Lavoro, lavoratori e sviluppo economico. Intervista a Maurizio Sorcioni

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Le questioni che attengono al mondo del lavoro sono ancor più dirimenti che nel passato. Gli innumerevoli cambiamenti a cui stiamo andando incontro e spesso con gravi problemi per quelli che hanno un lavoro e per quelli che lo cercano invitano a riflession, analisi e proposte. Per parlare di questo ed altro abbiamo rivolto alcune domande a Maurizio Sorcioni, Responsabile della Direzione Studi e Ricerche di ANPAL Servizi SpA, la struttura operativa dell’Agenzia Nazionale delle politiche del lavoro.

Maurizio Sorcioni, laureato in Scienze Statistiche, ha ricoperto il ruolo di Responsabile del Settore Processi Formativi presso la Fondazione CENSIS. Insegna come docente a contratto al Master di secondo livello su Management dei servizi e delle politiche del lavoro presso l’Università Link Campus” di Roma. Giornalista pubblicista, è stato ideatore ed autore insieme a Romano Benini delle trasmissionie “Okkupati” e “Il posto giusto” su Rai Tre.  Autore di numerosi articoli e monografie, fra le ultime pubblicazioni il libro, scritto con Romano Benini, “Il fattore umano. Perché è il lavoro che fa l’economia e non il contrario” (Donzelli Editore, 2016).

Il mondo del lavoro sta vivendo forse una delle maggiori crisi a livello mondiale che si ricordino. Fra le cause dobbiamo annoverare senza dubbio la recessione verificatasi fra il 2007 e il 2013, seguita quasi a ruota dalla pandemia del COVID e ora dalle ombre della guerra in Ucraina le cui conseguenze sono a tutt’oggi impronosticabili. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel suo ultimo rapporto “World Employment and Social Outlook – Trends 2022” dello scorso gennaio, ci fornisce stime drammatiche sulla disoccupazione mondiale causata dall’inevitabile instabilità del quadro economico, indicando in 207 milioni i soggetti in età da lavoro in difficoltà, superando di 21 milioni il livello del 2019. Quindi, secondo lei, sostenere l’economia e il lavoro – ad esempio con politiche monetarie espansive – per supportare le imprese e l’occupazione, di conseguenza, possono rappresentare le uniche risposte idonee per limitare quantomeno la persistenza della crisi? Sono previste altre tipologie di intervento?

Romano Benini Maurizio Sorcioni Il fattore umano Perché è il lavoro che fa l’economia e non il contrario

