Le Storie vere di Sanpa, Monica di Alba: oggi chiederei a Vincenzo se è ancora orgoglioso di me

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Chiamiamo Monica dopo aver preso appuntamento, è con suo figlio quindicenne che mentre lei ci parla schiaccia un pisolino accanto a lei. Monica ha un vissuto profondo di San Patrignano e il suo racconto è lungo, pieno di aneddoti e dettagli, è stata anche raggiunta e intervistata dagli autori della serie SanPa di Netflix, ma poi hanno deciso di non inserirla.
Ciao Monica, quanti anni hai oggi?
Oggi ne ho 55, abito in un paesino sopra Rimini, in collina.
Come è cominciato tutto?
Venivo da una famiglia molto facoltosa. Con la droga ho iniziato a 13 anni, ero molto piccola. Non se ne parlava in casa a quell’epoca. Abitavamo in un piccolo paesino, poi loro sono andati a Torino e io sono rimasta prima coi nonni e poi sono andata anch’io a Torino. Prima media, seconda media, e poi zacchete, ci sono cascata. Era diverso da adesso. Io studiavo, pensavo di coprire la situazione, i soldi li avevo, poi sono diventata un verme. I miei genitori mi hanno portato in 7 comunità, e sono scappata da tutte. Tanti hanno provato ad aiutarmi ma non è servito a niente. Finché mio papà ha avuto modo di incontrare Vincenzo. Mio padre era un uomo politico, si videro ad una conferenza e gli aveva raccontato di me. Vincenzo gli disse ‘Portamela’.
E così arrivasti a SanPa.
Si, sono entrata a San Patrignano nell’88. A quell’epoca ti accampavi lì davanti, io ero rimasta stupita da tutta quella gente là fuori quando sono arrivata, c’era anche solidarietà da parte di chi aveva le tende e aiutava gli altri senza. Poi in un bel momento Vincenzo usciva dai cancelli e diceva: ‘Tutti dentro!’. C’erano ragazzi coi genitori, da Napoli, quando finalmente si entrava era una gioia. Li vedevi entrare spaesati, con quella felicità negli occhi, perché l’avevano veramente desiderato di entrare. Io sono entrata con la belva che c’era dentro di me e piano piano si è sgretolata.
Raccontaci.
Avevo 21 anni. Sono entrata con un autista di mio padre che mi sorvegliava altrimenti sarei scappata. Mia mamma non aveva retto il colpo, non sapeva come affrontare il problema, era sempre via. Papà era molto tollerante mi aveva detto semplicemente: ‘Monica io mi fido di te però adesso è ora che tu ti metta a posto. Hai fatto la tua scelta ma è sbagliata. Io non riesco ad aiutarti, non so come fare’. Quando mi disse di San Patrignano mi è venuto un colpo, sai la voce girava, si parlava di catene quindi sono entrata in quella Comunità con un’ascia in mano, sempre sulla difensiva. Se oggi penso a me quando sono entrata a San Patrignano mi sento ridicola. Facevo tanti di quei dispetti, di sgarri alle regole. Eravamo in 500, c’erano le vie di fango tutte da asfaltare, mettevo i decolleté rossi, cercavo di provocare per vedere se riuscivo a farmi mandare via, ma niente. All’inizio ho avuto due angeli custodi maschi (responsabili, ndr), degli angeli veramente. Io facevo di tutto per essere cacciata. Una volta Vincenzo mi ha chiamato in ufficio: ‘Ho saputo che ti sei ridimensionata’, invece io avevo fatto la tattica, pensavo: ‘Faccio la buona e magari succede qualcosa’. Disse: ‘Ora ti affido a una ragazza’. E così divenni una lavandaia, andai in Lavanderia. Ce l’ho sempre nel cuore. Ho una serie di amiche che erano con me, ci raccontiamo ancora di quando cantavamo Baglioni stirando. Noi lavandaie eravamo le più quotate, le più belle, le più libere. Alla Lana invece erano come piccole suore. Allora c’era rivalità, ma era come vivere in un college americano.

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Qual era il tuo rapporto con Vincenzo?
Lui era sempre con me, io ho avuto questa vita un po’ travagliata. In comunità lui aveva capito che ero una persona ribelle ma piano piano i valori che i miei genitori mi avevano dato, sono venuti fuori. Vincenzo ti grattava via quella crosta di vita chiamiamola ‘spericolata’, come dice Vasco. Croste, cicatrici da curare nell’anima, grosse. Anche sua moglie Antonietta ci teneva moltissimo a me. 
Di cosa parlavate, che ricordi hai?
Non so ti faccio degli esempi, a Vincenzo consigliavo che la religione era importante, non solo la messa a Natale. Non che a lui interessasse molto ma l’ultimo anno prima che io andassi via fu introdotto un sacerdote, uno giusto. Vincenzo gli disse: ‘Io li curo, faccio quel che posso, ma per quel che riguarda il tuo Principale pensaci tu, io non ci vado tanto d’accordo, tu curagli l’anima’.
