Le Storie vere di Sanpa, Manola di Jesolo: quella volta scappai e trovai Vincenzo alla sbarra, mi disse ‘Non ti tengo, scegli adesso, o la vita o la morte’


Il nostro appuntamento telefonico con Manola slitta più volte, non ha molto tempo, lavora al reparto covid di Jesolo. Quando finalmente riusciamo a sentirci veniamo conquistati dalla sua voce, dalla sua cadenza, dalla linearità e dai dettagli della sua narrazione. Non riusciamo quasi a fare domande, Manola ha tutto nella testa, rivive l’incredibile film della sua vita e noi lo guardiamo con lei. Vi consigliamo di leggere attentamente la sua storia, è un pugno nello stomaco, una lezione con un lieto fine.

Ciao Manola, raccontaci, come sei arrivata a San Patrignano?
Ciao ragazzi. Allora io vengo da una famiglia di militari, papà era un militare. Una famiglia molto benestante. Mio fratello entrò nella tossicodipendenza, frequentava compagnie un po’ bizzarre, gli piaceva lo sballo. Io ero sempre stata una ragazza modello, studiavo odontotecnico, ero la preferita di casa, l’intellettuale diciamo.
Invidiavo mio fratello. Era simpatico, gioioso, ma era visto un po’ come il poverino della famiglia. Ma rispetto a tutte le problematiche che avevo io, lui se la viveva meglio di tutti. Un giorno gli ho detto: ‘Senti Vic’, mio fratello si chiamava Vittorio, ‘io voglio provare a farmi’, e lui: ‘stai scherzando, non esiste’. 
Iniziai la prima superiore, 13-14 anni, dove stavo a scuola c’era di tutto, cocaina, pastiglie, acidi. Una sera mi fermai a studiare da una mia compagna che già ne faceva uso. E là c’era anche il vecchio tossico che ci propose una serata di cocaina. Io a parte le sigarette non conoscevo nulla. Andai a bucarmi direttamente di cocaina, iniziò l’iter, ho iniziato con la coca ma non mi piaceva tanto. 
Ti bucavi con la cocaina?
Era lo speed, un mix di eroina e cocaina, la mischiavi, avevi due sballi, partivi euforico e piano piano calava la cocaina e sentivi lo sballo dell’eroina. Non ho conosciuto canne, spinelli, niente. Sono partita direttamente col buco. Sono partita e mi sono fatta sempre di più, era un mondo che mi affascinava, mi sentivo bene.
Stavi bene con la droga, da cosa scappavi?
Ero complessata. Non ero una tipa molto euforica. Rispetto alle mie compagne ero più piccolina, avevo il seno molto più piccolo, non avevo un bellissimo sorriso, avevo la mandibola un po’ in fuori. Queste cose non mi davano autostima. Questo mi aveva portato a provare nell’eroina delle potenzialità. Sono entrata nel mondo della tossicodipendenza, della prostituzione, poi spaccio. Me ne andai di casa, mio padre fece mille tentativi per salvarmi. Mio fratello fu arrestato, con altri ragazzi aveva fatto una rapina. Venne rilasciato dopo 6 mesi e decise di entrare a San Patrignano, era il 1983-84. In Comunità fece un bellissimo percorso. Uscì benissimo, si sposò, ebbe un figlio. Io invece amavo solo quella vita con la droga.
Quando avevo 18 anni, papà si era preso in carico un ragazzo che aveva iniziato come militare, frequentava casa, mi innamorai. Insieme a lui smisi di farmi. Ebbi un bambino, mi sposai. Ma dopo che il bimbo fu nato mi tornò la voglia (di eroina, ndr), stavo ancora allattando. Inventai una scusa e a un certo punto andai a procurarmi la roba, la tirai. Smisi di allattare mio figlio. Dopo poco venne di nuovo a trovarmi l’astinenza. Mio figlio aveva 9 mesi. Lo lasciai da mia mamma. La salutai e le dissi: ‘Tienimi tu mio figlio perché Io devo andare a farmi’. Volevo solo farmi, non ho ascoltato nessuno, ho abbandonato lì mio figlio. Ho iniziato la mia vita per strada, non tornai più a casa. Trovai un’altra persona che si innamorò di me e allora smisi di andare per strada per procurarmi soldi. Iniziammo una storia, non ci mancava nulla. Soldi, moto, viaggi, vacanze. La vita dello spaccio era questa. Si vendeva a grosse quantità. Perché avrei dovuto lasciare quella vita? Avevo tutto quello che volevo. Avevo i soldi, spendevo di media 700-800.000 lire in vestiti, borse anche al giorno. Una sera ci fecero un posto di blocco, lui venne arrestato. Io mi ritrovai a fare le sue veci. Poi lo rimandarono a casa agli arresti domiciliari. Una sera tornavo a casa con un grammo di roba, gliela stavo portando, trovai un posto di blocco. Oggi li posso solo ringraziare quei carabinieri. Sono stati la mia salvezza. Mi arrestarono, fui condannata a 3 anni e 8 mesi di reclusione.
Finisti in carcere.
Si. Un giorno a colloquio venne mio fratello, stava finendo San Patrignano. Avevo appena avuto la notizia che ero sieropositiva, pesavo 38 chili. Mio fratello mi disse: ‘Ti devo portare via da qua, scrivi a Vincenzo, appena vado su gli parlo’. Lo feci, ma non perché fossi convinta, pensavo tra me: ‘Tanto sto lì un paio di mesi e poi fuggo e torno alla mia vita’. E così ho scritto a Vincenzo. Fui contattata. Mi dettero gli arresti domiciliari. Andai a casa. Mio padre mi disse: ‘Partirai a breve per San Patrignano’. Ok, e io già mi vedevo libera, per la strada, a farmi le pere. Arrivò la chiamata, partimmo, era febbraio. Il viaggio è stato Padova-Rimini. In macchina mi ero imboscata un bottiglione da 2 litri di vino, dovevo sballarmi. Mi nascondevo dietro, mi abbassavo e bevevo. Arrivai che ero già bella ‘tranquilla’, sballata, ma non di roba però. Però qualsiasi sballo andava bene.

