Lavoratori poveri, una persona su quattro guadagna meno del reddito di cittadinanza: i dati INPS

Il presidente dell’INPS l’11 luglio 2022 ha presentato alla Camera il XXI rapporto annuale sulle prestazioni erogate dall’Istituto. Un lavoratore su quattro ha una paga inferiore al reddito di cittadinanza, ricevendo meno di 780 euro al mese. C’è molta disuguaglianza nella distribuzione dei redditi lavorativi, un riordino della disciplina contrattuale e l’introduzione di un salario minimo potrebbero contribuire a limitare questo fenomeno.

Lavoratori poveri, una persona su quattro ha un guadagno più basso del reddito di cittadinanza.

Sono i dati della relazione del presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, tenuta l’11 luglio 2022 alla Camera in occasione del XXI rapporto annuale dell’Istituto.

Il 23 per cento dei lavoratori percepisce un salario inferiore a 780 euro al mese, considerando anche i part time. Nonostante la crescita dell’occupazione, siamo ancora lontani dall’obiettivo europeo e la crisi evidenzia disuguaglianze nella distribuzione dei redditi.

Ci sono più persone nel mondo del lavoro ma sono impegnate per un numero ridotto di ore e percepiscono retribuzioni che non permettono di vivere dignitosamente. L’eccessiva flessibilità spesso diventa precarietà o insufficienza di ore lavorate per mese.

Lavoratori poveri: una persona su quattro prende meno del reddito di cittadinanza, i dati INPS

Il presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, l’11 luglio 2022 ha presentato alla Camera la sua relazione in occasione del XXI rapporto annuale dell’Istituto.

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Dai dati relativi al mercato del lavoro emerge come una persona su quattro riceva uno stipendio più basso del reddito di cittadinanza. Il 23 per cento dei lavoratori, infatti, percepisce meno di 780 euro ogni mese, considerando anche i part time.

Il fenomeno dei lavoratori poveri è in crescita, si tratta di persone che lavorano poche ore a settimana, le quali vorrebbero lavorare di più ma non trovano opportunità adeguate.

Nonostante si stia ritornando ai livelli pre-pandemia e la ripresa occupazionale abbia fatto registrare un tasso di occupazione molto alto (toccando il livello mai registrato del 60 per cento) siamo ancora lontani dall’obiettivo europeo del 70 per cento.

Si registra un aumento delle persone che si immettono nel mercato del lavoro, ma lavorano per un numero ridotto di ore, in condizioni di instabilità e spesso percepiscono un salario che non permette di vivere una vita dignitosa.

La flessibilità eccessiva sfocia in precarietà oppure in situazioni per cui le persone si ritrovano con un numero di ore mensili lavorate insufficiente.

Solamente l’1 per cento dei lavoratori meglio retribuiti si è visto aumentare il proprio salario. I lavoratori che hanno svolto la propria mansione in modo continuativo negli ultimi 15 anni hanno salvaguardato la loro posizione, ma osservando la generalità degli occupati, la metà più povera ha perso quote di reddito tra il 2005 e 2020.

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Occupati e tasso di occupazione (Istat), gennaio 2004 - aprile 2022

Lavoratori poveri in crescita nei dati INPS: si guarda al salario minimo

Una delle questioni principali che emerge dal rapporto è la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi lavorativi. È in aumento e si ritrova in tutte le dimensioni di genere, di età, di cittadinanza e di territorio.

La causa? Il moltiplicarsi delle forme contrattuali e alla dispersione degli orari di lavoro. Solamente un quarto dei lavoratori dipendenti a termine ha ottenuto un contratto a tempo indeterminato nell’ultimo biennio. In Italia, infatti, il fenomeno della povertà lavorativa è maggiore rispetto agli altri Stati europei.

Come si legge nella relazione, un riordino della disciplina contrattuale al fianco dell’introduzione di un minimo salariale legale produrrebbe una limitazione delle disuguaglianze evidenziate. Inoltre, sarebbe più facile per l’Istituto effettuare i controlli sul rispetto dei minimi contributivi.

La direttiva dell’Unione Europea sul salario minimo si muove proprio in questa direzione e promuove l’ampliamento della copertura della contrattazione collettiva.

Una eventuale implementazione della legge introdurrebbe un minimo salariale di 9 euro lordi orari, buona parte dei lavoratori poveri guadagna un cifra inferiore.

Dall’analisi emerge che, dopo le forme contrattuali, il fattore che maggiormente spiega i differenziali nel rischio di bassa retribuzione è il settore produttivo. Ad esempio, se si osservano le retribuzioni annuali si considera come lavoratori poveri il 64 per cento del personale di alberghi e ristoranti e solamente il 5 per cento dei lavoratori del settore finanziario.

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Sarebbe opportuno intervenire a sostegno dei redditi, soprattutto quelli medio bassi. Sostanzialmente, per riprendere la conclusione del presidente INPS, c’è bisogno di più lavoro e che questo sia meglio retribuito.

INPS – XXI Relazione annuale del presidente
XXI Rapporto annuale dell’Istituto.

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