Come ho avuto modo di illustrare nel libro scritto a quattro mani con Romano Benini è mia convinzione che sia il fattore lavoro ad alimentare lo sviluppo economico mentre non è detto il contrario. Non necessariamente la crescita economica generà maggiore e migliore occupazione.  In altre parole, per spiegare il concetto, è sufficiente pensare al confronto tra Messico e Svezia. Quale dei due paesi è da ritenersi più ricco? In termini assoluti il Messico, con una enorme dotazione di materie prime, genera un PIL superiore a quello della Svezia e negli ultimi decenni ha vissuto un imponente sviluppo economico. Ma il tasso di occupazione regolare, ossia la percentuale di lavoratori che svolge un lavoro dipendente, versa i contributi e possiede una assicurazione sociale, è pari a meno della metà di quello della Svezia. In Svezia lavora e partecipa alla formazione continua oltre il 75% della popolazione tra i 15 ed i 64 anni senza quasi distinzioni di genere. In Messico si combatte una guerra quotidiana contro la criminalità organizzata che attinge la propria forza dalla diffusa povertà. In Svezia le città sono tra le più sicure del mondo e chi investe in Svezia sa che la stabilità dell’economia svedese lo premierà. E’ del tutto evidente, ormai, che lo sviluppo sostenibile dipende dalla qualità del lavoro e dalla quantità di persone che, attraverso il lavoro regolare sostiene le spese collettive dei costosi sistemi di sicurezza sociale, dalla sanità al welfare, anche a fronte di un costo del lavoro elevato (in Svezia è più alto che da noi). Per concludere, il fattore lavoro è il più potente strumento di cui disponiamo per distribuire la ricchezza e garantire uno sviluppo sostenibile ed i paesi più sviluppati sono quelli che hanno cura e sostengono la quantità e la qualità e di lavoro. Le politiche monetarie sono essenziali ma, come stiamo vedendo proprio in questi giorni (con l’aumento dei tassi di interesse da parte della BCE a causa dell’inflazione e della drammatica guerra in Ucraina) hanno inevitabilmente un andamento ciclico. Le politiche del lavoro (nelle quali rientrano i servizi di intermediazione, la formazione professionale ed i sostegni al reddito) hanno invece una funzione “anticiclica“, nel senso che proprio durante le fasi di crisi permettono ai paesi (in Europa ad esempio ma non solo) di adeguarsi alle trasformazioni cicliche ed a quelle tecnologiche per  assorbire gli shock, incrementando gli investimenti formativi, migliorando la qualità dei servizi ai lavoratori e sostenendo economicamente le persone che non hanno lavoro, per adeguarne le competenze e permettergli quindi di rientrare rapidamente nel mercato, mantenendo elevato o facendo crescere il tasso di occupazione regolare. L’investimento sulle politiche del lavoro ed in particolare sulle cosiddette politiche attive è uno dei fattori chiave nello sviluppo quantomeno al pari delle politiche monetarie.

Fatto il punto su quella che potremmo definire la cornice macroeconomica entro la quale si sviluppano le strategie riguardanti il mondo del lavoro, vorrei illuminare il quadro della situazione italiana partendo dall’analisi delle fasce al momento più svantaggiate e cioè le donne e i giovani. Secondo i dati rilasciati dalla sottosegretaria all’economia Cecilia Guerra, il tasso di occupazione delle donne è del 18% inferiore a quello degli uomini con un livello di reddito complessivo inferiore al 25%, il che ci proietta al penultimo posto in Europa per tasso di occupazione femminile con un 52,1% stimato nel 2020. È questo un divario colmabile, anche sotto l’aspetto non marginale di una democratica parità di genere, e con quali strategie? Il PNRR in che direzione va e con quali risorse rispetto a questo macroscopico e storico squilibrio?

