L’ascesa nell’abisso di Daniele Del Giudice • Le parole e le cose²

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di Gabriele Pedullà

 

Nell’opera di Daniele Del Giudice convivono due impulsi contrapposti, due strategie conoscitive che per comodità potrebbero riassumersi nella formula, inevitabilmente arbitraria ma forse non del tutto abusiva, di cartografia verbale e di epifania sentimentale. Al lento accerchiamento delle “cose” per mezzo di una minuziosa tecnica di scomposizione e ricomposizione della “realtà” si affianca l’ipotesi di una rivelazione improvvisa, che senza alcun preavviso laceri gli arabeschi intellettuali intessuti con tanta pazienza dai personaggi dei suoi libri e giunga direttamente al nocciolo; all’assedio e alla guerra di posizione risponde il sogno di un Blitzkrieg folgorante.

 

Ogni racconto di Del Giudice può essere letto come una meditazione sul narrare, cioè sul potere e sull’impotenza della parola, dove all’esattezza del vocabolario e alla cura meticolosa delle descrizioni viene chiesto di garantire il successo di una ricerca dall’esito comunque deludente. La sconfitta è inevitabile sin dall’inizio: il senso eccederà sempre il linguaggio. Ripensata in questa chiave, l’alternativa tra narrare/capire e sentire che attraversa un romanzo come Atlante occidentale e un racconto come Dillon Bay (due testi dove è tematizzata in forma persino didascalica) potrebbe anzi addirittura emergere retrospettivamente come il vero motore dell’intera produzione narrativa di Del Giudice. È bene tuttavia essere chiari. Nonostante il sogno di strappare il velo delle apparenze (poco importa se con una lenta manovra di logoramento o con un deciso colpo a sorpresa), Del Giudice rimane uno scrittore intimamente a-epifanico o addirittura anti-epifanico. La rivelazione, quando arriva, può essere considerata tale solo a metà. Soprattutto, però, la lunga preparazione alla caccia risulta alla fine assai più soddisfacente del momento in cui la selvaggina viene infine catturata. L’inchiesta biografica non offrirà una risposta chiara all’unica domanda che assilla il protagonista (Lo stadio di Wimbledon), la mutua menzogna sarà la sola verità comunicabile (Nel museo di Reims), l’aspirazione a disfarsi della propria ombra, come in un Peter Schlemihl tecnologico, è destinata a rimanere comunque un breve intermezzo per l’aviatore (Staccando l’ombra da terra)… O meglio: alla fine giungeranno delle risposte (perché, a leggere bene, le risposte ci sono sempre), ma a domande diverse da quelle che originariamente avevano dato avvio all’indagine.

 

Nei romanzi di Del Giudice il sentire, l’epifania si declina al passato, cioè nella forma dell’assenza, perché il sentimento riesce a prendere consapevolezza di sé stesso soltanto quando è ormai tempo di prendere congedo. Per così dire, annuncia la fine: della vita, della coscienza, del racconto. Niente di strano in questo: tanto più se si considera che l’universo di Del Giudice è interamente popolato di presenze spettrali – siano essi intellettuali famosi (Bobi Bazlen), non meno celebri aviatori scomparsi in volo (Antoine de Saint-Exupéry), eminenti personaggi storici (Jean-Paul Marat) o anonime vittime incolpevoli (i passeggeri dell’Itavia 870 abbattuto a Ustica) – e che persino il deuteragonista di Atlante occidentale viene presentato sin dall’inizio in una luce un poco livida e già sepolcrale («Ma Epstein non è morto?»). In romanzi e racconti tutti così pervasi dal confronto tra le generazioni non sarà difficile scorgere, dietro a tante maschere cangianti, le molteplici incarnazioni di un’unica figura paterna: un padre, beninteso, che non induce più a nessun parricidio novecentesco e nei confronti del quale si sono ormai placate tutte le pulsioni edipiche, anche perché sin dall’inizio è dato per morto o moribondo.

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Nel cosmo di Del Giudice l’origine si è persa, o è sul punto di andare definitivamente smarrita; se non si fa qualcosa subito, non sarà più possibile raggiungerla. Questo preciso sentimento è nel suo caso anche l’effetto di una precisa condizione storica e forse un giorno i suoi libri saranno letti anzitutto come la testimonianza, sicuramente involontaria, della fine di una stagione. Exit Novecento. La sfida, ovvero la «mania», dei protagonisti dei romanzi di Del Giudice sarà allora quella di preservare ciò che rimane di un’eredità insostituibile attraverso un faticoso processo di perpetuazione della memoria. Il carattere cerimoniale delle minuziose descrizioni di Del Giudice può ricordare così addirittura un rito apotropaico per scongiurare la scomparsa degli spiriti degli antenati. Dimenticare, permettere che i ponti col passato vengano definitivamente tagliati (o, ancora peggio, che l’oggi possa saccheggiare liberamente quanto è stato e non è più senza alcun rispetto per gli uomini di ieri) viene anzi a configurarsi nelle sue pagine come il peccato più grande.

