L’effetto-Trump, le censure dei grandi Social e la preparazione della democrazia a senso unico


Anomalie magnetiche. Chi spende la sua vita nei social si è accorto di sconcertanti coincidenze, implacabilmente a senso unico: follower evaporati, contenuti bloccati, pensieri e parole irreperibili, nei casi più gravi il profilo sospeso o direttamente cancellato, modello Donald Trump. Come se una misteriosa attrazione risucchiasse parte di te, e non piccola parte, nell’imbuto dell’oblio. Per molti, ma non per tutti: succede a quanti venga attribuito il marchio del dissidente: conservatori, “sovranisti”, “negazionisti”, “novax”, e le virgolette sono quanto mai obbligatorie perchè trattasi di valutazioni a monte, molto spesso arbitrarie, contro le quali è inutile protestare. Il social più scatenato risulta Twitter, che amputa e decapita senza pietà; altri, come Facebook, come Instagram, che sono della stessa premiata ditta, si concedono boicottaggi forse meno eclatanti, ma non meno devastanti. 

Lo chiamano effetto-Trump. Ma l’ormai ex presidente degli Stati Uniti non è un caso limite, è solo la punta di un iceberg immenso come il mondo. Il che delizia i commentatori più zelanti e più miopi, convinti di maneggiare la fiaccola della libertà, della verità e del pensiero giusto e indiscutibile: non si avvedono, o non gli importa, che una censura così drastica e così estesa finisce, a lungo andare, per avvolgersi in se stessa, stritolando anche loro.

I fanatici, si sa, non vanno per il sottile, la loro sensibilità è per definizione faziosa, di grana grossa, duttile, adattabile alla bisogna: hanno sostenuto per un abbondante ventennio che la Rete, e quindi i social che ne sarebbero fioriti, andavano considerati come una nuova primavera democratica – alcuni addirittura salutarono l’avvento di “un nuovo maoismo” in forma digitale; tetragoni esultavano, come esultano, constatando e se occorre cavalcando forme di rappresaglia, gogne, diffamazioni condivise al grido; “quello non deve parlare”; in nome dell’amore scatenano manifestazioni di odio e di intolleranza. E trascurano pericoli imminenti, puntualmente verificatisi.

Anzitutto, come da più parti osservato, se un social agisce in questo modo inesorabilmente perde il suo ruolo, asserito, di semplice veicolo di contenuti per agire alla stregua di un editore; ma, a questo punto, non si capisce perché l’editore-social non dovrebbe sottoporsi a tutte le limitazioni, i doveri etici, le garanzie di pluralismo del caso. Non regge l’obiezione di parte progressista, “ma è un soggetto privato”: lo è solo formalmente, perché la sua azione, il suo potere si estende, in modo orizzontale, fino nella sfera più personale degli utenti (che lo rendono miliardario in dollari), nel loro diritto alla manifestazione del pensiero che qualsiasi sistema democratico garantisce. Di più. Se è vero, come è vero, che l’uso dei social, ormai divenuto imprescindibile per infiniti aspetti, viene complicato soltanto ai fruitori di una certa parte, o ai quali venga attribuita una determinata collocazione, ne discende che i social non si limitano a veicolare ma valutano, interpretano, soppesano, in una parola: sanno di che si parla e decidono. Conoscono i contenuti, non si fermano ad un controllo formale, entrano nelle convinzioni, nel dibattito sociale e politico; lo condizionano, dirottano idee, influiscono sulla comunicazione, sulla diffusione di notizie, sulla formazione delle opinioni. In una parola: loro sanno. Essi vedono.

Diceva Balzac che le polizie conoscono moltissimo, ma provvedono poco, altrimenti il mondo sarebbe un immenso ospedale psichiatrico. Oggi coi social funziona alla rovescia: sanno tutto e intervengono su tutto, ovunque, comunque: l’effetto è lo stesso, una dimensione concentrazionaria, di controllo totale, di alienazione totale, di frustrazione condivisa. Bisogna allinearsi, castrarsi, soffocare il primo barlume di intuizione, di convinzione. Bisogna adottare un linguaggio consono che però non basta, mai, più ti correggi e più subisci il perenne impulso all’autocensura, alla rielaborazione limitante. Chi lo decide? Gli algoritmi, si dice, i quali sono meccanici, sono automatici. Ma dietro gli algoritmi c’è chi decide come debbono funzionare e peraltro quella dei controllori fisici, pensanti, a monte dei social è tutto fuorché una leggenda. 

Anche perché le strategie sono spregiudicate al limite della legalità: le alternative sorgono, in virtù della concorrenza, ma si trova modo di imbavagliarle, di neutralizzarle: per un Twitter che falcidia profili, c’è un Parler, il social gemello in fama di sovranista, che viene rimosso dai luoghi da cui scaricarlo e infine bloccato perché Amazon, che fornisce i server, improvvisamente li nega. Altre piattaforme, come MeWe, antagonista di Facebook, si fanno avanti ma risentono di una certa macchinosità e faticano a conquistare attenzione, utenti: non sarebbe sgradito un meccanismo di portabilità dei contenuti così come accade coi numeri telefonici di chi cambia compagnia, ma è proprio questo che la democrazia a senso unico dei social più affermati vuole impedire: e ci riesce. 

Ne deriva un oligopolio tanto più micidiale quanto più pervasivo dei diritti fondamentali dell’individuo. Anche da YouTube spariscono alla bisogna filmati considerati eretici, con la massima naturalezza. Però i social che sanno, che decidono, non si fanno problemi ad ammettere contenuti blasfemi, stragisti, jihadisti o autoritari quali quelli dei regimi dittatoriali: da Cuba alla Cina (che peraltro fa da sola, ma impone le sue pretese anche ai media occidentali), dalla Nord Corea al Venezuela, all’Iran, chiunque può permettersi di imporre la lezione democratica al Trump di turno. In questo caso i dioscuri della Rete non ne vengono minimamente disturbati, tradendo una mancanza di profondità e di prospettiva che rasenta la psicosi e spinge a qualche dubbio: davvero possiamo credere che strumenti tanto potenti, così decisivi, siano stati inventati e sviluppati da questi soggetti, ex adolescenti involuti chiusi in un garage? Sia come sia, il mondo dei social sta velocemente tratteggiando una soluzione cinese che forse non traumatizzerà i cinesi, abituati a secoli di dominazione, ma destabilizza popoli occidentali figli di una democrazia liberale che, con tutti i suoi difetti, le sue incoerenze, le sue ipocrisie, resta di gran lunga preferibile ad una dittatura di filo spinato che da una tastiera si protende fino nel cervello. Non è più pensiero unico, è l’ergastolo del pensiero, è mente spenta, è regressione primitiva. Fino a quali conseguenze?

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