In Italia scontiamo storicamente tre squilibri strutturali del nostro mercato del lavoro. Innanzi tutto, il dualismo territoriale tra Nord e Sud del paese, con un Nord che in termini occupazionali è più vicino alla Baviera ed un Sud più vicino alla Grecia. La seconda questione è quella di genere. Le donne in Italia vivono due gravi condizioni di svantaggio. Partecipano meno degli uomini al lavoro ma, soprattutto, soffrono una segregazione professionale, nel senso che ancora oggi non accedono facilmente a moltissime posizioni professionali restando segregate entro un recinto ristretto di professioni. Tutto ciò avendo ormai acquisito livelli di scolarizzazione pari o superiori agli uomini.  Terza questione quella giovanile. Il tasso di occupazione tra le giovani generazioni (ad esempio tra il 20 e 34 anni) è tra i più bassi di Europa e, sempre il nostro pase, fa registrare la più elevata percentuale europea di NEET ossia giovani tra il 15 ed i 29 anni che non studiano non lavorano e non partecipano ad alcuna attività formativa. Ovviamente le tre questioni tra di loro si intrecciano e si amplificano vicendevolmente. In altre parole, una giovane donna di 25 anni di Catanzaro, disoccupata, con al più la licenza media è tra i soggetti più svantaggiati del nostro mercato del lavoro: se poi ha figli piccoli e magari è separata le sue probabilità di trovare un lavoro si riducono ulteriormente. Alle questioni del cosiddetto ritardo storico “storiche” (mezzogiorno, donne e giovani) se ne aggiunge una quarta spesso sottovalutata quella del lavoro irregolare (si tende a chiamarlo nero ma in realtà la componente “grigia” è quasi preponderante e va dal secondo lavoro ai lavoretti svolti da chi è in cassa integrazione, in NASPI o beneficia del reddito di cittadinanza (come mostrano le cronache). Secondo le stime dell’ISTAT nel 2019 più del 14,9% delle unità di lavoro necessarie a realizzare il nostro PIL è irregolare, generando un volume enorme di evasione contributiva. Ma la cosa più importante da segnalare è che tale indicatore è rimasto sostanzialmente costante dal 2004 (era al 14,3%) con punte del 15,8% nel 2015. In sostanza ben tre riforme del mercato del lavoro (Biagi, Fornero, e Jobs Act) non sembrano aver scalfito il fenomeno.
In questo contesto il nostro paese, soprattutto negli ultimi dieci anni, ha investito poco sulle politiche del lavoro ed in particolare sulla qualità del capitale umano. Tra il 2008 ed il 2019, come mostrano i dati dell’Agenzia per la coesione, gli investimenti sulla formazione professionale si sono dimezzati (-48%), e solo recentemente si è cercato di porre rimedio ai ritardi dei nostri servizi pubblici di intermediazione ed alla scarsissima dotazione di personale  Solo per dare l’idea in Italia nel 2018 i dipendenti dei servizi pubblici per il lavoro erano circa settemila contro i sessanta mila dei servizi per il lavoro francesi e dei 90 mila della Germania.
È all’interno di questo scenario che si colloca l’azione di rilancio del PNRR concordato e negoziato, punto per punto, con la Commissione Europea. Il programma, infatti, dedica uno spazio rilevante alle politiche del lavoro ed in particolare allo sviluppo delle competenze digitali e green. Tutto il programma per la voce “lavoro” è incentrato su una nuova strategia di intervento denominata GOL ossia Garanzia Occupabilità dei Lavoratori che punta a garantire a tutti i lavoratori, ed in particolare a chi beneficia di un sostegno al reddito o alle fasce più deboli, la possibilità di essere accompagnato nella ricerca di un lavoro o partecipare ad un corso di formazione. L’orizzonte temporale del Programma coincide con quello del PNRR, il quinquennio 2021/2025. Le risorse complessive sono pari a 4,4 miliardi di euro, cui si aggiungono 600 milioni per il rafforzamento dei Centri per l’impiego (di cui 400 già in essere e 200 aggiuntivi) e 600 milioni per il rafforzamento del sistema duale.
Investimenti, dunque, importantissimi, come da anni non si vedeva, soprattutto sulla formazione e lo sviluppo delle competenze e che, per altro, si aggiungeranno a quelli dei Fondi Europei del ciclo 2021- 2027. Ma attenzione! Quelle del PNNR sono risorse solo parzialmente a fondo perduto. Una parte consistente andrà restituita e concorrerà ad aumentare il nostro debito. Se gli investimenti non genereranno una crescita quantitativa e qualitativa della forza lavoro e quindi del PIL ci troveremo in una situazione ancora peggiore di quella attuale, senza risultati soddisfacenti e più con un maggior debito sulle spalle. Inoltre, non va affatto sottovalutato che la Commissione ha posto vincoli stringenti alla concessione dei finanziamenti. Occorrerà ogni anno dimostrare di aver raggiunto gli obbiettivi concordati altrimenti il finanziamento si ferma. Alla base del programma, infatti, sono state concordate delle milestone ben precise da rispettare e cioè:

  • i programmi di accompagnamento al lavoro dovranno riguardare almeno 3 milioni di beneficiari entro il 2025. Di questi, almeno il 75% dovranno essere donne, disoccupati di lunga durata, persone con disabilità, giovani under 30, lavoratori over 55;
  • dei tre milioni di partecipanti almeno 800 mila dovranno essere coinvolti in attività di formazione, di cui 300 mila per il rafforzamento delle competenze digitali;
  • entro il 2025 almeno l’80% dei CPI in ogni regione dovrà rispettare standard di qualità nelle prestazioni (livelli essenziali) ed entro 2022, almeno la metà, dovranno aver completato il Piano di rafforzamento con l’assunzione di personale qualificato  oggi solo il 27% degli operatori ha la laurea).
  • Infine, almeno 135 mila ragazzi/e in più dovranno essere inseriti all’interno del sistema di formazione duale che coniughi (sul serio) la formazione al lavoro.
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Si tratta di una sfida senza precedenti. Riuscire a garantire una “macchina” amministrativa e gestionale capace di realizzare gli obbiettivi indicati è molto difficile considerando che: A) ai fondi del PNRR si aggiungono quelli dei fondi strutturali di Next Generation UE rendendo ancora più complessa la gestione da parte delle regioni nel prossimo; B) siamo tra i paesi che hanno dimostrato, nel tempo una minore capacità di spesa dei fondi europei e  soprattutto, fatichiamo a raggiungere gli obbiettivi concordati. Nelle raccomandazioni della Commissione Europea al nostro paese non è mai mancato un forte richiamo alla nostra debolissima capacità di implementazione sia dei principi normativi sia dei programmi sul lavoro e sulla formazione.  Ovviamente, l’interrogativo che oggi si pone la maggior parte dei “tecnici” (e purtroppo solo loro) è se tutte le Regioni (che sono i soggetti attuatori [1] del programma) saranno in grado di affrontare questa enorme sfida, garantendo un processo di ammodernamento del sistema di politiche attive di cui sono titolari (servizi e formazione) per raggiugere i diversi obbiettivi regionali fissati. E non sarà sufficiente che li raggiungano solo le regioni più attrezzate. È questo il principale vincolo posto dalla Commissione. O tutte o nessuna. E per alcune regioni è come correre il gran premio con una utilitaria!

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Quella che si sta prospettando da tempo come una buia e profonda voragine nella quale una generazione di giovani rischia di essere risucchiata, è l’altra faccia preoccupante del mondo del lavoro. Preoccupa perché, a ben vedere, coinvolge la fascia di giovani dai 20 ai 35 anni mediamente e le difficoltà che incontrano abbracciano l’intero ciclo del loro sviluppo. Ci sono difficoltà per chi sta terminando l’iter di educazione superiore, non mancano problemi neanche per chi è inserito in un percorso di apprendistato e, infine, difficoltà insormontabili per chi, magari, ha terminato le precedenti esperienze e ora si affaccia alla porta d’ingresso del lavoro. La situazione è estremamente preoccupante perché sappiamo che i posti di lavoro non si creano in automatico quando il lavoratore anziano va in pensione, ma solo quando esistono le condizioni per lo sviluppo. In quest’ottica, credo sia avvertita da tempo la necessità di un calibrato intervento pubblico a livello strutturale per evitare il ritorno di decisioni agganciate al famoso concetto di “evento emergenziale”.  Lei pensa possa essere questa la strada da seguire e comunque, quali sono le misure di sostegno mirate a superare questo baratro?

Il mercato del lavoro nel nostro paese è divenuto “transizionale” nel senso che le persone in futuro saranno sempre più sottoposte a numerosi processi di transizione da un lavoro ad un altro. In Italia, come nel resto d’Europa, la permanenza media in una stessa azienda è diminuita e continua a diminuire. Ma quello che emerge dall’analisi delle transizioni è che chi combina diverse esperienze di lavoro, possiede livelli di istruzione più elevati e partecipa alla formazione continua ha molte più probabilità di accedere a contratti a tempo indeterminato. In sostanza ha più possibilità di svolgere un lavoro stabile e meglio retribuito. Sono queste le condizioni che, almeno per la platea dei giovani, danno stabilità: raggiungere almeno il diploma di istruzione secondaria superiore o una qualifica professionale; aumentare le occasioni di lavoro anche “a termine” per acquisire esperienza (inclusi tirocini e apprendistato senza abusi), partecipare alla formazione continua per poter competere in un mercato che richiede sempre più elevate competenze professionali. Non ci sono scorciatoie. Nessun welfare è sostenibile se la forza lavoro non è in grado competere culturalmente con le trasformazioni del mercato. Le giovani donne lo sanno. La percentuale di laureate ha superato quella dei coetanei maschi e grazie a ciò si è ridotto il gap e la segregazione occupazionale. Investire sulla formazione continua dei disoccupati dei lavoratori “più deboli” (soprattutto sulle competenze tecniche) e sull’ampliamento delle opportunità di acquisire una prima esperienza professionale è il principale strumento per contrastare la precarietà. I sostegni al reddito sono essenziali ma servono non a finanziare la disoccupazione ma l’occupabilità, per permettere a tutti a tutti di qualificarsi e riqualificarsi. Non occorre interrogarsi sul ” Che fare” ma sul “Come fare”.

