Le storie vere di SanPa: Tommaso di Benevento, San Patrignano era straordinaria, non lasciatela denigrare

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Raggiungiamo Tommaso al telefono nel pomeriggio, sta per andare a lavorare in ferrovia, ha una voce brillante, ama la radio e ne fa anche una su web, il suo ricordo di San Patrignano è vivido.

Ciao Tommaso
Il mio nome è Tommaso ma tutti a Sanpa mi chiamavano Tommy.

Qual’è la tua storia?
Sono stato dipendente dall’eroina per sette anni, da quando ne avevo diciotto fino ai venticinque.
Prima di entrare in comunità ero stato cacciato di casa, vivevo per strada, oltre all’eroina prendevo anche psicofarmaci. Ero devastato mentalmente e fisicamente, pesavo poco più di 50 kg.

Sono entrato a SanPa l’11 di Aprile del 1995. Ironia della sorte sono uscito l’11 aprile del 2000. Cinque anni pieni pieni.  Ho fatto il colloquio con Vincenzo Muccioli nel teatro di SanPa, dopo tre o quattro mesi lui ha cominciato a stare male e non lo vedevamo più in giro, poi a settembre purtroppo se n’è andato. Poi c’era suo figlio Andrea. In comunità mi hanno voluto bene sin dal primo giorno, fui accolto e seguito da Michelone e poi da Luciano.

Cosa ricordi di Vincenzo?
Le sue frasi “Se decidete di andare via da qua farò di tutto pur di non farvene andare”.

C’erano episodi violenza in Comunità?
Nel periodo in cui sono stato io non ci sono stati episodi violenti, se consideriamo violenza anche magari mentre si sta a tavola tutti insieme con tante persone con gente che viene dalla strada, dalla galera e c’è un contatto fisico tra due persone che non si sopportano… be’ quello mi sembra abbastanza normale in una Comunità. Ma episodi violenti così come vengono descritti nella serie, almeno nella mia San Patrignano non sono mai esistiti. Io ti posso riportare solo la mia esperienza. 

Tu eri un caso difficile?
Purtroppo io ho avuto problemi con la mia famiglia. Avevo litigato con mio padre, eravamo arrivati anche alle mani. Ma era un altro Tommaso quello. Poi a fine novembre del ‘95 mentre sono in Comunità mio padre muore e io non ho avuto neanche il tempo per recuperare il rapporto con lui. Questa è una delle cose più brutte che mi porto ancora dentro nonostante siano passati tanti anni. Quando morì mio padre, avevo 26 anni, in Comunità caddi un po’ in una crisi depressiva, perché lì iniziavo ad essere lucido, iniziavo a vedere il quadro della mia vita, è in quei momenti che pensi a tutto il male che ti sei fatto, a tutto il tempo che hai perso da ragazzo, tutto il terreno bruciato intorno a te, tutto il male che hai fatto alla tua famiglia, iniziano a prenderti i rimorsi di coscienza. Non avevo più la possibilità di farmi vedere ‘bene’ da mio padre. Tutte queste cose mi hanno mandato in crisi e io volevo andare via dalla Comunità.

Mi portarono da Michelone, che era il mio responsabile e lui me ne disse tante: ‘Ma dove vai? Sei una testa di cazzo. A Benevento rischi di tornare di nuovo dove stavi!’ Poi sembrarono cedere e dissero ‘Vai in stanza, vatti a fare la valigia e vattene affanculo!’ (scusami il termine).

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Arrivai in stanza seguito da due ragazzi. Mentre facevo la valigia sentii la porta che veniva chiusa a chiave dietro di me. Poi la loro voce: ‘Tu da qua non te ne vai’. Ricordo che in quel momento mi prese un raptus così violento che iniziai a demolire la camera, io volevo solo andarmene e questi mi costringevano a restare. Mentre sfasciavo ogni cosa loro mi dicevano ‘Vai, spacca tutto, fai quello che vuoi, sfogati, rompi tutto!’. Ho demolito una stanza in dieci minuti praticamente. Poi mi venne una crisi di nervi e sono scoppiato a piangere. Così loro mi hanno raccolto e mi hanno portato a fare una passeggiata, mi hanno parlato. Io da quel momento in poi non ho avuto mai più dubbi o insicurezze su quello che dovevo fare in Comunità. Sono rimasto per quattro anni senza mai il barlume di dire ‘Basta me ne voglio andare!’. Meno male che quei ragazzi mi hanno chiuso quel giorno, se non lo avessero fatto io oggi non sarei quel che sono e probabilmente io e te non staremmo neanche parlando.

