Lavorare non conviene più. Il vero disastro dell’Italia


Mario Benedetto

Lavorare? No grazie. È la risposta che potremmo sentire non da una minoranza d’italiani bensì da una maggioranza, anche ampia. E non perché il nostro si sia trasformato in un popolo di ereditieri, ma perché la partecipazione passiva alla vita lavorativa, un vero e proprio ossimoro contemporaneo, rischia di diventare più conveniente di quella attiva. In Italia di questi tempi oltre due lavoratori su dieci guadagnano meno di 780 euro, ovvero l’importo del reddito di cittadinanza. Questo dato pone una serie di questioni, non procrastinabili, sulle politiche assistenziali che (non) servono o giovano al benessere collettivo.

Andiamo per ordine. Il lavoro, da diritto costituzionale teorico, deve necessariamente diventare diritto sostanziale acquisito. Dalle nostre parti, ancora oggi, vedersi offrire un lavoro sembra rientrare troppo spesso, infatti, non nel sostanziarsi di un diritto sacro, ma nell’elargizione di una opportunità benevolmente offerta: finché il lavoro sarà percepito come tale la nostra resta una civiltà sconfitta e animata da sentimenti di scarsa motivazione e sconforto. Specie da parte di quelle popolazione giovane che, in realtà, dovrebbe rappresentare il nostro miglior potenziale. Mentre oggi il loro scarso coinvolgimento nella vita economica e sociale, di cui è testimonianza lampante il dato di oltre il 25% di «neet» italiani, ci colloca in fondo alla classifica europea. Illuminanti a riguardo le parole di Umberto Galimberti: se il futuro non è più una promessa, viene meno la motivazione.

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Perché, dunque, studiare, darsi da fare? Ad aggravare questo atteggiamento è quell’assistenzialismo, cui spesso fanno eco altre misure molto restrittive per chi riesce, invece, a essere produttivo. Un esempio su tutti il caso delle partite Iva alle prese col regime forfettario: fino ai 65.000 sono sottoposte a tassazione anche solo del 5%, in caso di start up. Cifra che arriva fino a quintuplicarsi nel caso in cui si superi questa soglia: dunque, perché produrre di più per incassare di meno? Allora, la formazione e il lavoro devono diventare attrattive perché «possibili», gratificanti. E non disincentivate da misure che rischiano di premiare l’inerzia. È sotto gli occhi di tutti in modo innegabile. Ce lo dicono i numeri. Poi ce lo dice sempre il «buon senso» se consideriamo che, parlando con le categorie più svariate, da esercenti a dirigenti d’azienda, è univoca la denuncia delle grandi difficoltà a reperire personale. Anche con la comprovata offerta di compensi interessanti e rispettabili. È evidentemente una condizione non sostenibile, ferma restando l’esigenza di tutelare le fasce più deboli e impossibilitate. Qui arriviamo a toccare l’altro fronte delicato del «welfare».

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Non parliamo, infatti, di sottovalutare misure di sostegno alla povertà. Si tratta di apportare correttivi come quelli che il Governo è riuscito a inserire nel «dl Aiuti», con alcuni ostracismi eccessivi rispetto a una misura che pare del tutto migliorativa come il computo del «no» ai privati nei tre consentiti prima di perdere il sostegno. A chi sostiene che il reddito ha contributo a combattere la povertà, ricordiamo due aspetti: in primis, la notizia rende tutti ovviamente felici, ma con quali dispersioni è avvenuto rispetto a risorse che sarebbero potute andare, in modo più selettivo, a fasce in condizioni di reale e grave disagio? Parliamo proprio dei requisiti della misura e anche dell’annosa questione dei controlli. In seconda battuta, ricordiamo che il reddito di cittadinanza è stato concepito non solo come misura di sostegno alla povertà, ma azione di incentivo e aumento dell’occupazione: se questo non avviene, è chiaro che la misura reca con sé meccanismi da rivedere.

Andando dall’efficientamento dei centri per l’impiego alla questione di requisiti, relativi sia alla possibilità di accedere al reddito sia a quelli che ne comportano la perdita di diritto. Qui c’è una priorità da mettere in testa a tutte: il lavoro non può essere una chimera, ma deve tornare una bella possibilità. Invece di far questo, stiamo prendendo strade che lo rendono persino sconveniente e poco di «moda». Tornare a gratificare con l’impiego e il conseguente guadagno le persone significa risollevare un Paese che va incontro alle opportunità e non le schiva a braccia conserte. Un meccanismo che può tornare possibile e di moda se lavorare diventi, o torni a essere, un’attività normale e conveniente. Roba da ricchi, si spera, più che da fessi.

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