L’ennesimo cambio delle regole sui crediti del superbonus

Il governo ha trovato un accordo con i partiti di maggioranza per correggere i meccanismi del superbonus, l’agevolazione fiscale per gli interventi di ristrutturazione che migliorano l’efficienza energetica di case e condomini. Negli ultimi mesi il governo era intervenuto più volte per cambiare le regole con l’obiettivo di contrastare le frodi, ma le correzioni avevano causato molti effetti non preventivati, tra cui il blocco dei crediti d’imposta e di conseguenza anche di molti cantieri.

Le ultime modifiche, contenute in un emendamento al decreto Aiuti ancora in discussione, consentiranno alle banche una ulteriore cessione dei crediti fiscali che era stata bloccata nei mesi scorsi, e si spera che abbia effetti tali da sbloccare alcuni ingorghi che hanno rallentato il settore dell’edilizia. Il credito fiscale e la sua cessione, infatti, sono alla base del mercato dei lavori di ristrutturazione legati ai bonus edilizi: consiste in una detrazione del 110 per cento sulle spese sostenute per l’ammodernamento degli edifici. In sostanza, se una persona spende 100mila euro per ristrutturare la casa, ne riceverà 110mila dallo Stato sotto forma di credito d’imposta.

Il bonus si può ricevere in diversi modi. Il primo è attraverso la dichiarazione dei redditi, pagando meno tasse nei cinque anni successivi: se il credito copre tutte le tasse da pagare, ogni anno lo stato restituisce una parte dei soldi in busta paga. Una seconda possibilità è lo sconto in fattura, recuperato successivamente dai fornitori che riscuoteranno il credito dallo stato.

La terza opzione è la cessione del credito di imposta: si può trasferire la detrazione fiscale a imprese, banche, enti o professionisti. In cambio della cessione del credito, chi ristruttura casa ha la possibilità di avere subito i soldi che servono per iniziare i lavori oppure per accedere a un mutuo o a un finanziamento. Una persona che vuole fare dei lavori di efficientamento energetico può pagare l’impresa, invece che una somma ipotetica di 10mila euro, con il credito d’imposta di 11mila euro. Chi compra un credito di imposta fa un investimento sicuro, se sa che può poi cederlo a sua volta per esempio a una banca.

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Inizialmente il superbonus consentiva di cedere il credito per un numero illimitato di volte. Le regole piuttosto lasche avevano incentivato le frodi, possibili grazie a passaggi di credito di società in società o tra più intermediari. In questo modo si riusciva a vendere o riscuotere crediti per lavori mai fatti. I problemi erano stati denunciati più volte dallo stesso presidente del Consiglio Mario Draghi e da diversi ministri.

Alla fine di gennaio il governo era così intervenuto, con l’approvazione del decreto chiamato Sostegni ter, per stabilire che i crediti fiscali si potevano cedere una sola volta. La decisione aveva causato però grandi discussioni nella maggioranza e proteste da parte delle imprese del settore edile, ed è stata successivamente corretta con una modifica approvata a fine febbraio.

Con la seconda modifica, è stata consentita la cessione del credito per tre volte e non più soltanto una. La prima cessione è libera, cioè è possibile verso chiunque, mentre la seconda e la terza devono coinvolgere esclusivamente soggetti vigilati dalla Banca d’Italia. In questo modo, secondo le intenzioni del governo, sarebbero state tutelate le imprese edili che possono acquistare i crediti fiscali e successivamente rivenderli, ma soltanto a soggetti vigilati come le banche. Anche le banche, una volta acquisiti i crediti, possono rivenderli a un soggetto vigilato.

I problemi, tuttavia, non erano stati risolti: i tempi per ottenere l’autorizzazione della cessione del credito si sono allungati e per questo molti cantieri sono rimasti fermi. Il mercato dei crediti si è di nuovo bloccato a metà giugno, quando diverse banche tra cui Intesa San Paolo, Banco BPM e Unicredit hanno comunicato ai clienti di non essere più disposte ad acquistare crediti fiscali. In sostanza, le banche hanno esaurito il cosiddetto “spazio fiscale”, cioè hanno ricevuto moltissime richieste per un credito totale che supera le tasse dovute allo stato. Non avrebbero più potuto incassare gli ulteriori crediti comprati.