 

Solo una lettura superficialmente contenutistica degli scritti di Del Giudice ha potuto indurre i critici a scambiare uno scrittore ossessionato dal passato per un testimonial del nuovo, euforicamente proiettato verso il domani (verso la tecnologia, verso la scienza: addirittura verso la fantascienza). Nel corso della propria vita ogni individuo lascia dietro di sé innumerevoli tracce – fotografie, registrazioni audio, parole scritte, un corpo destinato a corrompersi – ed è su questo insieme di segni già in parte semicancellati che si deve esercitare la pazienza dello scrittore: la pietas di Enea nei confronti del vecchio Anchise. Tassello dopo tassello. Esattamente quello che gli scienziati fanno quando indagano le leggi dell’universo risalendo all’indietro nel tempo, al momento iniziale in cui ha avuto origine il Big Bang. E che Del Giudice prova a fare a sua volta nei propri romanzi e racconti, come fossero altrettante profezie al passato.

 

Quando si parla di uomini, l’imperativo conoscitivo si carica naturalmente anche di scottanti implicazioni morali. Lo stesso Del Giudice non ha peraltro ignorato la questione. Se, anzi, si dovesse scegliere un singolo testo per illustrare gli enormi interrogativi che pone il suo invito a serbare memoria di quanti ci hanno preceduti, ci sarebbe più di un motivo per puntare su «Com’è adesso!». In questo racconto troppo trascurato dalla critica Del Giudice mette infatti in scena un autore e un uomo «che compra storie» (un produttore televisivo?) intenti a discutere della possibilità di realizzare uno spettacolo di successo attorno alla riesumazione dei cadaveri di uomini e donne che ai loro tempi furono famosi. Il lettore rabbrividisce. Cosa potrebbe esserci di più aberrante di questo grottesco pervertimento della vis intelligendi che caratterizza i sapiens sapiens? Una lugubre caricatura delle loro aspirazioni più alte, ma anche della letteratura di Del Giudice. Per preservare le voci che vengono dal passato (in quella lotta contro il Nulla che è probabilmente il grande tema della sua narrativa) non basta infatti mettersi in ascolto, ma è necessario che i viventi imparino a mostrarsi rispettosi verso quanti li hanno preceduti. Qui ci sono regole da seguire in maniera scrupolosa. E, almeno in questo, i protocolli di ricerca della scienza non appaiono troppo diversi dai precetti della liturgia.

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La minaccia della profanazione e della violenza rimane tuttavia insita in ogni sfida conoscitiva: non a caso, per uno dei suoi primi apologeti, Francis Bacon, l’immagine più perfetta della scienza moderna sarebbe la tortura, in quanto lo sperimentatore obbliga la Natura a rivelare controvoglia i propri segreti più riposti esattamente come fanno gli inquirenti con l’interrogato a forza di frustate e giri di corda. Diversamente dalla scienza, però, in Del Giudice il primo a essere in pericolo è spesso proprio colui che conduce l’indagine: fisico delle particelle, esploratore antartico o biografo mancato che sia. Le tre figure dello scienziato, del viaggiatore e del narratore sono infatti quasi sempre intercambiabili nelle detection di Del Giudice, che invece, un poco snobisticamente, non sembra essere mai stato tentato dall’altra grande allegoria novecentesca dell’umanissimo desiderio di sapere (da Carlo Emilio Gadda a Jorge Luis Borges, da Alain Robbe-Grillet a Witold Gombrowicz, da Vladimir Nabokov ad Adolfo Bioy Casares, da Leonardo Sciascia a Georges Perec, da Friedrich Dürrenmatt a Luigi Malerba, da Peter Handke a Emilio Tadini): il romanzo giallo. Si può però immaginare anche un’altra ragione per lo scarso interesse di Del Giudice a una forma narrativa che in astratto avrebbe dovuto invece apparirgli così congeniale. Nei detective novel classici l’investigatore arriva sempre alla fine, a delitto commesso, e non corre alcun rischio (al contrario di quanto avviene nei romanzi hard boiled); raramente, o quasi mai, si trova minacciato nella sua quête per la verità; tutto si risolve in un gioco d’intelligenza al tavolino. Anche se questo è vero pure per l’attività degli scienziati, si direbbe che a Del Giudice della ricerca (in tutte le sue molteplici accezioni) interessassero invece proprio l’inquietudine e il vago, irragionevole senso di minaccia che accompagnano sempre le grandi sfide intellettuali. Un ultimo residuo di superstizione nel cuore dell’illuminismo tardonovecentesco di cui in tanti lo hanno considerato in vita un portabandiera?

