La sfida ai partiti finisce con un tonfo: il “miracolo civile” si scioglie in Aula. “Non ho mai chiesto i pieni poteri”

Subito, a muso duro, la sfida ai partiti, senza troppa diplomazia, da vero Super Mario. «Quali pieni poteri? Ho sempre rispettato il Parlamento e sono qui perché gli italiani lo chiedono, hanno sostenuto loro questo miracolo civile. Siete pronti per il nuovo patto?». Poi qualche bastonata qua e là. Alla Lega ruvidezze in mattinata, su catasto, concorrenza, giustizia, Russia, ai grillini una lavata di capo durante la replica. «Se il reddito di cittadinanza non funziona è una cosa cattiva. E il problema del superbonus edilizio sono i meccanismi di cessione. Chi li ha disegnati senza discrimine e discernimento?». E alla fine la conta in aula sulla mozione di Casini, un dentro o fuori a viso aperto, senza paura. Mario Draghi ha fatto la sua scelta: o posso governare, o tante care cose, bye bye, non resto a guardare il bidone. «Completare il programma è una questione di serietà nei confronti dei nostri cittadini e verso i partner europei». Non me lo fate fare? E allora basta veti e ultimatum, assumetevene la responsabilità.

Il lungo addio di Draghi, in una torrida giornata d’estate, tra nervi scoperti e mediazioni fallite. Teso, un po’ rigido nella postura, il premier arriva al Senato alle 9,40 e pronuncia un discorso molto fattivo e molto poco politico. Se siamo in questa situazione, dice, e perché «si sta sgretolando il patto», il motivo per il quale 17 mesi fa è partito l’esecutivo di unità nazionale «con il compito di superare l’emergenza sanitaria, quella economica e quella sociale». Con orgoglio il presidente del Consiglio rivendica i risultati del governo, come il raggiungimento di tutti gli obbiettivi fissati dal Piano di ripresa e resilienza. Missione finita? No, ci sarebbe un’agenda da completare. «Mercoledì ho rassegnato le dimissioni, dopo il venire meno della maggioranza. Il capo dello Stato le ha respinte e io ho condiviso la decisione che mi permette di spiegare a voi una scelta tanto sofferta quanto dovuta».

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Draghi parla per mezz’ora. Ricorda i successi, dalla campagna di vaccinazione al Pnrr, spiega che la settimana scorsa con la capriola di Conte si è rotto qualcosa «e non si poteva ignorarlo», così adesso invita i partiti a rinnovare gli impegni e presenta un corposo programma in 11 punti. Al primo posto il Recovery Fund e le riforme collegate, senza le quali si chiuderà il rubinetto degli aiuti della Ue. E quindi, i decreti per il codice degli appalti da licenziare entro marzo 2023, il ddl concorrenza, che contiene i dossier bollenti su taxi e concessioni balneari, che deve passare prima della pausa estiva, la delega sulla giustizia da completare nel corso dell’anno. Poi gli investimenti per ferrovie, banda larga, asili, snellimento della burocrazia. Ma c’è altra carne al fuoco. Dalla riforma fiscale all’agenda sociale, dal decreto di agosto per aiutare famiglie e imprese contro il caro energia, al taglio del cuneo, i contratti, il salario minimo, le pensioni, l’Ucraina, i rigassificatori, i medici di base.

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Insomma, ci sarebbe da lavorare. «Queste sfide richiedono un governo forte e coeso, non serve una fiducia di facciata che svanisca di fronte ai provvedimenti scomodi. Occorre un nuovo patto di sviluppo concreto e sincero: partiti, siete pronti a ricostruirlo? È una risposta che dovete a tutti gli italiani». Una ripartenza. «L’unica strada se vogliamo ancora restare insieme è ricostruire il patto con coraggio, altruismo e credibilità». E qui se la prende con chi, nella Lega e M5s, strizza l’occhio al malessere sociale. «Occorre un sostegno convinto all’azione dell’esecutivo, non il sostegno a proteste talvolta violente».

Ma prendere di petto i partiti non funziona, e infatti oltre al fronte con i grillini si apre una voragine con il centrodestra. Draghi ascolta l’intervento del capogruppo leghista Romeo, poi esce dall’aula, sente pure le parole del grillino Licheri e si prende un’ora mezzo di pausa prima della replica. Contatti, vertici, telefonate, Mattarella che chiama tutti i leader della maggioranza, abboccamenti con Silvio Berlusconi per provare a ricucire.

Quando torna alle 17,30 il premier è furente ma i giochi sono fatti. «Sarà una replica breve. Primo, ringrazio tutti quelli che mi hanno sostenuto con lealtà e partecipazione. Secondo, un’osservazione a proposito di alcune parole che avrebbero messo addirittura in discussione la natura della nostra democrazia, come se non fosse parlamentare mentre lo è, e io la rispetto e mi ci riconosco». Ma nessun passo indietro. «Il sostegno che ho visto nel Paese mi ha indotto a riproporre il patto di coalizione e sottoporlo al vostro voto. Decidete voi, nessuna richiesta di pieni poteri». E conclude chiedendo di porre la fiducia sulla risoluzione di Casini. Non va, non resta che salire al Colle. Lo farà solo dopo aver preso atto dell’esito della fiducia della Camera oggi (mentre ieri il premier ha portato il suo staff fuori a cena al Testaccio).

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