Confartigianato, una delle associazioni che rappresentano le imprese dell’edilizia, ha stimato che le imprese hanno oltre 5 miliardi di crediti, di cui 3,6 miliardi legati al superbonus e quasi 1,5 miliardi di altri bonus edilizi come il bonus facciate. Il blocco del mercato dei crediti non consentirebbe a queste aziende di venderli alle banche o altre aziende, con un conseguente problema nel continuare i lavori e pagare i fornitori.

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Secondo l’associazione, l’impossibilità di incassare questi crediti potrebbe portare alla perdita di oltre 46mila posti di lavoro nelle piccole e piccolissime imprese edili. In questo modo, sottolinea Confartigianato, si ridurrebbe del 40% l’aumento di occupazione creato nel settore delle costruzioni nell’ultimo anno, pari a 116 mila posti di lavoro in più tra il primo trimestre 2021 e il primo trimestre 2022, equivalente ad un ritmo di crescita dell’8,4 per cento.

«È paradossale e autolesionista bloccare strumenti che hanno consentito la creazione di lavoro, il rilancio della domanda interna e che dovrebbero favorire la transizione ecologica del nostro paese», dice Marco Granelli, presidente di Confartigianato. «Mi auguro si trovi una soluzione rapida e di buon senso, innanzitutto per liberare i crediti fiscali incagliati ed evitare il fallimento di migliaia di imprese che non possono pagare dipendenti, fornitori, tasse e contributi, oltre a scongiurare la miriade di contenziosi legali che si aprirebbe inevitabilmente a causa del blocco dei cantieri avviati, a danno dei cittadini che hanno commissionato i lavori e che ora li vedono messi a rischio».

(Michele Nucci/LaPresse)

Con il decreto Aiuti approvato a metà maggio il governo aveva consentito di cedere i crediti fiscali ai cosiddetti clienti professionali privati che stipulino un contratto di conto corrente con la banca. I clienti professionali privati sono altre banche, imprese di investimento, assicurazioni, fondi pensione, imprese di grandi dimensioni con un bilancio di almeno 20 milioni di euro e un fatturato annuo di almeno 40 milioni di euro.

Con l’ulteriore modifica decisa in accordo tra il governo e i partiti della maggioranza, la cessione è stata aperta anche ai professionisti con partita IVA. In questo modo si amplierebbe la platea dei possibili acquirenti a cui le banche potrebbero cedere il credito fiscale, sbloccando il mercato. Ma la situazione, anche a causa delle modifiche che si sono accavallate negli ultimi mesi, rischia di rimanere comunque molto complicata nonostante le ultime correzioni: la crescita dei tassi di interesse, infatti, ha reso la cessione meno conveniente rispetto al passato e i controlli più stringenti hanno introdotto nuovi vincoli e responsabilità per chi è coinvolto nello scambio.

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Uno degli aspetti meno considerati è la cosiddetta diligenza rafforzata: l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato una circolare per spiegare che in caso di frodi nei diversi passaggi, chi acquista il credito può essere responsabile se non fa i dovuti controlli sulla sua provenienza. Il rischio è che i professionisti decidano di non acquistare crediti per via del rischio di essere ritenuti responsabili di frodi per non aver fatto controlli che sono piuttosto lunghi e impegnativi. I timori e le nuove incombenze potrebbero portare molti professionisti a rinunciare all’opportunità di acquistare i crediti fiscali, vanificando l’obiettivo delle ultime modifiche decise dal governo.

Sulle risorse a disposizione e sulle tempistiche, invece, il governo non ha avuto ripensamenti: è stato confermato che il superbonus non sarà rifinanziato oltre i 33,3 miliardi di euro già stanziati. Anche le scadenze sono state confermate: i proprietari di ville e case autonome potranno accedere agli incentivi soltanto se entro il 30 settembre 2022 avranno realizzato almeno il 30% del totale dei lavori preventivati. Chi non riuscirà ad accedere al superbonus dovrà orientarsi su altri bonus, con perdite notevoli perché le altre agevolazioni vanno dal 50% del Bonus Casa al 65% dell’Ecobonus per le singole unità immobiliari, fino a un massimo del 75% per i condomini.

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