Credo che i tre punti fin qui affrontati, al fine della loro evoluzione e sviluppo, debbano necessariamente poggiare su una base, una specie di rampa di lancio, che permetta il recupero del concetto di “cultura del lavoro”, strettamente legato in maniera indissolubile a quello di “legalità”. L’assenza di questi presupposti, vediamo spesso, conduce al consolidamento di forme distorte ed umilianti in ambito contrattuale – come non pensare ai c.d. “contratti flessibili” o allo sfruttamento dei migranti – dove le tutele vengono abbassate fino a livelli di indecenza, mentre in parallelo si assiste molte volte al prevalere della concorrenza sleale, del proliferare della corruzione sotto le forme più varie, con l’unico risultato di portare allo sbriciolamento di ogni forma di diritto dei lavoratori. Quali possono essere le iniziative, oltre quelle attualmente in corso, da mettere al più presto in campo per frenare questa deriva?

Ho già detto quanto la qualità del lavoro sia uno dei fattori chiave dello sviluppo. Ovviamente è più facile a dirsi che farsi. Chi non è d’ accordo sul fatto che il lavoro debba essere dignitoso, rispettoso dei tempi di vita e ben retribuito? Il problema non è accettare i principi ma renderli progressivamente applicabili e soprattutto sostenibili. Premesso che, come ho accennato in precedenza, la flessibilità, è un portato naturale dei mercati evoluti (il principio del mercato transizionale), il problema è quello di regolamentare tale dinamica naturale. In Europa la crescita della flessibilità richiesta dal mercato è stata accompagnata, fin dagli anni ’90, dalla introduzione di diverse forme di sostegno al reddito (indennità di disoccupazione e redditi di cittadinanza) e progressivamente dall’introduzione di forme di salario minimo proprio per impedire le degenerazioni. Un processo di ampliamento delle tutele che si accompagna però ad un aumento dei diritti/ doveri del lavoratore di partecipare alle politiche attive, ossia alla formazione ed alla ricerca attiva del lavoro.  Tale processo viene indicato come flexsecurity. Da un lato ampliare le reti di protezione sociale, dall’ altro attraverso i servizi e la formazione per aumentare l’occupabilità e ridurre le durate della disoccupazione. In Italia fatichiamo a comprendere tale approccio. Solo di recente sono stati introdotti ammortizzatori sociali di natura universalistica (la NASPI a 24 mesi è del 2015 ed il reddito di cittadinanza è del 2019) mentre siamo ancora tra i pochi paesi europei a non prevedere un salario minimo. Ma se sul versante delle tutele abbiamo colmato i ritardi sono ancora debolissime le misure per aumentare l’occupabilità. Le ragioni di questa “resistenza culturale” sono ancora legate ad una concezione centrata sulla tutela sul posto di lavoro trascurando le tutele del lavoratore nel mercato, quando cioè non lavora e si tratta di due prospettive molto diverse. Tutelare i lavoratori nel mercato significa impedire che cadano nelle trappole del lavoro nero o che vengano sfruttati con contratti part time che nascondono orari di lavoro di 10 12 ore al giorno, o che percepiscano retribuzioni orarie inferiori a dei livelli minimi. La leva delle reti di protezione è sicuramente migliorata ma il resto, cioè il sistema dei controlli e quello delle politiche attive, è ancora largamente insufficiente. È su questo terreno che occorre innovare ed è su questo che si concentrano gli investimenti del PNRR.

