La Ragioneria: con la legge Fornero 20 punti di spesa in meno fino al 2060

La conclusione dell’esperienza annuale di Quota 102 si avvicina a grandi passi. E sulle pensioni in campagna elettorale, da Fdi al Pd, quasi tutti i partiti, nonostante il poco tempo che rimarrà a disposizione dopo il voto del 25 settembre, promettono di adottare dal 2023 misure per la flessibilità in uscita. Soprattutto la Lega garantisce che la legge Fornero sarà superata e che dal 1° gennaio scatterà Quota 41, ovvero la possibilità di accedere alla pensione alla maturazione di 41 anni versamenti a prescindere dall’età anagrafica. Una soluzione che piace ai sindacati, fermamente contrari al ritorno in versione integrale dei requisiti di pensionamento fissati dal governo Monti.

L’impatto sui conti previdenziali

Ma c’è un ostacolo non da poco da superare: l’impatto di questa misure sui conti previdenziali, da sempre sotto l’attenta osservazione di Bruxelles. E non solo per il costo di questa opzione: 4 miliardi il primo anno secondo l’Inps, non più di 1,3-1,4 miliardi per il Carroccio e i sindacati considerando una percentuale di adesioni simile a quelle registrata per Quota 100 (circa il 40%). Nel suo ultimo rapporto sulla previdenza la Ragioneria generale dello Stato fa notare che gli interventi di riforma varati dal 2004 hanno «generato una riduzione dell’incidenza della spesa pensionistica in rapporto al Pil pari a circa 60 punti percentuali cumulati al 2060. Di questi – si sottolinea – circa un terzo è dovuto agli interventi previsti con la riforma del 2011».

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I costi che servono per “smontare” la legge Fornero

In altre parole, nel dossier sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico si lancia un avvertimento: smontare la legge Fornero metterebbe a rischio gran parte della riduzione del peso delle uscite pensionistiche sul Pil stimata in almeno 20 punti percentuali cumulati per un arco di tempo di quasi 50 anni dall’entrata in vigore della riforma. Non a caso la Ragioneria evidenzia che le deroghe alla “Fornero” introdotte negli ultimi anni, a cominciare da Quota 100 e Quota 102 «hanno determinato un ampliamento della spesa e una retrocessione nel percorso di elevamento dei requisiti di accesso al pensionamento, producendo nel periodo 2019-2034, ulteriori maggiori oneri pari in media a 0,23 punti di Pil l’anno».

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Posizioni contrastanti

Il messaggio, numeri alla mano, è abbastanza chiaro: rispetto alle regole fissate dalla riforma varata dal governo Monti non si può tornare indietro a meno di non mettere a repentaglio la solidità dell’impalcatura contabile su cui poggia il sistema previdenziale. Ed è quello che a più riprese ha sostanzialmente lasciato intendere Mario Draghi a Cgil, Cisl e Uil aprendo alla possibilità di introdurre forme flessibili di uscita ma rimanendo rigidamente nel solco del metodo contributivi e senza appesantire la spesa. I sindacati e la Lega restano però convinti della bontà delle loro posizioni. Intervenendo mercoledì mattina a Radio 24 Matteo Salvini ha affermato che «gli 1,3 miliardi di euro per coprire quota 41 si recuperano» grazie a «una semplice revisione del reddito di cittadinanza, rimettendo in circolo i soldi». che vanno a chi potrebbe lavorare. Il centrodestra, ma non solo, sembra anche intenzionato a modificare il Pnrr. Una correzione di rotta che potrebbe avere una ricaduta anche sulle uscite pensionistica. Uno degli scenari citati nel dossier Rgs include gli effetti, anzitutto in termini di maggiore crescita, delle riforme collegate al Next generation Eu, compresa una minore spesa pensionistica sul Pil dello 0,7% nel periodo 2022-2044.

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