Le storie vere di SanPa, Luciano da Rimini: per convincermi a restare Vincenzo mi disse che dovevo dare io una mano a lui

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La voce di Luciano al telefono ha tutto il calore della Romagna, è limpida e veloce, torna con noi indietro nel tempo.
Ciao Luciano, allora quando sei entrato a San Patrignano?
Ad esser sincero non ricordo bene, ero stravolto. Sono molto emozionato in questo momento, sono cose successe 35 anni fa. Era il 1986, 87, quegli anni lì. Oggi ho 61 anni, allora ne avevo 26. Avevo fatto anche altre Comunità cattoliche ma erano state un fallimento. Con la droga non avevo fatto l’iter come molti partendo dalla canna ma con 3-4 amici inseparabili dell’epoca iniziammo subito con l’eroina e dopo una settimana eravamo già scimmiati persi.
Ho fatto un mese di disintossicazione in una clinica privata a Rimini. Mio padre era con me, come se si dovesse disintossicare anche lui. Io scappavo, come tutti quanti, facevo galera, casini, spaccio. Un giorno mio padre mi disse: ‘Andiamo su a parlare con Vincenzo’, e io: ‘Neanche morto’. Dopo tutti i tentativi già fatti ero dubbioso anche su San Patrignano. Essendo io di Rimini se ne dicevano di tutti i colori, le catene, questo, quell’altro. Ma mio padre mi portò e il primo approccio con Vincenzo fu un colpo di fulmine. Forse è stato il momento giusto. Non riesco a darmi una spiegazione ma quella persona mi fece avere fiducia in lui e diventare oggi quello che sono. Ricordo che Vincenzo mi chiese cosa volevo fare. La mia prima risposta fu: ‘Torno tra un mese’. Lui mi disse: ‘No, ho bisogno che tu mi dia una mano qua!’, e io pensai questo è matto, come posso io dare una mano a uno così? C’è da ridere ma questa è la verità. Rimasi lì. Mi mise alla Cantina e da lì è nato il mio amore per San Patrignano. Non so spiegare. Mi colpì per farmi rimanere. ‘Io voglio che tu rimani qua adesso!’. Non avevo valigie, niente, ero sicuro di tornarmene a casa, non era proprio mia intenzione andare in Comunità. Ma c’aveva visto secondo me. Perché poi son rimasto tanti anni come responsabile settore.
Sei stato sempre in Cantina?
No a quell’epoca i settori non erano così formati. Un anno in Cantina, poi ai Formaggi che oggi sono Caseificio, si andava a fare dei turni perché a nessuno piacevano i Formaggi.

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Hai visto la serie Sanpa?
Sì, l’ho vista. Io penso che nessuno possa negare i fatti che sono successi. Però secondo me c’è stato un raccontare solo il negativo. Dovrei scendere in dettagli. Avrei bisogno di trovarmi la persona davanti, guardarla in faccia e dirgli: ‘Ma cosa stai dicendo?’. Tutte le persone che hanno parlato, hanno parlato solo in funzione negativa dimenticandosi che sono state salvate da San Patrignano. La violenza non è un metodo a San Patrignano. Vincenzo te lo diceva tranquillamente appena arrivavi: ‘Tu entri, io non ti faccio andar via’. Non voglio fare il discorso pro San Patrignano. Penso di essere una persona abbastanza equilibrata. Io riassumo tutto in una cosa sola: a me San Patrignano mi ha salvato la vita. Non ci sono cavoli, mi ha salvato.
Qual è il tuo ricordo di Vincenzo?
Ho un ricordo… (si emoziona, ndr). Nel 1989 son stato molto male, premetto che non ero sieropositivo per fortuna. Ma ebbi un altro problema, mi tolsero un linfonodo, era il maggio 1989. Mi ricoverarono all’ospedale, feci più di un mese di Infettivi a Rimini, non sapevano da dove veniva questa infezione. Mi ricordo che venne Vincenzo e parlò con il professore: ‘Voglio che lo mandate a casa due o tre giorni’. E così sono stato con lui. A casa sua. Si parlò tanto.
Possiamo fare milioni di racconti negativi, ma miliardi di fatti positivi nessuno li racconta? Non vuol dire che giustifico quello che è successo, sia chiaro. Lì c’erano dei soggetti, sui quali non posso scendere nei particolari, ma ti dico che delle persone hanno approfittato letteralmente di Vincenzo Muccioli, lo puoi scrivere a caratteri cubitali. Lui era così. Lui voleva aiutare tutti. Forse questo era il suo difetto: il voler aiutare tutti. Oggi a Vincenzo vorrei dire tante cose, ma l‘unica cosa che mi viene è: ‘Non dimenticherò mai, e sarò sempre in prima linea, a difenderti.’ (silenzio, si commuove, ndr).
Gli volevi proprio bene.
Molto. Vedi, lui mi ha tirato fuori da situazioni che… Io ero morto, io ero una persona morta. Io prima di andare a San Patrignano mi sono buttato dal secondo piano di una clinica per andarmi a fare, in un’altra comunità a Faenza rubai tutte le mance sempre per andarmi a fare. Ne potrei dire tante, come tutti. Solo una persona fuori di testa fa cose del genere. Io mi sono rovinato tutto. La roba era ed è questo. È padrona di tutto e di tutti. C’è chi dice: ‘Io la gestisco, io la posso comandare’, ma si sbaglia alla grande, posso garantire. Quando uno vuole uscire dalla droga deve trovare qualcuno che lo aiuti. Il mio aiuto è stato Vincenzo Muccioli.
Come sei caduto nella droga?
Avevo i soldi in tasca, ero di famiglia benestante, mio padre era un commerciante riminese, in quegli anni si stava bene. A diciotto anni giravo con una macchina mia mentre gli altri dovevano farsela prestare dal papà. A vent’anni mio padre mi disse: ‘Se smetti (con la droga, ndr) ti compro il Ferrari!’. Ma in quel periodo nella mia testa c’era solo la droga. Se tornassi indietro non rifarei quello che ho fatto. Non per i soldi, ma per gli anni più belli della vita che ho buttato. Uno a vent’anni si deve divertire. Io ho una figlia di vent’anni e le racconto queste cose. L’ho anche portata con me a visitare San Patrignano. Le dico di divertirsi in modo intelligente, no droga, no alcol. Avere un dialogo sincero e onesto con i figli è fondamentale. Cosa che all’epoca non c’era. Non darò mai la colpa a mio padre che mi ha dato tanto. Però era più un dare sul lato economico che su quello umano. Quello che non ha capito niente sono stato io, tanti hanno fatto il contrario. Io sono stato debole.
Oggi cosa fai Luciano?
Sono cuoco, a Rimini. Ho lavorato molto fuori, ho vissuto in Brasile, poi otto anni a Cipro per un ristorante italiano. Ora sono a Rimini perché non ci si può più muovere. A 61 anni io riesco ancora a trovare un lavoro mentre ho amici che a 60 non riescono. Questa è la forza che mi ha trasmesso San Patrignano. Mai desistere. Guardare sempre avanti.
Verremo a mangiare da te allora.
Magari, se volete venire a Rimini, Lago del Marano. Solo che adesso siamo chiusi. (ride, ndr)

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