le teste di cuoio dei carabinieri che catturano boss latitanti, rapitori e terroristi- Corriere.it


Intervengono quando tutto sembra perso, quando le altre forze di polizia non sono più in grado di intervenire: sono gli uomini del Gruppo di intervento speciale (Gis) dei carabinieri. Segno distintivo? Il mefisto perennemente calato sul volto per non farsi riconoscere. Sono le «teste di cuoio» che vengono impiegate per azioni speciali, a elevato rischio, come la riassunzione del controllo di obiettivi strategici caduti nelle mani di terroristi e poi il loro l’arresto; il fermo di pericolosi mafiosi latitanti e la liberazione di ostaggi che vanno salvati non mettendo a repentaglio la loro incolumità. Per questo, il loro «pane quotidiano» è saltare su treni in corsa, fare irruzione in aerei, navi o edifici con alto rischio di radiazioni nucleari, batteriologici o chimici. Operazioni risolutive condotte con rapidità da record perché sono preparate con scrupolo maniacale in modo che ogni militare sappia esattamente quale compito deve portare a termine. La coralità d’azione è proprio uno dei segreti di questa élite delle forze armate e, del resto, il loro motto è In singuli virtute aciei vis (Nella virtù del singolo trae la forza il gruppo). Al Gis il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto conferire la bandiera di guerra che rappresenta il massimo simbolo militare dell’onore, delle tradizioni, della storia delle forze armate e del ricordo dei caduti. Il Corpo o il reparto che riceve questo riconoscimento lo conserva per tutta la sua vita operativa, sia in tempo di pace sia di guerra, e ha l’obbligo di difenderlo a costo anche della vita. La bandiera ha anche un forte significato simbolico: da oggi in poi ogni nuovo militare presterà il giuramento davanti a essa. La cerimonia di consegna è avvenuta a Livorno, dove è di stanza il Gis, ed è stato un giorno di grande festa alla presenza del comandante generale dell’Arma, Giovanni Nistri.

La motivazione

La motivazione del Quirinale recita tra l’altro: «L’eccezionale professionalità dimostrata nella pianificazione e nella condotta di complesse e rischiose missioni nei singoli teatri operativi, anche a supporto delle istituzioni e delle forze di sicurezza locali, consentivano di catturare pericolosi ricercati e di trarre in salvo, con mirate azioni, connazionali e cittadini stranieri esposti a incombenti e gravissimi pericoli. L’instancabile e meritorio impegno, riconosciuto in condizionatamente dalla comunità internazionale, rendeva testimonianza dell’ammirevole tenacia e della straordinaria capacità del reparto, rafforzando il prestigio delle Forze Armate italiane e della nazione». Una fama che oramai è diventata leggendaria tanto che anche il regista premio Oscar, Ron Howard, nel film campione d’incassi «Angeli e demoni» ha voluto delle scene in cui il Gis compiva un blitz dentro Castel Sant’Angelo per trovare una bomba.

La fondazione

Sul finire degli anni Settanta, l’idea di istituire anche in Italia un reparto speciale d’élite venne a un grande esperto di forze militari: l’allora ministro dell’Interno, Francesco Cossiga che aveva visitato quelli di numerosi Paesi europei. Lo scenario europeo era in ebollizione: alle Olimpiadi di Monaco i terroristi avevano fatto una strage. In Italia, le Brigate rosse avevano ucciso il leader Dc, Aldo Moro. Il governo ascolta il futuro presidente della Repubblica e decide che è venuto il momento di creare delle forze speciali in grado di intervenire in casi estremi. Così il ministero della Difesa rese disponibili alcuni reparti dell’Esercito e della Marina: l’allora 9° Battaglione d’assalto paracadutisti «Col Moschin» (oggi elevato a reggimento) e il Combusin con il gruppo operativo incursori mentre i carabinieri dettero la disponibilità del Gruppo d’intervento speciale tratto dal 1° battaglione paracadutisti. L’esordio ufficiale avvenne il 6 febbraio del 1978 e il Gis fu posto alle dipendenze dell’Arma. Sino al 1984, si alternò con gli incursori dell’Esercito e della Marina per assicurare le unità d’intervento speciale. Da allora il mondo è cambiato, i teatri operativi sono diversi e, per questo, dal 1994 è stato ampliato il suo raggio d’azione anche a operazioni finalizzate alla cattura di latitanti di spicco, operazioni antidroga e in missioni internazionali per il mantenimento della pace.

