La resa dei conti nel Movimento 5 stelle

Non sarà un caso che tra pochi giorni ricorra l’anniversario della “notte dei lunghi coltelli”, l’agguato con il quale Hitler, tra il 30 giugno e il 1 luglio del 1934, fece assassinare, tra uomini delle SA e alti gerarchi del partito nazista, quasi 200 persone perché considerate non del tutto fedeli alla linea del fuhrer.

Certi ricorsi della storia a volte sono così sorprendenti che lascerebbero di stucco anche Giambattista Vico, il filosofo che per primo li teorizzò. E già perché di epurazione si sente il sinistro suono anche dalle parti di casa nostra. Infatti non si è ancora ben capito “chi epuri chi” ma, nonostante la confusione dei ruoli, è ben chiaro che la “amichevole” convivenza tra le due fazioni all’interno del movimento 5Stelle è giunta a tali livelli che già si sente il rumore dei pugnali sfilati dal fodero.

E dire che quando iniziò la loro ascesa, culminata con il trionfo del 2018, ci raccontarono che erano diversi, che il loro movimento non era come i partiti, che godevano di una democrazia diretta talmente pura da risultare elementare, rispetto ai bizantini arzigogoli della politica tradizionale, quanto appariva pura ed elementare la dottrina dei Catari, o Albigesi, rispetto a quella della “Chiesa romana”. (E poi Papa Innocenzo III, agli albori del 1200, né ordinò l’epurazione, guarda caso, perpetrando un vero e proprio genocidio con una crociata organizzata ad hoc.)

Insomma i 5Stelle apparvero talmente un “nuovo che avanza” che l’intero paese salutò con gli hosanna e “stormir di palme” l’ingresso a Palazzo Chigi del nuovo messia “Giuseppi” Conte alla guida del governo giallo-verde. Sembrava la nascita di una Italia nuova, libera dalla partitocrazia, dalle ideologie, dalla I Repubblica, dal marcio della casta, e così pronta ad una entusiasmante stagione di riforme e innovazioni. Ma quando mai.

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Pur nella successione dalla Lega al PD, i guasti dei grillini sono stati catapultati sul paese come una valanga di meteore devastanti. Del resto non c’era bisogno di leggere sui social quanti di loro scrivevano “Russò” per capire che l’armata di parlamentari, reclutati con un virtual games, fosse quanto di più sprovveduto e inadeguato, sotto il profilo della cultura generale prima ancora che politica, si potesse immaginare.

Le avventure di Fofò Bonafede facevano l’eco ad un fumetto di Paperino, il romanaccio della Taverna al vernacolo di Rugantino, ma non è solo questione di battute sfottenti. Dal reddito di cittadinanza, al taglio dei parlamentari, ai decreti presidenziali per il Covid,  ora con la complicità di Salvini, ora con quella del legale rappresentante pro-tempore del PD, (in quel partito non si sa mai chi comanda davvero), di tranvate sul paese ne sono giunte a scatafascio.

Insomma questo movimento nato dal basso, che sembrava così gioiosamente rivoluzionario, è stato una tale delusione che milioni di italiani stanno invadendo i vari “Pronto Soccorso” per curare le ferite da “martellate sulle mani”.

Ma almeno la loro integrità interna, la fresca e ingenua amicizia da “III C in gita scolastica” sembravano averla conservata. Neanche quella. Ora scopriamo di agguati, rese dei conti, congiure, pugnalate alle spalle, roba che il Papato di Rodrigo Borgia a confronto sembrava il miniclub di un villaggio Valtur. Il paese, e gli Italiani, se ne sta finalmente liberando, anche se dovrà mettere toppe e leccarsi le ferite a lungo. Ma il problema sarà di non cadere più in trappole simili, cercando di scegliere e votare con il ragionamento e non con le emozioni (o con la rabbia).

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È vero che certi movimenti fatti di sprovveduti, scelti alla “ndo’ coglio, coglio”, trovano terreno fertile nei vuoti lasciati dalla politica tradizionale (se ancora esiste)  ma è pur vero che l’arte, descritta per primo da Aristotele, è comunque una sorta di scienza che si fonda sulla teoria del “soddisfacimento dei bisogni” difficile da comprendere in una società volta alla logica del “profitto”.   

È per questo che autentici parvenu della politica, non nuovi nella nostra storia, non dovrebbero esserci più perché il nuovo a prescindere, specie in politica, è un salto nel vuoto neanche tanto avventuroso.

L’Italia che esce dal Covid, che sta gestendo i miliardi dell’Europa, che sta entrando in situazione di pesante crisi energetica ed economica derivante dalla guerra, che ha profonde riforme sociali da attuare, che deve ammodernare le sue infrastrutture e la sua tecnologia, che deve rendere umani sevizi essenziali come sanità e giustizia, che deve portare nel III millennio il mondo della scuola e della università, che deve far crescere il mondo del lavoro e riqualificare gli strumenti di assistenza sociale, e che deve fare ancora tutte quelle caspita di cose che ora non mi vengono in mente, non ha bisogno di movimenticchi sorti dal nulla e senza storia e cultura politica, non ha bisogno di gente scelta per strada, strappata alla tabaccheria, alla curva di uno stadio o alla disoccupazione. 

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Il futuro di questo paese deve essere affidato a chi sa cosa fare e dove fare e, possibilmente, a chi ha ben chiaro in testa che il “riformismo” non è l’ammodernamento della macchina statale, della pubblica amministrazione o del sistema tributario. 

Il “riformismo”, ci si perdoni la tautologia, è l’ammodernamento della società attraverso una crescita delle persone verso più alti livelli culturali volti alla formazione di una coscienza collettiva che faccia definitivamente propri i valori della libertà, della pace, della solidarietà, dell’equità sociale ed economica. Lo dissero i padri delle socialdemocrazie europee. Ma prima ancora lo disse Gesù.

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