Le Storie vere di Sanpa, Massimo di Rimini: chiedo scusa io a tutti coloro a cui è stato fatto del male ma sappiate che San Patrignano non era quello


Massimo, partiamo dall’inizio.
Ok. Sono di Milano, ma vivo a Rimini ormai da 40 anni, di cui 37 passati a San Patrignano. Il mio primo contatto con San Patrignano è stato nell’81, primavera 1981, avevo dei miei amici già lì e avevo visto un documentario sull’allora TeleCapodistria, addirittura in bianco e nero. Fui illuminato, era il luogo dove dovevo e volevo andare. 
Il tuo rapporto con la droga com’era iniziato?
Sono stato in tossicodipendenza circa 1 anno e mezzo, ma purtroppo, come sono solito dire, in quel periodo mi sono ritrovato giù dalla parete est del Monte Bianco, mi sono ritrovato dalle stelle alle stalle.
Iniziai con le droghe durante il militare, anni ‘78/’79. Ho cominciato con la Cannabis. Poi facevo il DJ, lavoravo in radio, in discoteca per diverso tempo. Era un mondo pioneristico ancora, non dava quelle garanzie che i genitori volevano, non era il posto fisso. Poi sono diventato operatore meccanografico e lavoravo in un Centro Elaborazione Dati, lavoravo anche di notte, facevamo i turni. Lì cominciai a fare uso di anfetamina, alcuni amici mi dissero: ‘Perché non la provi così rimani bello sveglio?’. La assumevo in diversi i modi, poi arrivai anche al buco. Poi successe che da un giorno all’altro sparì l’anfetamina dalle piazze, non la trovavi da nessuna parte. Improvvisamente c’erano solo eroina e cocaina. Nonostante la reticenza iniziò così il mio percorso di eroinomane e cocainomane. E da lì ho perso tutto. Prima di tutto la dignità, poi le amicizie importanti, poi l’affetto per la famiglia, mio padre, mia madre, la mia sorellina, non c’era più niente, contava solo la roba.
Fui messo fuori di casa, vivevo di stenti. Ricordo molte volte di essere stato senza neanche un soldo, entravo dai fornai a chiedere un pezzo di pane. Non avevo più niente per mangiare. Avevo 20-21 anni.Poi successe che per un furto mi hanno arrestato, sono andato in carcere. Fortunatamente non ci sono stato poco ma neanche molto, pochi mesi. Mi chiesi cosa ci facessi lì, in un mondo che non mi apparteneva. Ero messo malissimo, pesavo pochissimo, non riuscivo a stare in piedi. Feci sapere a mio padre e mia madre che appena fuori dal carcere avrei voluto andare a San Patrignano, e così è stato.
Com’era San Patrignano?
A San Patrignano non c’era niente, c’erano solo il fango e le roulotte. Ma c’erano un’energia e delle vibrazioni speciali che non capivo ma percepivo. Sentivo questa mancanza di pregiudizio. Sentivo tanta voglia di ascolto, ma non ascoltare per rispondere, ascoltare per capire. Mi entusiasmava, anche perché durante le varie crisi esistenziali della crescita, il mio sogno era questo. Un posto con uguaglianza, solidarietà, aiuto. San Patrignano era fango e tanto amore.
E così iniziarono ad ascoltarti per capire?
Sì, e fu una cosa speciale, avevo già fatto esperienze, in ospedale, in un’altra comunità, ma tutti fallimenti mostruosi. Avevo provato addirittura ad andare a lavorare in Libia. Quando arrivai a SanPa ero cosciente della mia mancanza di volontà, sapevo che l’astinenza si sarebbe fatta sentire, ma Vincenzo Muccioli quando mi accolse mi disse: ‘Tu entri ma scordati che domani vuoi andare via, io non ti lascerò andare’. Quella frase per me fu come un’assicurazione sulla vita. ‘Il giorno che molli io non ti lascerò andare!’. In altre parti era successo così, mi avevano lasciato andare. In realtà a San Patrignano non è mai successo perché io non me ne sono mai più andato. 
Cosa facevi?
Ho cominciato il mio percorso in Stalla con le mucche. Si lavorava parecchio, dovevamo accudirle, mungerle, molto spesso non c’era la corrente. Avevamo impianti di mungitura ancora un po’ ‘ortodossi’, saltavano in continuazione, per cui bisognava mungere a mano. Ci si dava una mano. Arrivava il camion con paglia e fieno e tutti si andava a scaricare. Tutti sapevamo di tutti. Si parlava molto. Una grande famiglia. La sera Vincenzo ci preparava questi pentoloni con acqua calda e sale dove mettevamo dentro le braccia a mollo, altrimenti il mattino dopo non ce la facevi. Ti facevano male le braccia.