Il battesimo di fuoco

Il motivo è semplice: sin dal suo esordio ogni impiego è stato un successo. Il «battesimo di fuoco» avvenne il 30 dicembre 1980 con l’irruzione nel carcere di Trani, dove era in corso una pericolosa rivolta di 98 detenuti, molti dei quali appartenenti alle Brigate Rosse e ad altre organizzazioni terroristiche. I 18 agenti di custodia erano tutti stati presi in ostaggio. Il Gis riuscì a far irruzione nella struttura grazie a tre elicotteri e, in poco tempo, riprese il controllo grazie a ordigni paralizzanti e cariche esplosive al plastico. Ci furono numerosi conflitti a fuoco ma, grazie alla loro preparazione, non ci furono vittime. Altre operazioni da manuale sono state la liberazione a Reggio Calabria, nel dicembre del 1989, del rapito Cesare Casella. Riuscirono anche ad arrestare il latitante capobanda Giuseppe Strangio. Nel 1990 riuscirono a liberare a Santa Margherita Ligure, nel Genovese, Patrizia Tacchella, una bambina sequestrata. Neanche a dirlo riuscirono a fermare anche tutti i carcerieri. Non si contano i latitanti, presenti nella lista dei 30 più pericolosi d’Italia stilata via via dal ministero dell’Interno. Si va dagli arrestati eccellenti fra cui i boss mafiosi Gerlandino Messina, a Favara nell’Agrigentino, oppure Calogero Mignacca imprendibile «primula rossa» della cosca di Tortorici, nel Messinese. Per cinque anni dell’uomo condannato all’ergastolo non si era più saputo nulla di lui ma non aveva fatto i conti con il Gis che lo ha ammanettato in un covo nelle campagne di Lentini. Sono il terrore anche degli ‘ndranghetisti che spesso si trovino in bunker sotterranei a cui si accede solo attraverso angusti pertugi. Hanno acciuffato a Reggio Calabria l’ergastolano Ernesto Fazzalari, catturato dopo 20 anni di latitanza: era considerato lo ‘ndranghetista più pericoloso d’Italia, secondo Boss secondo nella lista dei ricercati solo dietro al mafioso Matteo Messina Denaro. I Gis sono una spina nel fianco delle ‘ndrine dai Cesarano ai Barbaro passando per i Bellocco spesso ci sono loro dietro la fine delle loro latitanze. Però, i militari intervengono anche in caso di evasioni da film come quella nel 2014 dell’ergastolano Mimmo Cutrì, nei pressi del Tribunale di Gallarate. Dopo una settimana, insieme al supporto degli uomini del Ros di Milano, lo bloccarono con il suo vivandiere a Inveruno, nel Milanese. In meno di cinque minuti tutte le vie d’accesso all’appartamento furono sbarrate, fu sfondata la porta e, grazie a nuvole di gas stordente, furono arrestati senza che Cutrì si potesse rendere conto di essere in trappola e potesse usare la pistola che teneva con il colpo in canna. Qualche anno fa a largo di Alicudi, hanno impiegato cinque secondi per calarsi da un elicottero su un mercantile in fuga. In una manciata di minuti, hanno bloccato l’equipaggio e arrestato i trafficanti che viaggiavano a bordo con un grande carico di droga. Operazioni che compiono con indossando equipaggiamenti che magari pesano una trentina di chili fra tuta operativa ignifuga di colore blu scuro, guanti mefisto calzature particolari, rinforzi (ginocchiere e gomitiere), elmetti in Kevlar con visiera, giubbotti antiproiettile e maschere antigas. Alle volte poi ci sono paracadute a profilo alare per infiltrazioni occulte, equipaggiamenti per le immersioni e assalti anfibi, materiali per le discese operative da elicotteri, pareti rocciose ed edifici, visori notturni e telecamere termiche, utilizzati in condizioni critiche di visibilità, svariati tipi di scale, scudi antiproiettile di diverse dimensioni e caratteristiche balistiche. Le comunicazioni radio sono assicurate da apparati ricetrasmittenti criptati e da una maglia radio interna, nonché da apparati satellitari per la trasmissione di dati ed immagini. Dal mix fra armamento, preparazione, versatilità, fantasia e freddezza sono nati i colpi assestati anche all’eversione internazionale fra cui l’arresto di tre affiliati all’Isis che a Venezia erano pronti a compiere un attentato suicida con esplosivo sul Ponte di Rialto. Non hanno neanche fatto in tempo di realizzare di essere sotto la loro mira che si sono trovati ammanettati.

Le fasi d’intervento

Il Gis del resto è in grado d’intervenire 24 ore su 24 in ogni parte d’Italia. L’attività di solito è divisa in sei fasi: dopo l’allarme, ordinato dalla sala operativa del comando generale dei Carabinieri immediatamente è pronto un primo gruppo di militari. Poi, entro tre ore, si attiva una seconda parte mentre l’intero reparto è a lavoro entro massimo 24 ore. Il trasferimento in zona d’impiego viene effettuato a seconda delle distanze o con autovetture veloci e speciali o con elicotteri dell’Elinucleo Carabinieri di Pisa oppure con aerei della 46a Aerobrigata sempre di Pisa.

