La presunzione più che fatale di pianificare pure le malattie


Si fa presto a dire «pianifichiamo tutto». Poi spunta il fatidico Cigno Nero, ossia l’imprevedibile, e anche il progetto più dettagliato va a farsi benedire.

Il caso della pandemia, come distruttore di piani più o meno strategici, è il più indicativo. Da manuale. Ogni tanto, negli anni scorsi, rimbalzava la profezia, su una nuova peste, da parte di qualche guru o di qualche futurologo in cerca di notorietà. Ma questi oracoli tutt’al più suscitavano curiosità, nessuno attribuiva loro patenti di credibilità.

Semmai la pandemia da Covid 19 ha messo in luce l’aleatorietà di ogni previsione economica e di ogni conato pianificatorio da parte (non solo) dei governi. Il Coronavirus prima ha fatto saltare tutti i calcoli sulla ripresa produttiva dei singoli stati. Poi ha dimostrato che senza l’ingegno umano e senza la determinazione delle imprese private nella ricerca del contravveleno in grado di fermare il numero delle vittime, quasi certamente il bilancio finale di questa tragedia planetaria avrebbe assunto dimensioni apocalittiche. Gli stati, sì, stimolano e finanziano la ricerca scientifica, ma i privati, di solito corrono più veloci, dal momento che il profitto costituisce un propellente impareggiabile nella gara ad arrivare prima degli altri in ogni cimento umano.

Se non fosse scattata la nuova corsa all’oro (vaccino), il mondo sarebbe precipitato nell’inferno più drammatico, roba da oscurare le cifre delle precedenti epidemie che hanno devastato, nel secoli, nazioni e continenti.

Per fortuna, dall’avidità di guadagno è scaturita l’accelerazione della corsa al vaccino, tanto che oggi non soltanto in Inghilterra si azzardano date precise sul ritorno alla normalità.

Ovviamente, la questione sanitaria non si esaurisce qui. Né potrà ritenersi archiviata una volta raggiunta la tanto sospirata immunità di gregge.

Intanto, in Italia, bisognerà risolvere una volta per tutte il delicato problema dei poteri tra stato e regioni. La pandemia ha esasperato le contraddizioni e i pericoli già paventati all’indomani dell’approvazione del Titolo Quinto della Costituzione (2001). Certo, la riforma costituzionale attribuisce sempre al governo centrale la guida di tutte le operazioni anti-pandemiche, ma attribuisce alle regioni un ruolo-chiave nella politica sanitaria. Il che contribuisce ad allungare vieppiù, la catena della confusione, delle sovrapposizioni, delle controversie e dell’irresponsabilità, oltre che del conflitto di poteri.

Già pianificare in tempi ordinari rappresenta un grosso rebus. Pianificare in tempi straordinari è un terno al lotto, come hanno confermato, tra l’altro, da più di un anno,le contese continue tra stato e regioni, tutte istituzioni convinte di possedere la migliore ricetta anti-Covid.

Sia chiaro. Tutti gli individui, tutte le famiglie, tutte le aziende pianificano decisioni e iniziative. Se così non facessero, si candiderebbero a una sicura rovina. Ma se uno stato decidesse di pianificare minuziosamente ogni intervento, avrebbe bisogno di informazioni così dettagliate, per non sbagliare, che nessun’autorità scientifica potrebbe mai fornirgli. Per la semplice ragione che il futuro sfugge a ogni pretesa divinatoria o profetica.

E poi la conoscenza è dispersa tra milioni, anzi miliardi di persone. Chi potrebbe mai afferrarla e metterla a reddito, a profitto, in un mondo le cui variabili sfuggono a ogni controllo? Ecco perché si procede sempre per tentativi e confutazioni: nessuno può andare mai in giro persuaso di portare la verità in tasca.

Prendiamo il caso dei medici, in Italia. Mai come adesso, a pandemia ancora incalzante, si avverte l’esiguità del numero dei camici bianchi.

Evidentemente, la selezione mediante «numero chiuso» e, soprattutto, attraverso borse di specializzazione limitate, prestabilite e contingentate, ha toppato alla grande. Né poteva essere altrimenti. Chi può sapere in anticipo se e quando si svilupperà un’epidemia? Chi può sapere in anticipo quali e quante saranno le specializzazioni mediche più richieste nel futuro? Chi può sapere di quanto si allungherà la vita media di ogni cittadino, il che può incidere sul numero di medici e infermieri necessari per rispondere alla domanda di salute? Chi può sapere quali saranno le malattie che più si diffonderanno negli anni a seguire? E potremmo continuare all’infinito a proposito della limitatezza della conoscenza umana e delle inevitabili sorprese che stazionano in lista d’attesa da tempo immemorabile. Eppure, chissà perché, si ritiene di poter prevedere e pianificare tutto, o addirittura di scommettere a oltranza, come se anche l’economia e la salute fossero assimilabili al Superenalotto o alla vecchia schedina del totocalcio.
Invece, la pandemia non solo ha smascherato le convinzioni di quanti concepiscono pure la sanità come il gosplan del primo ministro sovietico Aleksej N. Kosygin (1904-1980), gosplan che puntualmente sfociava in code interminabili davanti a ogni ufficio e negozio pubblico, ma ha anche dimostrato, ancora una volta, che la concorrenza (nel caso specifico alla ricerca del vaccino), costituisce la più collaudata (e solidale) procedura di scoperta mai sperimentata dall’umanità.

Altro che baracconi burocratici in guerra tra loro per mettere l’ultimo timbro, dopo aver fatto a scaricabarile di fronte a ogni pratica scottante.



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