E così arrivasti a San Patrignano.
Si, arrivai a San Patrignano, era il 1992, sono rimasta 3 anni.
Al portone trovai Giuliano e Cristina, i responsabili del settore Orto. Mi misero lì perché Giuliano è stato responsabile di mio fratello, conosceva la mia storia. La mia responsabile già mi stava sulle palle. La vedevo come una guardia che mi veniva dietro. In camera trovai altre ragazze come me. Tutti aspettavano il mio botto, pensavano: ‘Questa prima o poi sbotta, deve uscire per quello che è’.
Ed è arrivato il botto?
Sì, non ce l’ho più fatta, dopo 6 mesi stavo già scappando. Scappai dalla sala, dal salone, stavamo mangiando, noi avevamo fatto il turno come camerieri. Le ragazze mi vennero dietro per fermarmi, ma io non ne volevo sapere, volevo scappare. Quando arrivai davanti alla sbarra d’ingresso mi trovai davanti un omone, era Vincenzo. Mi guardò e mi parlò, fu molto breve: ‘Ascolta, io non ti tengo, qui non rimane nessuno con l’obbligo’. Lui era stato appena assolto dai processi. Mi disse: ‘Scegli. Adesso o mai più. O la vita o la morte’. Lui ti metteva un po’ di soggezione, era molto diretto. Eravamo 2.300, lui ci conosceva uno per uno tutti, anche se non ci aveva mai parlato personalmente. Mi fermai, accettai e gli dissi: ‘Va bene, ci provo ancora ma non ti posso garantire nulla’. Rispose: ‘Tu dimmi quando ti sei convinta di cosa cazzo vuoi dalla tua vita, ma non dirmelo adesso, adesso mi diresti solo delle cazzate’.
Tornasti alla tua vita in comunità.
Si. Avevamo la stanza sopra al teatro, venni chiusa in camera, ma non segregata, non sotto sequestro, assolutamente no. Se chiedevo di uscire mi avrebbero aperto la porta, me ne sarei andata. Con la voglia la tua testa non ragiona. È la voglia, solo la voglia. Passai un mese così, mai da sola, sempre con le ragazze. E lì iniziai a sentire i primi movimenti di pancia, i sentimenti che non conoscevo più iniziavano a venir fuori. Cominciai a piangere, erano lacrime bagnate, lacrime vere. Così nacque un’altra voglia, quella di vedere mio figlio, erano 9 anni che non lo vedevo. Tornò anche la voglia di riprendere gli studi che avevo mollato. Ci dovevo provare. Dopo un mese ho chiesto un colloquio con il mio responsabile e lui mi disse: ‘Vieni subito all’orto’. Andai e trovai il gigantone con il suo gilet seduto su una panca di legno. Gli dissi: ‘Ciao Vincenzo’, e lui mi fa: ‘Dammi un abbraccio’. Mi chiesi perché avrei dovuto abbracciarlo, ma feci bene perché quell’abbraccio mi fece venir fuori tutto quello che ero. Ricordo che in quei minuti gli dissi tutto. Gli raccontai che mi sentivo brutta, venne fuori tutto quello che mi creava insicurezza. Vincenzo mi disse: ‘Allora, hai capito cosa vuoi?’,  ‘si, voglio continuare gli studi, diplomarmi, vedere mio figlio’. Lui non mi disse sì o no, disse ‘vedremo, adesso rimboccati le maniche e cammina con le tue gambe’.
Pensa che io scendevo all’orto con gli scarponi e i pantaloni però tutta truccata. Antonietta (moglie di Muccioli, ndr) mi tolse i trucchi. Mi portarono a lavorare su me stessa, ad essere la Manola reale. E così vaffanculo ai trucchi, iniziai a non truccarmi. Poi quando mi ridiedero i trucchi…non mi truccai più. Non mi interessava, stavo bene ugualmente. 

