La Sardegna brucia, ma c’è un cane pastore, senza padrone, che non fugge e insegna agli uomini cosa fare

C’è chi dice che è un demone e sta dentro di noi fin dalla notte dei tempi: ne parlano i greci, il termine piromane l’hanno inventato loro. C’è lo psichiatra che parla di devianza, il fuoco come supremo eccitante, unica via per l’orgasmo dei normali, vendetta atroce contro il mondo che rifiuta, che non comprende, un mondo da bruciare, da ardere. I pragmatici invece sospettano ragioni ancora più squallide, di terrorismo economico, distruggere per lucrare, per il potere. Per far girare soldi nel segno della distruzione creativa di Schumpeter che però intendeva altro. Ma Cuglieri brucia, il Montiferro, la Planargia, il Marghine, nomi bellissimi, evocativi, misteriosi, vanno in cenere, ventimila ettari di boschi, di campi, di oliveti, cinquanta chilometri andati nell’Oristanese, case, aziende sparite, paesaggio cancellato anno dopo anno. Chi sono questi piromani che sconvolgono interi territori? Si sa e non si sa, si dice, si accusa e intanto la devastazione cresce, orrenda, inarrestabile. Ergastolo per i responsabili, dite? Ah, prima prenderli! Poi l’ergastolo non si applica più, dopo un po’ si comincia a dire che è disumano, che il tempo cambia le cose. Ma anche la rovina di Cuglieri è disumana e disumane sono le carcasse di animali morti che non si riesce neanche a vederli in fotografia. E il tempo non cambierà quella sparizione abissale di una meraviglia.
Il simbolo dell’apocalisse è il cane pastore che ha scelto di ardere vivo per non abbandonare il gregge. Poi dicono le bestie, che non sono uomini, non sono umane. Ma le bestie non bruciano la vita e combattono il fuoco e l’acqua per salvare gli umani che li abbandonano, li torturano. Li bruciano.
Sardegna, Puglia, tutta Italia. Ma cosa sono questi piromani? Cosa vogliono? Perchè dobbiamo preoccuparci anche di loro? Come se non avessimo già abbastanza tragedie di cui occuparci. Dicono i complottologi, che sanno sempre tutto: lo fanno per distogliere dal green pass e dalla psicotragedia dei provax e novax, perché la Sardegna ricomincia con la paranoia delle mascherine e delle zone colorate. Ma non se ne esce, a questa stregua tutto si spiega e tutto si giustifica per non spiegare niente. Che farà adesso il governo? Manderà i ristori che ha promesso e che non ha mai dato alle discoteche, alla Sardegna turistica e all’Italia intera? Quali, quanti ristori? Intanto stiamo qua, sotto gli occhi del mondo, alle prese con qualcosa di talmente mostruoso, di talmente assurdo da risultare incredibile, inspiegabile. E da anni si ripete. C’è una maledetta voglia di distruggere in questo Paese, quella pulsione a ritrovarsi sempre per terra, disperati, angosciati, di complicarci le cose, di far piovere sul bagnato, di non essere mai felici. Miserabile oltre misura la politica, cancerosa la burocrazia, sputtanati gli scienziati, che definiscono sorci, cani quelli che non la pensano come loro e vengono pure pagati per farlo. Miserabili anche noi, che ci odiamo, ci togliamo il saluto e l’amicizia per un vaccino o il rifiuto di un vaccino.
Ma il cane pastore di Tresnuraghes, che bel nome, misterioso, sa di vento e di leggenda, non sa niente di questi trastulli nell’odio, lui è rimasto al suo posto, sul muretto, a osservare le sue pecore che venivano cotte vive per colpa di mani demoniache. Ce la farà, il veterinario Angelo Delogu non ha voluto sopprimerlo anche se è tutta una piaga, lo ha portato alla clinica veterinaria Duemari. Resterà sfigurato e sarà la sua fierezza. Non si è mosso dal suo posto mentre le fiamme lo mangiavano e lo sapeva. Coi suoi occhi che guardavano, capivano. Nemmeno un lamento. Non ha neanche il chip, non si sa di chi sia. È di se stesso e ha deciso chi voleva essere. Un pastore. Uno che non abbandona il gregge nel momento decisivo. Non ci sono degli Hitler, degli Stalin tra gli animali, loro non fanno le stragi in nome di Dio e non bruciano uomini e cose. Ma ci sono dei san Francesco e loro lo sanno e dopo non vanno in televisione a farsi santificare. Sono umili gli animali, umili e coraggiosi. Sono spirituali, molto più di noi. Soffrono come noi e più di noi, soffrono l’abbandono, l’ingratitudine, la crudeltà. Ma sanno perdonare e non chiedono niente. Tu sevizia un cane e quello si ritrarrà, spaventato, traumatizzato, ma se qualcuno gli darà infinito amore torneranno a fidarsi. È pieno di storie così, di cani e anche di gatti e di altre bestie che, malgrado tutto, a dispetto degli uomini, decidono di scommettere ancora sugli uomini. Ci sono cani abbandonati, catturati lungo una spiaggia d’inverno, sbattuti in canile, che un giorno vengono salvati e non smettono più di amare. Se manchi cinque minuti, quando torni sono talmente felici che spiccano salti irreali, si pisciano addosso. Non abbandonarmi anche tu. Non farlo più. Tu sei tutto il mio mondo e io morirò per difenderlo. Per difenderti. Un cane non è una macchina per amare, come scrive Houellebecq. Il cane ama e lo sa. Sa che degli umani non ci si può fidare ma si fida. Gli basta poco per consacrarsi e non ti tradirà a nessun prezzo. Lui non sa niente di tornaconto, di ambizione, di potere, non li conta i trenta sicli. Quale uomo sarebbe rimasto lì fermo, immobile, a farsi consumare dalle fiamme pur di non abbandonare la sua gente? Giusto un martire. Ma i cani restano tra le fiamme, si tuffano nel mare furioso per strappargli un bambino, un essere umano. I cani muoiono per amore e non si lamentano. E se muori prima tu, vengono sulla tomba e non si muovono. La Sardegna brucia, sgomenta, incredula, ma c’è un cane pastore, senza nome, senza padrone, che non fugge e insegna agli uomini cosa fare. E gli uomini non lo fanno perché è troppo semplice e troppo faticoso, è troppo duro. Si chiama amare. Bruciare d’amore, ecco tutto.

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