresso dell’Ariston, ospitati come sempre dall’Oviesse, sparavano ogni quarto d’ora lo spot: “L’anticonformista Michele Monina”, pensate alla mia faccia reiteratamente al fianco di quella di Pinuccio a Striscia la notizia, la felpa della Svezia, i capelli lunghi che cadono sulle spalle, la faccia di uno cui non vorresti rompere le palle a tirare picconate di cossighiana memoria al sistema musica, con conseguenti pagina sui giornali.

Un personaggio, appunto, vai poi a capire se vero o finto, i costanti riferimenti alla mia vita privata, la mia famiglia parte costante della mia narrazione, i miei ricordi del passato, la mia città, Ancona, eletta a ruolo di coprotagonista dei miei racconti, a metà strada tra la Macondo di Gabriel Garcia Marquez e il Maine di certi romanzi di Stephen King, a tratti anche simile al Nebraska in bianco e nero di Springsteen o idealizzata come la Big Sur della beat generation, gli antagonisti, i tanti antagonisti, dagli artisti, tutti BIG, coi quali ho intrattenuto scaramucce più o meno violente sui social ai discografici, pensate alla figura di Gino con le Mutande, divenuto zimbello in ambito discografico nonostante un ruolo dirigenziale in apparenza di tutto rispetto, per non dire dei gradi capi, quelli un tempo identificati come Triade, i Suraci, i Salzano, le Maria De Filippi, i dirigenti RAI come Marcello Giannotti, i direttori dei giornali con cui non collaboro più, tutti sfanculati pubblicamente, parte fondamentale dell’aver potuto costruire una immagine da “duro e puro”, quello che è disposto a rinunciare a occasioni importanti pur di inseguire la verità, pensa l’ironia della sorte, per non dire dei colleghi, i “Pool Guys”, gli “Amici a quattro zampe”, la “lobby dei cuoricini”, sempre stigmatizzati, inchiodati al loro ruolo di cortigiani di corte, pronti a dar via il culo pur di avere un pizzico di quel che i commensali stanno mangiando, pur di essere lì, sotto i riflettori, io, quello che non va alle conferenze, non frequenta la Sala Stampa dell’Ariston, che se ne sta altrove, ma poi collabora coi cantanti, ci fa cose che altri colleghi non possono, io però sempre outsider, loro lì a farsi belli dentro il sistema, i cattivi di una favola il cui protagonista, come nella serie Maleficent, il cui ruolo di protagonista è affidato a Angelina Jolie, portentosa nell’indossare i panni neri e le corna di Malefica, è in realtà a sua volta un “cattivo”, o almeno un “cattivo maestro”. Con in mezzo tutto un prontuario di immagini retoriche divenute riconoscibili e fruibili anche in sua assenza, cazzo, sto parlando di me in terza persona come fossi la Cucinotta, anche l’uso di una lingua volgare, certo, le parolacce, sparate anche in titoli di quotidiani “Esce Simili della Pausini, potevi intitolarlo “A cazzo di cane””, ma penso all’utilizzo metaforico del mondo animale, prima o poi dovrò decidermi di dare alle stampe un “bestiario musicale italiano”, cavalli che affogano dal culo, wombati che cagano a piramide, le zebre che si mangiano le palle, le libellule che si fingono morte per non farsi scopare dai libelluli, troppo lungo l’elenco, e poi questi scritti lunghissimi, pieni di relative, con riferimenti incomprensibili, altissimi e ultrabassi, un anticonformismo indossato con naturalezza, ma vai a capire se è un vestito o una pelle, essere nudi a volte non è esente dal ricorrere a filtri, trucchi ottici, è il mondo dello spettacolo, bellezza. Come è il mondo dello spettacolo anche questo raccontare il dietro le quinte, lo specificare che quello che sta avvenendo è finzione, descriverne a voce alta i passaggi, elencare le carte nascoste dentro i polsini della camicia, fare metafiction e dire che si sta facendo metafiction, come dentro un loop da cui è impossibile sfilarsi, pena l’implosione.

Perché dovrei sforzarmi di guardare altrove per spiegare come costruire una Brand Identity, quando ho me stesso a disposizione?

Tanto più che usare me stesso come esempio contribuisce proprio a rafforzare la mia Brand Identity, come l’intelligenza artificiale protagonista della serie Tv Next, che si riscrive i codici aumentandone la potenza, all’infinito.

Certo, c’è il rischio fondato di passare per megalomane, mitomane, per scivolare verso l’egoriferimento, l’autoindulgente autocelebrazione troppo a portata di mano per non essere afferrata con veemenza, ma credo che sia necessario nonché pratico essere pragmatici, mettere un po’ di distanza tra quel che si fa e quel che si è, così da poter utilizzare se stessi o il se stessi su cui si è costruito uno storytelling ormai da anni come una history case che funziona, chi se ne frega dell’arroganza, della spavalderia, di una forma di antipatia che tutto questo implicitamente comporta.

Io, io, io.

Un profluvio di Io.

Roba che al confronto i trapper, anche quelli parte del discorso trattato su L’Espresso, sono personcine modeste e dotate di equilibrio, col loro parlarsi addosso, il citare il proprio successo, le vendite clamorose, i soldi, le fighe. Ma anche lì, perché provare a smontare una estetica, quella della trap, partendo da un aspetto delle liriche che è evidentemente letterario, il creare un personaggio che coincida con la voce narrante, quando ci sarebbe comodamente a disposizione l’aspetto musicale, lì a portata di mano, la banalità compositiva, ovviamente sto generalizzando, l’autotune che sopperisce a evidenti carenze tecniche, seppur per usare l’autotune bisogna avere una peculiare preparazione, l’impianto melodico che si muove su poche note, un range davvero ristretto, figlio dell’assenza di frequenze alte, i ritmi tutti uguali, la totale assenza di dinamica?

Certo, dire che i trapper sono stupidi megalomani viene facile, comodo, dire che non hanno messaggi pure, ma che l’intrattenimento, la musica è anche questo, debba necessariamente avere messaggi da veicolare è una pura utopia, anzi, è una mera cazzata, partire da un presupposto del genere è già andare fuori strada, arrivare magari primi, ma a un traguardo di una gara alla quale non abbiamo partecipato.

Chiudo, conscio di aver intrapreso nelle circa duemilaottocento parole che hanno preceduto questa frase, un percorso pericoloso, pieno di trappole, perché mettersi al centro di una narrazione, o metterci il proprio personaggio, partendo da un articolo scritto da una candidata al Premio Strega, nel quale si parla di mitomania e megalomani di chi si autocelebra può risultare un autogol. Ma credo che correre questi rischi sia parte del pacchetto, inconvenienti di un mestiere che ho deciso di svolgere, non mi è stato imposto né ordinato dal dottore, volendo seguire un talento scoperto neanche in troppo giovane età. Per dirla però con lo Stanislaw Jerzy Lec citato in conclusione del suo incredibilmente bell’intervento a Propaganda Live settimana scorsa da Antonio Rezza, il suo parlare senza i classici birignao di cultura, teatro e arte, il suo parlare arrabbiato andrebbe trasmesso a reti unificate e fatto guardare e riguardare in loop al Ministro Dario Franceschini, come capitava all’Alex di Arancia Meccanica sottoposto alla Cura Ludovico, “il genio che non sa di essere genio, forse non lo è”, lui, Antonio Rezza, lo è, io pure, fingere di non saperlo sarebbe prendersi poco sul serio, e soprattutto prendere poco sul serio quel che ci sta intorno.

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