Hai ricordi belli di quel cambiamento
Si, ricordo che ad agosto venne fatta una festa, lì si festeggiava a Ferragosto, l’apertura dei balli era di Vincenzo e Antonietta. Verso fine agosto passai con gli Studenti. Iniziai la scuola, arrivai quasi al termine, poi dopo 3 anni la finii a Padova.
Poi una domenica Vincenzo mi fece chiamare alla sbarra, e lì mi fece trovare mio figlio, mio padre, mio fratello e mia mamma. Fu la svolta della mia vita. Vidi mio figlio grande, vidi mio figlio che non mi conosceva. Mi sentivo una merda. Questo mi portò a cambiare ancora. Vincenzo mi disse: ‘Ti manca un dente, ora te lo vai a fare. I tuoi esami sono bruttissimi, stai di merda, adesso vai da Antonio Boschini’. 
Andai, feci tutti gli esami, i controlli. Lì non si pagava nulla. Ebbi il mio dente nuovo e cominciai la terapia con l’AZT (terapia per Hiv, ndr), e quando finii la comunità continuai presso il reparto Infettivi di Padova, dopo 30 anni sto ancora in terapia a Padova ma sto divinamente bene, ho superato anche un Covid. Oggi ho un lavoro dignitoso, sono stimata, rispettata. Non ho mai avuto una ricaduta né di fumo né di altro. A San Patrignano mi hanno dato quelli che chiamo ‘gli attrezzi della vita’. Mi hanno fatto conoscere i miei limiti. Vedi, io non posso dire che la roba non è buona, la roba è stata l’amore della mia vita. Solo che adesso la conosco e conosco me stessa. Oggi non direi mai: ‘Ma sì dai provo una volta’. No. Ne sto lontana, e sono passati 30 anni. E questo lo devo a Vincenzo.
Se penso a quando è morto Vincenzo mi viene da piangere. Lui è stata davvero la persona che mi ha partorito per la seconda volta. Ai suoi funerali, ho sentito la perdita forse di più di un genitore, perché il genitore ti ama, ti partorisce, mentre lui non era nessuno per noi. Lui era amore senza fine, era quell’amore pulito. 

Hai visto la serie SanPa su Netflix?
A me fanno male tutte quelle accuse, perché dopo tutti questi anni gli vanno ancora a rompere i coglioni? Cosa cercano? Noi là fuori eravamo lo scarto della società. Adesso vanno a toccare una persona che sta riposando. Non lo posso accettare, non lo accetto. Se lui fosse ancora vivo si potrebbe difendere. Adesso non può più. Non capisco perché continuare con questi cazzo di filmati. Ma allora fate vedere tutto, fate vedere noi, le vite salvate, le famiglie salvate. Io se ero in strada chi mi avrebbe aiutato? Il Sert con il metadone a mantenimento? Mio padre mi ha chiuso in stanza ma alla fine mi ha sempre aperto. Non sarebbe stato in grado di gestirmi. Vincenzo è stato in grado, ed Eravamo 2.300, mica uno o due. Vincenzo lo devono far riposare in pace. Non lo merita. Non lo merita. La serie non mi è piaciuta. Mi ha preso il nervoso e non l’ho voluta neanche finire di vedere. L’episodio c’è stato per carità, ma perché lo vai a toccare dopo tanti anni? C’è un business sotto? Mi chiedo. La motivazione qual è? 
Ci dicevi che ora lavori in un reparto Covid, dove?
All’ospedale di Jesolo.
Com’è la situazione?
Adesso la situazione si è abbastanza pacata, abbastanza sotto controllo.
Un tuo messaggio per Vincenzo?
A parte la commozione che mi sta venendo, è come se ce l’avessi davanti quel suo viso adesso. L’unica cosa che posso dirti Vincenzo è grazie, perché oggi sono una donna con la D maiuscola e una mamma con la M maiuscola. Sono una persona che ha imparato da te ad amare, ad amare me stessa e gli altri, solo tu mi hai dato quest’insegnamento. Grazie. Altro non posso aggiungere. (si commuove, ndr).
Grazie Manola, ti abbracciamo, buon lavoro, ci mandi delle foto?
Certo ve le mando.

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