Tu l’hai vista la serie?
Sì, probabilmente doveva chiamarsi “Le tenebre di San Patrignano”. Per me ci sono delle cose che non andavano dette in quel modo. E’ stato un duro attacco alla figura di Muccioli. Hanno eliminato dei pezzi, volutamente perché volevano magari creare della suspance. Sono stati bravi i registi a fare questo, il loro obiettivo l’hanno raggiunto. Ma San Patrignano non è solo quello che si vede nella serie. Quello è solo un periodo di San Patrignano. San Patrignano è ben altro.

Ti faccio un esempio vicino a me. Se non erro alla quarta o quinta puntata c’è un passaggio con un tizio che lavorava al settore Restauro. Io l’ho conosciuto perché nei cinque anni che ero lì a Sanpa lui era al laboratorio di restauro. C’è un passaggio dove dice che uno dei settori punitivi era il settore della lana, il settore Tessitura per le donne. E c’era un uomo che quando si trattava di picchiare qualcuna che dava fastidio veniva sempre chiamato, quest’uomo era Michelone. E poi appare anche la fotografia di questa persona. Ebbene Michelone è stato il mio responsabile di settore per cinque lunghi anni, da quando sono entrato nel ’95 fino al 2000. Non ti nascondo che proprio stamattina spinto da queste cose dopo ben ventuno anni l’ho chiamato. Lui adesso ha 67 anni. Avevo sempre avuto il desiderio di parlargli però poi avevo perso i contatti, poi la vita, la famiglia, il lavoro, i figli, e quindi le altre cose lasciano il tempo che trovano. 

Stamattina sono riuscito a rintracciare il numero e ho finalmente chiamato Michelone. Lui è una persona eccezionale. Oggi se sono quel che sono devo solo ringraziare lui. Ok la storia che ha raccontato quel tizio potrebbe anche essere vera,  ma che prove ha per dire questo? Perché Netflix non ha chiamato anche Michelone come controparte, dicendogli ‘Guarda che c’è uno che ha detto questa cosa qui, ma è vera?’. Cioè vai in tv a dire una cosa senza una prova provata, quindi chiunque poteva andare lì e dire qualsiasi cosa. Michelone io l’ho conosciuto e gli ho creduto dal primo momento. Sapendo tutto quello che questa persona è stata per me, e tutto quello che ha fatto per me, un po’ mi dispiace.

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Ti sei fatto un’idea?
Lui non mi ha mai parlato di questa cosa qua. Sapevo che era perito meccanico e che quindi spesso andava alla Tessitura con un altro ragazzo a riparare i telai. Ma da qui a dire che lui era uno che picchiava, ne passa. Io l’ho conosciuto bene e faccio fatica a credere a una cosa del genere. Oggi Michelone è una persona che sta fuori da San Patrignano dal 2004, è sposato, ha una famiglia, ha due figli. Lui non ha mai avuto a che fare con la droga. Era lì come volontario, era un amico di Vincenzo. 

Che lavoro fai oggi?
Io sono un capotreno, anche se la mia vecchia passione è sempre la radio, i miei colleghi mi prendono in giro dicono che io come secondo lavoro faccio il ferroviere. Ho una webradio, sono giornalista pubblicista, ho anche una testata giornalistica legata alla radio. Ma dal 2006 il mio primo lavoro è il capotreno. 