Vincenzo diceva: poche regole, lavoro e ascolto. Il lavoro viene dopo l’ascolto. Se un ragazzo ti chiede di parlare e state lavorando, tu smetti di lavorare, andate a fare una passeggiata e parlate finché ne avete bisogno. Nessuno guarda l’orologio.
Ci dava l’esempio. Ricordo che un giorno un ragazzo che era molto stimato, che lavorava in ufficio, parlando con alcuni e facendosi un po’ beffe della situazione andava dicendo: ‘Mi rifaccio tutti i denti gratis e poi me ne vado e buonanotte’. Infatti noi all’epoca avevamo le cure dentali gratuite per tutti, con la droga perdevi i denti. Vincenzo lo sentì, lo mandò a chiamare nel salone e gli disse: ‘Tu da adesso giri le scarpe e torni a casa’. E lui: ‘Ma non ho ancora finito di fare l’impianto ai denti!’, e Vincenzo: ‘Se non te ne vai te lo rompo!’. 
Vincenzo lo incontravi per strada con la sua mitica Jeep, con quel suo cane ‘Instant’, uno schnauzer gigante di quelli allevati al Canile che si sporgeva dal finestrino ed era cattivo come la peste. Lo incontravi sempre Vincenzo. Ho una foto in archivio bellissima, era uscita anche su Panorama, una foto di me col bambino in braccio.
Ricordo che un giorno Vincenzo mi fa una delle sue improvvisate, arriva a casa con il suo autista, quel Delogu, l’autore di tutto quel fango, perché ne ha tanto addosso lui e allora lo butta sugli altri, ah devo ricordarmi di bruciare quella sedia… (dove si è seduto, ndr). Vincenzo portava sempre abiti su misura perché era un gigante, e ricordo che mi chiese: ‘Mi puoi attaccare il bottone della giacca?’. Gliel’ho attaccato, e anche bene. Quanto ho tremato quel quarto d’ora. Non volevo mai far qualcosa di brutto. Volevo che lui fosse orgoglioso di me.
Si parla di esempi duri, di regole dure.
Ma le regole dovevano esserci! Quella è stata l’unica comunità in cui io sono rimasta solo perché non si poteva andare via! Perché per i primi otto mesi tu sei un’ameba, cerchi solo di farla pagare a chi ti ha fatto andare lì dentro! 
Cosa ricordi di queste violenze di cui si racconta?
Violenze io non ne ho viste. Se per violenze mi dici che un padre si mette davanti alla porta e dice che non esci, che tu sei disperato e lui ti dice: ‘Ti lego al termosifone ma non esci’. Per la legge è una violenza? Io sono arrivata disperata, ero 40 chili e lui mi ha salvato in questa maniera. Io le catene non le ho viste. Sono andata anche al processo, come testimonianza. 
Tu sei una testimone diretta dell’episodio del suicidio della povera Natalia.
Si, ero l’ultima che l’ha tenuta prima che si buttasse. Per me è stata una conseguenza del suo essere, era molti anni che era lì, era psicolabile, era molto seguita. Abitavamo una di fronte all’altra. Tutte ragazze, 6 persone in ogni stanza. Poi Vincenzo è riuscito a costruire un altro capannone. La conoscevo, la vedevo, non che ci passassi molto tempo.
Vi era arrivata voce di presunte violenze in cui lei era coinvolta?
Violenze assolutamente no. Sono sicura. Perché non avvenivano. Io nel tempo facevo anche l’accompagnatrice, ci vedevo ancora. Ero sempre in giro, conoscevo vita, morte e miracoli di tutti. Te lo dico proprio col cuore. Lei era seguita da una ragazza dolcissima. Io uscivo quel giorno la mattina presto alle 5:00 perché avevo il turno della colazione, ognuno di noi a rotazione faceva un turno. Io e il mio angelo che mi seguiva stavamo uscendo. Ho sentito gridare ‘Natalia!’. Lei si è messa a correre, era due stanze più in là. La signora che la seguiva cercava di acchiapparla. Io sono corsa col mio angelo, l’abbiamo tenuta in tre, lei si divincolava, mi è andata giù di testa, siamo riusciti a tenerla per le gambe, poi si è buttata in avanti. Alla fine due tenevano me e io tenevo lei per le braccia, ma non ce la facevo più. Le stringevo i polsi ma lei già era andata oltre, aveva già la spinta per andare. È stata una cosa terribile. Le altre ragazze sono corse giù a vedere, lei era viva ancora. Io mi sono affacciata dalla finestra e l’ho chiamata. Lei da terra ha girato la faccia come se mi avesse sentita e mi ha piantato due occhioni azzurri in faccia. Poi è morta, in ospedale. Era molto alto, era come buttarsi dal terzo piano.
Perché l’ha fatto?
Per la sua psicolabilità. Lì non eravamo pronti. C’era lo psicologo ma veniva una volta al mese come specialista, seguiva alcuni casi più forti, poi c’era anche l’anoressia. Persone psicolabili ce n’erano molte ma si contenevano tranquillamente nei loro settori.