Quanti eravate?
In tutto contando anche le galline forse un centinaio. (ride ndr)

Cosa ricordi di Vincenzo? Che rapporti avevi con lui?
I primi anni Vincenzo era presente tanto, giorno e notte, fisso. La mattina alle 5 me lo trovavo in stalla e si sedeva su una balla di fieno e stava lì a guardarci, ci chiedeva cose, parlavamo tanto. Vincenzo aveva una caratteristica: quando si fermava a parlare con te in quel momento tu ti sentivi al centro dell’universo, nulla era più importante di te in quel momento. Ed era in quei momenti, in quei dialoghi che lui cercava di capire quali fossero gli strumenti migliori per poterti aiutare.
Per te quali sono stati gli strumenti migliori?
Sono stati diversi, io sono sempre stato tutto sommato un bravo ragazzo. Quelli che conoscevo e sapevano del problema dicevano: ‘Chi Massimo? Non ci posso credere..’.
In realtà dentro nascondevo dei problemi profondi. Cose che poi in qualche modo mi sono portato dentro per anni e che ancora vivo, come la depressione. A San Patrignano mi venne data fiducia, quando sbagliavo mi davano iniezioni di fiducia, di bellezza, di amore. Questo mi ha permesso di guardare in faccia i problemi che avevo. Non di superarli, purtroppo ci sono cose che non riusciamo a superare, ma imparare a gestirle sì, una cosa che non ero mai riuscito a fare.
Cos’è che non riuscivi a superare?
Avevo momenti di depressione pazzeschi, vedevo tutto nero. Da una foto a colori splendida diventava improvvisamente tutto nero. Senza mezzi toni, solo bianco e nero. Mi sentivo assolutamente inadeguato a tutto, nonostante avessi anche dei talenti da poter esprimere. Questo mi aveva portato alla droga. La droga ti cancella tutto, posiziona tutta la tua vita in un parcheggio. Fino a che fa il suo effetto stai bene, poi quando passa stai peggio di prima.
Vincenzo come ha fatto a far tornare i colori?
Con pazienza, responsabilizzandomi e dandomi fiducia. I primi tempi delle volte dicevo che stavo male e me ne stavo in camera o in casetta con mia moglie. Lui mi mandava a chiamare. Io arrivavo, sempre mesto, non mentivo mai a Vincenzo. Stavo male non per la febbre ma per la depressione. E lui mi diceva ‘Domani vai a Roma perché c’è un ordine di carta da parati da fare’. Nel frattempo mi ero dato al Restauro, facevamo anche carta da parati fatta a mano. Studiando come Interior Designer. Mi dava queste bombe di fiducia.
Tu c’eri quando è morto Vincenzo?
Certo, ero ancora lì. Sono entrato nell’82 e sono rimasto dentro come volontario fino al ’99. Son sempre stato lì. Mi sono sposato, ho avuto due figli, avevo anche una casetta con mia moglie. Ci siamo sposati nell’83. Abbiamo finito gli studi universitari.
Quindi tu hai vissuto tutto, il processo delle catene, il caso Maranzano…
Sì. Mio padre fu anche testimone a favore di Vincenzo. 
San Patrignano nasce su una ricerca spirituale molto profonda da parte dei fondatori con una presenza di Cristo veramente potente. Non si è mai nominata la cosa, nessuno ci diceva che bisognava essere religiosi. C’era grande libertà da parte delle persone ma quella è un’opera benedetta dal Signore. Vincenzo riteneva che una persona prima di fare scelte importanti della vita dovesse prima maturare.
Negli anni, mi perdoni San Patrignano, c’è stata un po’ di involuzione. L’inizio era fantastico, per 3-4 anni una roba bellissima, entusiasmante. Si sentiva forte la presenza di Vincenzo, poi meno. La svolta fu il ’93, quando emerse la questione del povero Maranzano. Al quale anche se non c’è io chiedo scusa e anche a tutti i suoi parenti. Non doveva succedere una cosa del genere, però è successa, e quella non era San Patrignano. Posso assicurare che la maggior parte di noi eravamo ignari e non eravamo così. L’ultima volta che ho visto Vincenzo in piedi al battesimo di mio figlio e alla comunione di un altro, nella stessa cerimonia. Con Vincenzo non ci dicemmo neanche una parola, si fermò davanti a me, ma ci guardammo intensamente. E lì vidi la sua sofferenza. Lui secondo me si era un po’ allontanato da quello spirito iniziale.