A San Patrignano ero all’ufficio tecnico, ho fatto un corso di operatore CAD, e quando sono uscito il primo lavoro lavoro è stato in uno studio di ingegneria, grazie a quello che avevo imparato a San Patrignano. Sono stato anche grafico pubblicitario, ho lavorato in una tipografia, poi prima di sposarmi ho vinto il concorso in Ferrovie e adesso faccio il capotreno. Ho 2 bambini, ho una moglie. La mia vita me la sono ripresa alla grande, ho avuto grandi soddisfazioni e  ho voluto ricominciare proprio da dove l’avevo interrotta, in un piccolo paese in provincia di Benevento. Non è stato facile. Dopo cinque anni non ti aspetta più nessuno, la gente torna a fare la sua vita e tu rimani solo. Devi avere le spalle grosse. Ricordo che Michelone diceva sempre ‘Qua state facendo allenamento come in una palestra, quando uscite vi servirà una corazza addosso’. E così è stato. Oggi quelle stesse persone che dicevano all’epoca ai propri figli: ‘Non andare con quello, perché quello ti porta sulla cattiva strada’, (e quello ero io e avevano ragione), oggi invece tanti genitori mi prendono come esempio. Dicono ai propri figli: ‘Guardate Tommaso’.

Tu i personaggi della serie li conoscevi?
Qualcuno si,Fabio Cantelli me lo ricordo perché anche dopo la morte di Vincenzo ogni tanto veniva a farsi un giro, non lo so…a farsi i cazzi suoi, di vista lo conoscevo. Non l’ho conosciuto di persona.

Gli spettacoli li ricordi?
Tanti. Una volta venne anche La Vita in Diretta e intervistarono me. Poi un grande spettacolo lungo che si chiamava “Tutti i colori o del cielo o dell’arcobaleno” il cui direttore artistico se non sbaglio era Lucio Dalla. Vennero un sacco di cantanti, personaggi illustri. Renato Zero, i Nomadi. Quasi sicuramente Presentava Red Ronnie. Renato Zero era molto amico di San Patrignano. I Nomadi hanno fatto due concerti nel PalaSport di SanPa. Io c’ero sempre.

Il tuo messaggio per Vincenzo?
Vincenzo è stato un grande uomo e un grande pioniere. Si è lanciato in una cosa probabilmente più grande di lui. All’epoca istituzioni e anche la chiesa se vogliamo erano incuranti davanti al problema della tossicodipendenza. Lui ha avuto un coraggio enorme a iniziare questa cosa, all’oscuro di tutto. C’è anche un passaggio della serie in cui lui dice ‘Le regole le decidevamo insieme’. Anche lui in tante circostanze non sapeva come comportarsi. Ti faccio un esempio, all’inizio i ragazzi il sabato uscivano e andavano a ballare. E proprio loro dissero ‘Vincenzo non ci fare andare, perché se andiamo a ballare ci droghiamo tutti!’. Anche lui imparava. Ma non si è mai perso d’animo. Ha cercato di capire sempre di più la psicologia del tossicodipendente. Il suo unico obiettivo era quello di salvarti la vita. Lui provava soddisfazione nel salvarti la vita. Oggi siamo in un mondo molto più democratico. Oggi i diritti umani vengono rispettati al 90% se vogliamo. Non dimentichiamo che gli anni ottanta venivano fuori anche dagli anni di piombo. Arrivavano i violenti , gente fuori di testa. Ci doveva essere un sistema anche un po’ duro per cercare di mantenere queste persone. Oggi il tossicodipendente è il fighetto figlio di papà che in mezzo alla strada non lo riconosci nemmeno. Noi venivamo subito identificati come tossici per l’abbigliamento, per il modo di fare, tutto. Oggi il tossico è uno che si confonde tranquillamente tra la gente. A Muccioli non gli condanno niente. Grazie a questa cosa che lui ha creato, io oggi sono vivo. Oggi mi sono fatto una posizione, una famiglia, sto bene.

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Grazie Tommaso
Vi ringrazio perché state facendo un bel lavoro, è importante che SanPa non venga denigrato da una serie tv, San Patrignano è qualcosa di straordinario. Non ti nascondo che spesso mi viene voglia di tornarci anche per farlo vedere ai miei figli, ma non ci torno per un solo motivo: perché la mia gente non c’è più. Non potrei riabbracciare nessuno, quindi non ha senso. È cambiato tutto, non è lo stesso posto che ho lasciato. Voglio tenermi qui nel cuore il ricordo della San Patrignano che ho vissuto, e che mi ha salvato. 

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