L’eterno ritorno dei populisti

Bisognerà prima o poi guardare alla sostanza delle cose, non al racconto che se ne fa. Alla sostanza. Quel che dice oggi è che a vincere in un Parlamento arreso e inconsapevole sono stati i populisti. Che uniti, di nuovo, come ai tempi del governo giallo-verde, hanno mandato a casa Mario Draghi. Così come appena sei mesi fa gli avevano sbarrato la strada per il Quirinale dicendo di volerlo fare perché non lasciasse Palazzo Chigi, un lavoro fondamentale, indispensabile, al servizio del Paese.

C’è un disegno, una strategia, un complotto? No. Matteo Salvini e Giuseppe Conte si sono messi d’accordo anche stavolta? No. E lo diranno e ripeteranno, ognuno facendo quel che ha fatto ieri: cercando di addossare la responsabilità delle scelte fatte all’altro. Ed entrambi, poi, al presidente del Consiglio. Che se avesse voluto, dice Conte, avrebbe continuato senza «drammatizzare» (parola usata davvero, «drammatizzare» un mancato voto di fiducia) perché i 5 stelle avevano spiegato che il loro no sul decreto Aiuti era sul provvedimento, non sul governo.

E se avesse voluto, dice Salvini, avrebbe messo in votazione la mozione del centrodestra unito – ieri – accettando di governare solo con la Lega, Forza Italia, il Pd e senza il partito di Conte. Magari con un bel rimpasto di governo: il carroccio chiedeva la testa dei ministri dell’Interno e della Salute Luciana Lamorgese e Roberto Speranza, ma soprattutto quella di Stefano Patuanelli, in modo che all’Agricoltura andasse Gian Marco Centinaio. Una crisi perché all’Agricoltura doveva andare Centinaio.

Sono tutte scuse, alibi, che si spera non terranno e non verranno troppo rivendicati perché chiunque – anche se gli assassini del governo hanno tentato di levare le loro impronte – è in grado di vedere quel che è davvero accaduto. Si sono uniti due populismi, quello mai risolto dei Cinquestelle, che neanche con l’inamidato Conte alla guida riescono a levarsi la voglia di dire «ci trattano male perché siamo scomodi», e continuano a pensare che anche in un governo di emergenza e di unità nazionale i decreti si possano fare seguendo i loro diktat e inseguendo le loro bandiere.

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E il populismo del centrodestra, che si riallinea a Giorgia Meloni e si compatta nel momento in cui vede quel che il Movimento 5 stelle gli ha offerto: l’occasione di fare quel che lo avvantaggia, far cadere il governo senza doversene assumere la responsabilità. Fa impressione, a Palazzo Madama, vedere Salvini che si aggira al telefono entrando e uscendo dall’aula sorridente e sereno, senza neanche avere il coraggio di fare il discorso in cui il suo partito sfiducia l’esecutivo di cui fa parte. E fa impressione assistere al ministro dell’Agricoltura Patuanelli che ascolta la replica di Mario Draghi seduto da solo in un banchetto davanti al palco ligneo dove stanno premier, ministri e sottosegretari. Con lo sguardo che non li incrocia mai, dritto verso i banchi dei senatori M5S, attenti a loro volta a non farsi sfuggire un sospiro né tanto meno un applauso.

È un finale vile, da parte dei partiti che la parola fine hanno voluto metterla, quello del governo Draghi. Che muore senza che nessuno sia in grado di dire perché, se non che si è sentito maltrattato (i 5 stelle, «togliamo il disturbo», ha chiosato la capogruppo Castellone); non abbastanza considerato (Forza Italia, non è riuscita a dare neanche una sola motivazione Anna Maria Bernini, con frasi come: eppure noi l’abbiamo sempre trattata con garbo); sfidato (la Lega, perché Draghi non ha fatto quel che voleva lei).

È caduto un governo saldamente europeo, schierato dalla parte dell’Ucraina contro l’aggressione russa, filo-atlantico, scettico davanti all’espansionismo cinese. Ed è caduto per mano di Lega e 5 stelle, che nella prima versione del contratto che li aveva uniti nel Conte 1 – mille vite fa, ma sono appena 4 anni – avevano messo l’uscita dall’euro.

Ma muore, il governo Draghi, con la complicità di un partito che si è dipinto come moderato, liberale e responsabile per bocca del suo leader Silvio Berlusconi, ma che di quella maschera non ha più nulla. Lo conferma il primo addio illustre, quello della ministra agli Affari Regionali Maria Stella Gelmini. Lo confermano tutte le scelte degli ultimi mesi.

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Continuiamo a guardare la sostanza: non esiste una Forza Italia moderata, perché ha scelto di far guidare l’alleanza di centrodestra da populisti e sovranisti pur di ottenere uno strapuntino il prima possibile, prima che i sondaggi vadano peggio di così. E non esiste la Lega moderata, a meno che Giancarlo Giorgetti e i governatori del Nord-Est che tanto avevano mostrato contrarietà ai disegni di rottura di Salvini non escano allo scoperto già domani, per dire: noi non ci stiamo.

Scommettiamo che non accadrà così com’era stato facile capire, domenica scorsa, davanti al viaggio di Salvini a Villa Certosa, che Silvio Berlusconi si sarebbe messo in scia con la Lega. Il leader è molto anziano e bisognoso di attenzioni. L’ex ministro dell’Interno, a differenza di Giorgia Meloni, non gliele ha mai fatte mancare. E lo ha convinto facilmente che la strada non può che essere questa.

Avevamo pensato, dopo il dramma del Covid e la reazione assurda dei populisti davanti a un’emergenza come quella (carezze ai no vax, ai no green pass, a tutti coloro che non volevano seguire le regole) che il destino del populismo fosse il declino. Avevamo creduto che davvero i 5 stelle fossero cambiati e non sentissero più il richiamo di Alessandro Di Battista (ora in Russia a dire tutte le ragioni per cui è l’Occidente ad aver sbagliato e a sbagliare, non Putin). E di Virginia Raggi, ex sindaca no vax sempre pronta alla rivolta. Ma è come se ieri tutto fosse tornato al suo posto.

È un problema per il Pd, che aveva creduto di poter recuperare le istanze sociali M5S – simili alle sue – usandole per trovare un nuovo radicamento nei ceti che da troppo tempo lo hanno abbandonato. Il rischio per il partito guidato da Enrico Letta ora è ritrovarsi schiacciato verso il centro: una proposta che ha già perso nel 2018. E di brutto.

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Poteva davvero fermare questo regalo al populismo e al sovranismo, Mario Draghi? «Mancava tanto così», dicono dal Nazareno. Perché nonostante il discorso del mattino fosse già stato molto duro, Conte aveva deciso – faticosamente – di votare la fiducia. La replica ha cambiato tutto. Le parole di Draghi sono state sferzanti soprattutto con i 5 stelle, sul reddito di cittadinanza, sul superbonus. «Staffilate tirate apposta per mandarli via», dice chi per ore ha assistito alla trattativa. Perché senza Forza Italia, qualsiasi fiducia sarebbe stata monca: avrebbe dato vita a una maggioranza politica, che non è quella per cui Draghi è stato chiamato.

Poteva fare diversamente, il premier? Sì, poteva distribuire contentini e andare avanti ancora un po’. Non ha voluto, non sarebbe stato lui, dal suo punto di vista, non avrebbe avuto senso. Non sarà lui a combattere il populismo per conto di chi è ora chiamato a farlo. Adesso i partiti, tutti, dovranno sbrigarsela da soli.

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