La sinistra scalfisce Macron, che perde la maggioranza assoluta. Ma sarà la destra a trarne i vantaggi

Lo strapotere presidenziale non c’è più: Emmanuel Macron ha perso la maggioranza assoluta all’assemblea nazionale. Le proiezioni del secondo turno delle legislative indicano per Ensemble 224 deputati, mentre per la navigazione sicura il presidente avrebbe bisogno di almeno 289 eletti. A Macron quindi non è bastato agitare lo spauracchio del «disordine», nel suo appello al voto pronunciato il giorno del viaggio verso l’Ucraina, né demonizzare la sinistra al pari dell’estrema destra. La sinistra ecologista, unita, mette a segno una vittoria inedita. La Nouvelle Union populaire écologique et sociale (Nupes), con Jean-Luc Mélenchon alla guida di France Insoumise, socialisti, verdi e comunisti, dopo essersi classificata in testa al primo turno per numero di voti, al ballottaggio fa incetta anche di seggi. Le proiezioni le affidano circa 150 seggi, e ora i quattro gruppi alleati si coordineranno con un “intergruppo”. Vittoria a sinistra, quindi, perché è Mélenchon a scalfire la monarchia assoluta di Macron, e perché ora il presidente dovrà conquistarsi il consenso parlamentare; il che – sperano in Francia – rivitalizzerà l’istituto parlamentare. Ma c’è anche l’altro aspetto, paradossale, di questo voto: sarà la destra ad avvantaggiarsene. Marine Le Pen non solo ha i numeri per formare un gruppo parlamentare (servono 15 deputati) ma sfiora i 90 eletti. Dopo aver messo Mélenchon sullo stesso piano «estremo» di Le Pen, ora Macron non può che guardare a destra. E ad avvantaggiarsene saranno i repubblicani, non importa quanto infragiliti.

Deboli ma cruciali

La destra moderata dei Républicains al contempo frana e diventa decisiva. I numeri raccontano il progressivo declino, chiaro con le presidenziali, e anche ora con le legislative: in questo tipo di elezioni i partiti tradizionali dovrebbero poter contare sul radicamento sui territori, invece al ballottaggio i moderati sono sorpassati in seggi dalla destra lepeniana. I 100 eletti repubblicani del 2017 sono storia lontana. Il partito si è sgretolato per effetto di due pesi: da una parte, il centrismo attrape-tout (pigliatutto) di Macron, che ha attratto a sé esponenti ed elettori repubblicani, fino ad arrogare per sé in queste elezioni il concetto stesso di forza repubblicana; dall’altra, l’estrema destra, che oltre a distrarre consensi è una tentazione – e una vocazione – per personaggi come Éric Ciotti, che ha vinto al ballottaggio con un macroniano, Graig Monetti. Valérie Pécresse, dieci anni fa ministra dei conti pubblici, ora è indebitata lei stessa – di 5 milioni di euro – perché non ha raggiunto neppure il 5 per cento necessario per i rimborsi. Ha fatto un appello alle donazioni: l’ennesimo segnale di un partito allo sbando. Ma tutto questo rende i Républicains la preda migliore per un presidente in cerca di voti in più all’assemblea nazionale. Anche senza una cornice di accordo generale, i repubblicani potrebbero voto per voto aiutare Macron a rimpolpare la sua maggioranza.

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Il pendolo a destra

Non si può fare a meno di una maggioranza parlamentare, anche quando si ritiene il negoziato politico «qualcosa che ci farà perdere tempo», come ha dichiarato Bruno Le Maire, l’inossidabile ministro dell’Economia macroniano sopravvissuto a tutti i cambi di primo ministro dell’era Macron. Il fatto è che dal 2008 le possibilità di saltare «la perdita di tempo» si riducono, e tanto. Dopo la riforma costituzionale, successiva all’ultimo caso di coabitazione, l’articolo 49.3, che consente di imporre un progetto di legge saltando il voto in aula, può essere invocato solo due volte, una per la finanziaria, e un’altra volta per sessione. Nel 2020 Édouard Philippe ha invocato il 49.3 per imporre la riforma delle pensioni. A Macron serve una maggioranza ben disposta, oltre che l’arte del compromesso, per governare a modo suo. E aver messo il fronte della sinistra ecologista sotto la categoria di «estremo» al pari della destra estrema indica chiaramente che, volendo cercare il compromesso, la candidatura naturale va alla destra dei repubblicani. Di fronte all’indisponibilità del presidente a guardare a sinistra, l’esito paradossale dell’affermazione della Nupes è che i repubblicani si ritrovano con forti poteri negoziali, seppur di per sé indeboliti. Nel frattempo l’estrema destra di Marine Le Pen si rafforza.

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Le Pen cresce

Da queste legislative esce rinvigorita su tre fronti. Il primo è il risultato in sé: l’ultima volta che l’estrema destra ha avuto abbastanza deputati (15) per avere un gruppo parlamentare, e di conseguenza tempo di parola, era la fine degli anni Ottanta, erano i tempi di Le Pen padre e della legge elettorale proporzionale. Ora Marine Le Pen avrà un gruppo, e quasi 90 eletti. L’altro successo per la leader è l’azzeramento del competitor interno: Reconquête è stata sbaragliata già al primo turno, e anche se Éric Zemmour non rinuncia alla competizione e non tornerà a scrivere commenti per Le Figaro, certo è che in parlamento non è riuscito a proiettarsi. Ultima e non trascurabile vittoria, l’ulteriore contributo alla normalizzazione regalatole dal presidente, che mutua dall’alleato Nicolas Sarkozy la strategia: nel 2011, da presidente, Sarkozy alle elezioni dipartimentali aveva sdoganato il «né con il Rassemblement, né con la sinistra». Macron, che un po’ di anni fa aveva motivato la corsa a presidente con «l’indignazione» per la crescita dell’estrema destra, ora adotta anche lui il «né, né» e diabolizza la sinistra unita, perché per lui è la principale avversaria da smantellare. Intanto Marine Le Pen si rafforza. Alle scorse presidenziali è andata meglio che in quelle del 2017, e la stessa cosa vale per le legislative. Se davvero l’obiettivo di Macron presidente era frenarne l’ascesa, è fallito miseramente.

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