L’addestramento

Per ottenere questi risultati l’addestramento, nel corso degli anni, è molto cambiato ed è più concentrato nel combattere in scenari urbani, con persone che sparano e fuggono, che si muovono fra la gente. Bisogna avere massimo 30 anni, si accede su base volontaria ma la selezione è severissima. Intanto bisogna prima appartenere a un reggimento d’eccellenza come quello dei paracadutisti del «Tuscania» — dove già solo il 30 per cento dei candidati riesce a farne parte — poi avere ottimi precedenti disciplinari e specifiche esperienze in operazioni condotte all’estero. Quindi bisogna superare approfondite visite mediche e valutazioni psico-attitudinali per capire se si è dotati di straordinarie capacità psico-fisiche in situazioni di assoluta emergenza. In media solo il 18 per cento dei candidati riesce a essere ammesso al «Corso basico per operatore del Gis con brevetto militare di Incursore». Qui si imparano numerose tecniche fra cui quelle di lotta corpo a corpo; di utilizzo di armi ed esplosivi; di discesa rapida da elicotteri e pareti; tecniche di irruzione e rastrellamento in edifici; impiego di materiali ed equipaggiamenti speciali; di intervento su particolari obiettivi come aerei, treni, autobus, navi e di «medicina tattica e d’urgenza». Solo chi supera questo primo corso può accedere a quelli di specializzazione come quelli di paracadutismo e di caduta libera; di tiratore scelto o di tiro operativo avanzato per poter colpire obiettivi in movimento e in presenza di ostaggi; di combattimento avanzato negli abitati; di guida veloce; di guida di battelli operativi, di sci e roccia avanzati o di lingue straniere. Le esercitazioni avvengono su vecchi pullman e su carrozze ferroviarie dove simulano l’assalto a terroristi che tengono dei rapiti sotto tiro. Devono riuscire a liberarli senza ferire nessuna vittima nel più breve tempo possibile. Quando nessuno li vede, si esercitano a intervenire sulle piste degli aeroporti dove, per esempio, studiano come cambiano le traiettorie delle pallottole quando impattano sui finestrini spessi dei velivoli. Del resto con i loro armamenti di precisione sono in grado di centrare una moneta da un euro da molte decine di metri. Si allenano a immobilizzare nel giro di tre secondi un terrorista che minaccia di farsi saltare in aria o come far cadere una parete decidendo dove far cadere i calcinacci: così da non ferirsi. Usano esplosivi non in commercio.

L’obiettivo

L’obiettivo di questo duro e articolato percorso addestrativo, di solito lungo circa un anno, è quello di formare personale particolarmente selezionato, flessibile, adattabile ad ogni contesto operativo, capace di distinguersi per tecnica, lucidità ed equilibrio, specialmente nelle operazioni speciali sempre molto complesse e ad alto rischio. Una volta entrati nel Gis la formazione è quotidiana e per affinare, perfezionare ed aggiornare continuamente gli operatori sulle tecniche e i materiali speciali vengono svolti frequenti scambi addestrativi con alcune delle migliori unità speciali esistenti al mondo dal 22° Reggimento Sas del Regno Unito al Gsg9 tedesco passando per il Gign francese e l’Fbi statunitense.

I negoziatori

Tra gli ultimi compiti ricevuti dal Gis c’è anche quello di avere al suo interno un nucleo di negoziatori altamente specializzato per la risoluzione non conflittuale di crisi soprattutto in presenza di ostaggi, anche in caso di terrorismo. Questo personale cura pure la formazione e l’addestramento di tutti i militari dell’Arma che hanno l’incarico di negoziatore di primo livello e sono il loro punto di riferimento quando operano sul campo. Un esempio su tutti è stato il caso della presa di ostaggi all’ufficio postale di Pieve Modolena, nel Reggiano, nel novembre 2018 da parte di Francesco Amato, un condannato nel maxi processo di ‘ndrangheta Aemilia. L’uomo, armato di coltello, minacciava le vittime ma l’ufficio aveva porte e finestre blindate. Determinante è stato proprio il negoziatore che, dopo sette ore, è riuscito a convincere il rapitore ad arrendersi prima dell’irruzione. Una delle tante missioni targate Gis ma una miriade — spesso le più pericolose — restano segrete come il viso di questi uomini che rifuggono l’idea di essere accostati a cinematografici Rambo. I muscoli sono secondari rispetto all’intelligenza e al sangue freddo. Prima di intervenire, del resto, non fanno flessioni ma si concentrano insieme in un attimo di raccoglimento, di riflessione, come se fosse un esame di coscienza collettivo. Attimi non scevri dalla massima tensione e un pizzico di paura perché sanno cosa li attende. Però quando ricevono il comando dell’incursione, la mente si svuota e individuano il bersaglio e lo neutralizzano: spesso in poche frazioni di secondo.

27 ottobre 2020 (modifica il 27 ottobre 2020 | 11:03)

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