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Tu hai sentito parlare di questa serie TV Netflix?
Sì, non solo. Io sono stata accreditata alla serie. La troupe è venuta qua a intervistarmi. Me l’hanno chiesto Andrea Muccioli e Red, se no non lo facevo.
Cosa dicevi nell’intervista?
Abbiamo parlato e riparlato di Maranzano (il delitto Maranzano, ndr). Ma ormai lo sanno anche le pietre. Ricordo che io ero a casa, incinta, mi sono precipitata giù incavolata come una bestia quando ho letto quella cosa, avevo perso un po’ di fiducia perché Vincenzo lo aveva detto molto dopo. Andai da lui puntando il dito e gli dissi: ‘Ma perché hai fatto questo? Perché hai tenuto nascosta questa cosa?’. In Macelleria poi erano tutti psichiatrici, galeotti. Il Baffo mi ha risposto: ‘Moni, guarda cosa sta capitando. Secondo te se io l’avessi detto due anni fa cosa sarebbe successo? Ci mangiavano vivi, esattamente come adesso’.
Era così. C’era un clima che avevamo tutti contro. Ti faccio un esempio, per un periodo dalle parti dell’entrata c’erano una pantera e una tigre, Vincenzo le aveva salvate da un circo non so. Io dovevo accompagnare in giro un giornalista dell’Unità e uno della Stampa. Quello dell’Unità guarda la pantera e dice all’altro: ‘Hai visto come è infamuccio? Prima li prende e poi li mette in gabbia’. Dissi a Vincenzo che non li avrei più accompagnati.
Che ricordo hai di Maranzano?
Uno di poche parole, aveva una napoletanità che esprimeva in tutto il suo essere, nei modi, nel parlare, molto radicato, aveva i Quartieri Spagnoli dentro. Era un tipo, era in un gruppo che dovevano stare sempre insieme. Tutte persone particolari, pochi sorrisi. Che io ricordi non andava contro le regole ma le contestava. Riceveva punizioni, tipo: ‘Non ti facciamo fare più questo tipo di lavoro, tu fai solo pulizie’.
Finché una di quelle punizioni è andata un po’ troppo male.
Io credo che abbia esasperato la situazione. Lì il problema era tutto il gruppo, tutto il settore, e quella volta il responsabile non c’era. Se c’era Alfio (responsabile Macelleria, ndr), bastava che intervenisse lui. Avevano molto rispetto di lui, magari si fermavano. Non c’era, credo fosse andato a prendere un vassoio per le persone malate, Alfio non era lì.
Si dice che ci fosse.
Possono dire che quello che vogliono. Tanto lui ormai l’hanno già condannato, non so neanche se c’è ancora, Alfio si è rifatto una vita, è tornato in Sicilia.
Credi che Vincenzo Muccioli ti abbia salvato?
Ma scherzi? Mi ha dato una seconda vita. Io ce l’ho fatta solo con lui. È riuscito anche a fare uscire il meglio che non era uscito per niente dalla prima vita, quei valori che mi aveva insegnato papà. Io arrivavo da un paesino e Torino mi sembrava il paese dei balocchi. Ho fatto tutte le scelte sbagliate, ero disinformata, io amo molto l’informazione. Andavo pure all’università ma poi mi sono laureata a cinquant’anni in Relazioni Internazionali. E ho due master. In Marketing e Comunicazione del No Profit e un altro in Comunicazione e tecniche Scolastiche con Allievi Affetti da DSA. Ho un figlio qui sotto la copertina, ha 15 anni, l’altro di 26 vive con la fidanzata.
Io appena ho avuto un figlio sono diventata cieca, durante addirittura. Vincenzo un giorno mi disse: ‘Vieni che c’è una sorpresa. Ti vuole ospitare il tuo angelo (responsabile, ndr)’, che ancora adesso è la mia migliore amica. Io sono andata a casa sua con un bimbo nelle braccia. Avevo anche preso quel maledetto virus. Ed ero anche sola perché il papà del mio bimbo non mi interessava. La mia seconda vita è stata proprio ribaltata, io ne ho avute addirittura tre di vite. Oggi sono in pensione, me lo potevo permettere essendo cieca. Sono una donna che vive al buio.
Perché non ti hanno messo nella serie?
Io l’ho capito. Perché ho detto la verità. Su tutto. Io conoscevo Maranzano, sapevo che era anche scappato. Quando poi però si è saputo tutto, io ho avuto il coraggio di andare là da Vincenzo a chiedergli spiegazioni. Io ho raccontato la verità. Ho spiegato perché Vincenzo lo ha detto solo anni dopo. 
Monica cosa diresti oggi a Vincenzo?
Oggi gli chiederei se è ancora orgoglioso di me. Non so cosa risponderebbe. Direbbe forse alla sua maniera: ‘Di quella matta?’. Farebbe così.
Grazie Monica.
Ciao grazie ragazzi.

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