 

Gli scrittori grossolani comunicano ai lettori un senso di pericolo attraverso una serie di banali stratagemmi romanzeschi; nei suoi libri un autore come Del Giudice riesce invece a conseguire lo stesso effetto unicamente per via di stile, perché nulla davvero minaccia i suoi personaggi – almeno fino a quando non succede qualcosa che improvvisamente viene a dimostrare quanto invece fossero fondate quelle apprensioni (come nell’esemplare Dillon Bay). Anche l’amore per il volo, che tanto ha contato nella vita e nell’opera di Del Giudice, va collocato d’altra parte a questo crocevia tra ansia conoscitiva e sfida alla morte, se non altro perché i suoi aviatori, ogni volta che i loro velivoli prendono quota, sanno di iniziare una consapevole ascesa nell’abisso da cui, almeno in teoria, potrebbero non tornare. Sarà per questa necessità di tematizzare il rischio che è sempre associato alla lotta per conoscenza che in nessun altro scrittore italiano del tempo di pace si incontrano così tanti militari ed ex militari come nelle sue pagine, quasi che nella società contemporanea solo i professionisti della guerra serbassero memoria del pericolo, mentre gli uomini occidentali del benestante secondo Novecento sembrano averne dimenticato l’esistenza (almeno in Europa)? Vale la pena di porsi la domanda.

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Plus ultra, bisogna andare oltre: anche quando il movimento al quale ci si riferisce è rivolto all’indietro (e potrebbe rivelarsi fatale per chi si spinge troppo lontano), il motto araldico di Del Giudice rimane questo. L’esito finale è comunque già scritto; la coscienza non è che un breve intervallo nella vita della materia, e Del Giudice non perde occasione di ricordarcelo rilanciando gli interrogativi dell’ultimo Calvino-Palomar sull’identità e sulla natura del Self. Che cosa rappresenta infatti l’alternanza di prima e terza persona che troviamo in un lungo racconto come Nel museo di Reims (forse il capolavoro di Del Giudice) se non il tentativo di collocarsi ai confini dell’io, erodendo le certezze simmetriche della narrazione oggettiva e soggettiva? Si potrebbe dire persino che, allo stesso modo in cui il protagonista di Atlante occidentale persegue l’unificazione delle teorie fisiche, facendo dialogare i quanti con le profondità stellari, Del Giudice punta nei suoi scritti più ambiziosi a una sorta di unificazione delle tecniche narrative adottando prospettive sempre più impossibili, sino a spingersi al di là dell’umano. Ecco, allora, che nei suoi libri della maturità le pagine si popolano improvvisamente di uomini-aereo (Staccando l’ombra da terra) e di corpi celesti parlanti (Come cometa), o alternano la fuga di uno scugnizzo napoletano dal camorrista al quale ha fatto uno sgarbo (raccontata alla seconda persona) con la descrizione raggelata del cimitero dove si svolge l’inseguimento (Fuga).

 

Far parlare il radicalmente non-umano era stato negli anni Sessanta il grande esperimento de Le cosmicomiche, seppure in chiave completamente diversa, giocosa e umoristica. Il Del Giudice finale muove anche da qui, ma su una nota assai più cupa. Non è tempo di fiabe, sembra dire lo scrittore romano. Ritorna però la stessa scommessa conoscitiva sull’orlo dell’abisso: che, assieme ai tentativi di offrire una credibile trasfigurazione verbale dei cinque sensi (soprattutto la vista e l’udito) e alla costante ricerca di un rinnovato dialogo tra le «due culture» – scientifica ed umanistica – rappresenta probabilmente l’eredità più forte di quel Calvino che tenne a battesimo gli esordi narrativi di Del Giudice e che, in forme diverse, sembra rivivere almeno un poco nei numerosi padri, veri o putativi, che qua e là non smettono di fare capolino nella sua opera.

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