Le storie vere di SanPa: Mario da Pescara, la droga mi fa schifo e Vincenzo era un ‘fregno’


Tra i primi messaggi arrivati su whatsapp c’è quello di Mario, si rende subito disponibile per una telefonata, è gentile come tutti, ha una voce profonda, parla lentamente, pensa ad ogni frase come se rivivesse i momenti.

Ciao Mario, tu eri a San Patrignano in che anni?
Si, Dal 1991 al 1994.

Allora, com’era la tua SanPa?
La mia SanPaè stata tutta una cosa bella, tutta così positiva. Avevo 26 anni, ero drogato, sono andato là con la speranza di uscire dalla droga, non sapevo come fare. Avevo già fatto vari tentativi in Abruzzo. Ero disperato. Con il loro metodo sono riuscito ad avere un ordine nella vita. Mentalmente ho iniziato a capire come mi dovevo comportare per affrontare la vita senza la droga. Due anni e mezzo di allenamento alla vita. Sono entrato che avevo 26 anni, sono uscito che avevo 28, 29 anni.

Di questi famosi spettacoli di San Patrignano cosa ricordi?
Si, li ricordo tutti. Fabio Concato, Rossana Casale, il Torino dopo che aveva perso la Coppa Uefa, vennero poco dopo che avevano giocato. L’Inter venne con la sua primavera. E poi Gad Lerner, partecipai alla sua trasmissione. Per me è stato tutto bello, io ero felice.

Cosa ricordi di Vincenzo Muccioli?
Mi ricordo il primo colloquio, si vede anche nella serie. Io ero arrivato tramite un’associazione. Vincenzo disse: ‘Allora voi siete venuti qua e io vi voglio dare una mano perché voi state chiedendo una mano, benissimo, però molti di voi a un certo punto quando tra qualche mese vi sentirete meglio inizierete a dire che state bene, che volete la vostra libertà e che volete andare. E io siccome so che è presto, non voglio che ve ne andate. Bisogna seguire il programma. E lì voi vi intestardite. E lì io cosa faccio? Vi prendo per la mano e vi strascino!’

Beh, quando sentii quella frase ricordo che pensai: ‘È proprio quello che ci vuole per uno stronzo come me. Per un drogato di merda come sono io che ha combinato un sacco di casini ci vuole per forza una persona così, che mi domini un po’, che mi sia d’esempio. Per noi che eravamo indomabili ci voleva gente così. Si, noi eravamo persone indomabili.

E tu Mario sei stato domato?
Sì, è stato semplice. Sono stato accolto bene. Mi ha seguito un ragazzo molto bravo di Viareggio, un ‘baronetto’ proprio. Io poi sono andato sempre bene. Giravo dappertutto, l’ho presa bene la cosa, ero ben motivato. Facevo il fabbro ma facevo anche assistenza ai malati di AIDS. C’erano parecchi malati. Prima lì c’era un ospedaletto, poi andavo a fare assistenza ai nostri ragazzi negli ospedali della Romagna, a Rimini, Ravenna, Cesena, anche Bologna. Li assistevo in tutto. Una cosa bella.

Il tuo lavoro però era il fabbro
Si. A San Patrignano facevo il fabbro. Eravamo cinquanta ragazzi nell’officina. Dopo un anno là, sentivo come di non aver costruito niente, così quando Vincenzo un giorno ci venne a trovare io a un certo punto mi sono fatto coraggio e gli ho detto: ‘Vincenzo io mi sento un pesce fuori dall’acqua, né carne né pesce’. Lui mi ha ascoltato e poi mi ha detto ‘Guarda fai una cosa, vai a casa a Pescara, (era d’estate) fatti un bagno anche per me e poi quando torni qua ti giri intorno (c’erano 40/50 settori lavorativi) e qualsiasi cosa vuoi fare, la puoi fare’.
E tu cosa hai fatto?
Il giorno dopo mi hanno accompagnato alla stazione di Rimini, mi sono fatto un bel cappuccino e cornetto e sono partito. Sono andato al mare allo stabilimento di mio fratello, quattro giorni. Poi sono tornato su e non me ne sono più andato dall’officina, sono tornato a fare il fabbro, perché sentivo un’unione forte con i ragazzi. Stavo bene con loro. Sono rimasto un altro anno e mezzo. Poi a un certo punto mi sono sentito pronto e ho detto al mio responsabile che volevo tornarmene a casa. Parlai con Muccioli e lui mi disse ‘Ok torna a casa ma se hai bisogno noi siamo qui per te, basta una telefonata’. Mi offrirono anche un lavoro lì in Comunità ma dissi grazie e me ne andai, mi sentivo una forza indescrivibile, non avevo una lira ma avevo tanta voglia di tornare a casa. Tornare dalla famiglia, tra le mura, tra le vie della mia città. Sono tornato e non avevo niente di niente ma avevo addosso una forza pazzesca data dall’educazione che avevo ricevuto là. Il metodo di San Patrignano è quasi infallibile se lo segui. Gli orari, l’ordine, la pulizia. Io l’ho assimilato al massimo perché avevo voglia di recuperare, è stato un volano per me, mi ha dato la strada spianata, l’ho macinata quella strada. Ero anche stato in galera cinque o sei volte ma dopo mi sono riabilitato con la giustizia. Ho recuperato tutto, tutto. Ho avuto anche la cancellazione dei reati dal casellario giudiziario. Sono diventato un’altra persona. È stato che ne so… come un miracolo. Presi il brevetto da bagnino e passai l’estate lavorando. Mi son fatto una famiglia, ho comprato casa, oggi ho una moglie e due figli.

L’hai vista la serie su Netflix?
Sì, in un pomeriggio ho visto tutto. Cosa ho pensato? Ho pensato che la serie è stata basata più sulle cose negative che sulle cose positive che sono accadute in quel luogo.

Cosa vorresti dire oggi a Vincenzo Muccioli?
Che era un fregno (figo, bello, forte simpatico ndr), che gli volevo bene, che gli voglio bene, lo abbraccerei. Ho qua una foto dove lui mi da un bacio. Vincenzo per me è stato un grande uomo. Per quello che ha fatto, per l’amore che aveva per noi giovani, per noi drogati che il mondo schifava. Io sono entrato là mi ha pulito, curato, l’educazione, ho avuto tutto. Io ero un delinquente, a Pescara nessuno puntava più su di me. La gente che mi ha rivisto dopo San Patrignano aveva pensato che ormai ero morto per come ero ridotto prima di partire. San Patrignano per me ha significato responsabilità. Ho voluto portarci anche mia figlia che ha 19 anni, quando le ho raccontato il mio passato mi ha detto: ‘Papà io voglio venire con te là’. Siamo stati due giorni ospiti. Le è piaciuto, è rimasta contenta, ha fatto amicizia con tutte le persone.

Lei ha visto la serie-tv?
Si è mia figlia che me l’ha segnalata.

Quando ti guardi dietro che pensi di quello che ti è successo?
Penso che mi fa schifo la droga. Non mi appartiene più. Mi ha portato solo guai, carcere, malattie.

L’importante è che ne sei uscito.
Sì. Ora sto bene. Io faccio il signore adesso. (sorride)

Grazie Mario per la tua storia, ci mandi qualche foto?
Si le faccio mandare da mia figlia, ne ho tante, sono bellissime.

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