Perché?
Perché eravamo diventati tanti, c’era stata una crescita esponenziale, Vincenzo piano piano non era più presente nei settori, perché era sempre in giro per questioni istituzionali, interviste, televisione. Si era un po’ perso nel percorso. Aveva un po’ perduto quell’incipit iniziale secondo me venuto dal cielo, da Gesù Cristo. Ma questo non è un giudizio, gli vorrò per sempre bene e lo ringrazio perché mi ha salvato la vita. Non posso dire altro.

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Hai visto la serie Netflix?
Sì, l’ho vista, mi ha angosciato abbastanza. Sono fatti che conosco non bene ma benissimo. Non mi è piaciuto il modo di esporre le cose. Già nel titolo, io ho visto solo tenebre, non luci e tenebre. Luci per niente. Tutti i ragazzi salvati, sposati, tornati in società come cellule attive non ci sono. Si è parlato solo delle tenebre. Non hanno detto falsità per quanto ne so, ma era improntato solo su quello. Cose sapute e risapute di 35-40 anni fa. Gli hanno dato un senso estremamente commerciale, con poca ricerca della verità. Lo hanno fatto per dissetare tutti coloro che amano vedere questo tipo di cose e che non hanno niente a che fare con San Patrignano.
Certe testimonianze non mi son piaciute perché quel posto è nato per dare una mano a chi aveva bisogno. Ed è ancora così. Agli inizi il posto funzionava perché non c’era pregiudizio. Se tu sbagliavi venivi ripescato. Era una cosa profondamente cristiana. C’era tanto ascolto. Nella serie Netflix non ho visto neanche un passaggio relativo a questi valori. L’unico è stato Fabio Mini. Ho sentito testimonianze gravose, pesanti. Anche di persone che purtroppo hanno anche sofferto, come Paolo Negri, al quale chiedo scusa, anche a lui. C’erano personaggi che non meritavano di aver la posizione che avevano. Fare il responsabile settore significa essere persona equilibrata ma soprattutto votata all’aiuto, alla solidarietà. Non certo persone che alzavano le mani.
Continui a scusarti, perché lo fai?
Perché San Patrignano è la mia famiglia, la mia casa. Non hanno chiesto ufficialmente scusa, sono stati fatti degli errori. Se pensi alle migliaia di ragazzi che sono passati da lì, oltre 25.000, con le caratteristiche di ognuno di loro, capirai che a livello statistico è successo il nulla rispetto a quello che sarebbe potuto succedere. Questo non giustifica che sia successo, ma almeno chiedere scusa sì, è necessario. La sento come una mancanza anche mia, perché San Patrignano è la mia casa. Mi dispiace, mi dispiace tanto.
Chi sei oggi Massimo? Com’è la tua vita?
Sono Massimo, purtroppo separato anche se sono in rapporti eccezionali con la mia ex moglie e i miei figli. Ho smesso di stare a San Patrignano nel dicembre 2018. Non ero più all’altezza di mantenere quell’impegno che lì ci vuole. Anche per una questione di responsabilità ho deciso così. Ora sono disoccupato, ho quasi 62 anni. Non è facile trovare lavoro. Ho avuto delle vicissitudini, purtroppo anche un cancro che grazie a Dio per il momento ho superato e vivo con la pensione di invalidità.
Cosa rimane dentro te di San Patrignano?
Tutto. Io sono San Patrignano. Con tutto, con i miei difetti, i miei pregi, le mie miserie, i miei talenti. Per me San Patrignano è la potenza di Dio, la capacità di avere imparato a non giudicare, ad ascoltare, per cercare di capire cosa fare per poter aiutare. Questo è ciò che ti lascia San Patrignano. E non si cancellerà mai.
Se avessi Vincenzo davanti a te oggi cosa gli diresti?
Gli direi Vincenzo basta, non fare cazzate, alimenta il lupo bianco che è in te e non in lupo nero. Tu hai salvato tanti di noi con l’aiuto anche di Dio, per cui riponi il cibo che stai dando al lupo nero. Ricomincia dal lupo bianco. Perché vince il lupo che alimenti di più.
Cos’era il lupo nero di Vincenzo?
Secondo me è stato a un certo punto un po’ il potere. Il potere era il suo lupo nero, ma non solo, anche altro che preferirei mantenere per me e per lui se non vi dispiace, perché non è bello e non mi piace parlarne.

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