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Parlare di cultura del lavoro, di legalità, ci traghetta dentro la piaga aperta delle morti e degli infortuni sia sul luogo di lavoro che in itinere. Morire per lavorare o, come sembra oggi, lavorare per morire, è forse il tema sul quale le forze sociali tutte e le formazioni politiche non possono più tergiversare verso soluzioni adeguate. Cultura del lavoro, come accennavo prima, significa anche abbandonare la pratica usuale di operare restrizioni nelle spese per la protezione, la sicurezza e i controlli a vantaggio della crescita dei profitti.  Dalla sua esperienza, quali sono le mosse necessarie da porre in campo nell’immediato e a lungo termine, magari idonee anche a sollecitare una maggiore presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica e degli stessi lavoratori?

Tema centrale ma poco trattato fuori dai confini della retorica. Occorre definirne il perimetro per comprende la portata del fenomeno. Secondo i dati forniti dall’ INAIL nel 2019 (che prendiamo a riferimento come anno prima dello shock pandemico) sono stati denunciati 561 mila infortuni sul lavoro, in lieve flessione rispetto al 2018 (-0,3%). Il confronto con il 2015 (anno contraddistintosi per un calo particolarmente significativo degli infortuni) fa rilevare un aumento dell’1,1%. Più del 21% degli infortuni registrati accade “fuori dell’azienda” cioè “in occasione di lavoro con mezzo di trasporto coinvolto” e “in itinere”. I casi mortali denunciati per infortunio sul lavoro nel 2019 sono stati 1.179 – 85 in meno rispetto al 2018 e 122 in meno rispetto al 2015. Comunque, tra il 2015 ed il 2019 si osserva una riduzione dell’incidenza delle denunce di infortunio sul numero degli occupati: per il totale degli infortuni si è passati dalle 27 denunce ogni 1.000 lavoratori del 2015 alle 26,2 del 2019. Sempre rispetto all’andamento occupazionale, gli infortuni in occasione di lavoro risultano in calo nel quinquennio, viceversa quelli in itinere sono in contenuto aumento. Sebbene in estrema sintesi, è questo il perimetro fenomenologico entro nel quale osservare il fenomeno. Ovviamente il nostro paese è in ritardo rispetto ai nostri partner europei ma come confermano i dati qualche importante passo in avanti si sta facendo. Funzionano molto bene gli interventi per la formazione continua dei lavoratori sulla sicurezza. Del resto, le recenti disposizioni normative hanno reso tale formazione obbligatoria, con rilascio di certificati di qualificazione (che debbono essere posseduti dai lavoratori nelle diverse funzioni in cui svolgono la propria attività) conseguenti al superamento di veri propri test di apprendimento. Meno evoluto è il sistema informativo sugli infortuni ancora non completamente valorizzato per operare efficacemente sulla prevenzione (studi e ricerche territoriali sulle tipologie di infortunio). Anche in questo caso, comunque, il fattore culturale e quello formativo sono le leve principali su cui investire, anche per ridurre il costo delle attività di controllo. Per lo specifico degli “infortuni in itinere” non c’è dubbio che l’introduzione dello smart working nella contrattazione collettiva dovrebbe contribuire a ridurne significativamente l’incidenza.

Stefano Ferrarese                

[1] Giova ricordare che sono le regioni ad essere costituzionalmente competenti in materia di formazione professionale e di gestione dei servizi per il lavoro. Allo Stato spettano gli indirizzi, la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e la gestione dei sostegni al reddito. La Stato ha il potere sostituivo nelle regioni dove non si garantiscano i livelli essenziali delle prestazioni.

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