Letta: “Lavoriamo tutti per allearci con Azione. Il leader? Ora è presto”

I confronti a distanza sulla leadership nella possibile coalizione tra Azione e Pd. Borghi: «Non siamo come la destra che litiga sul premier prima ancora di fare le liste»

Se Carlo Calenda apre all’alleanza con i dem, ma alza il tiro sulla questione della premiership («deve essere indicato Draghi»), Enrico Letta raccoglie subito la mano tesa, ma prova a stoppare la querelle. «Non solleviamo ora questo tema», è la linea del segretario, diramata urbi et orbi, dopo che il capo dei sindaci progressisti, Matteo Ricci, aveva ribattuto alle parole di Calenda uscite ieri su questo giornale su Draghi premier, attizzando il fuoco su un tema sensibilissimo con il tweet «il candidato premier del Pd è Enrico Letta».

«Molto bene l’apertura del dialogo – è invece il commento di Letta con i membri della sua segreteria – ma va evitata la polemica sulla premiership, non possiamo dare l’idea al Paese che neanche siamo partiti e già discutiamo di posti di potere». Considerando pure, è lo sfogo più privato del segretario, che «battere la destra è già un obiettivo da far tremare le vene ai polsi, figuriamoci se penso ora a palazzo Chigi». Come dire, niente distrazioni, la questione va derubricata. Ecco dunque l’accento sui punti condivisi del programma di Azione: dall’europeismo alla posizione chiara sulla guerra in Ucraina, dalle critiche al blairismo ai ritocchi al reddito di cittadinanza. Ed ecco anche la risposta su Draghi premier di Enrico Borghi, braccio destro del segretario in Parlamento, nonché membro del Copasir: «Noi non siamo la destra che litiga su Palazzo Chigi prima ancora di fare le liste. Poi nessuno può avere dubbi su ciò che pensano Letta e il Pd sul profilo e la caratura di Mario Draghi. Ma il futuro premier non è tema in agenda ora». Indicare infatti in caso di vittoria Draghi premier, come chiedono i liberal e moderati di centrosinistra, oppure Letta premier – come chiede la sinistra dentro e fuori il Pd – è tema divisivo che è meglio seppellire fino a nuovo ordine. Lenire, sopire, smussare, questo il compito che si è dato il leader dem, che parla con Luigi Di Maio e prova ad arruolare nella «larga coalizione» anche il leader di Azione. «Poiché uniti nei collegi, possiamo giocarcela, altrimenti è dura», sospira uno dei dirigenti alle prese con i numeri, visto l’ultimo sondaggio di giornata.

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Tanto che le porte sono aperte pure a Matteo Renzi. Se al Nazareno circolano veleni sull’ex segretario che consiglia di puntare su Bonaccini («un bacio della morte…», sogghignano), Letta invece non chiude al suo antico rivale, ma «l’unica chance che ha di entrare in coalizione è con la lista Calenda», dicono i suoi.

Ma a furia di evocare l’agenda Draghi, il Pd si ritrova con la sinistra in imbarazzo, (meglio un’agenda social and green», dice Arturo Scotto di Sel) e il centro moderato della coalizione convinto che si vinca evocando Draghi futuro premier: come va ripetendo Bruno Tabacci, il primo a lanciare questa tesi in un’intervista a La Stampa. Dietro le schermaglie sui distinguo, uno dei nodi che invece andranno sciolti presto, dovrà essere il numero di candidature nei collegi uninominali da lasciare ad Azione, che può fare la differenza in molti luoghi. Ai compagni di Articolo 1, ad esempio, sarebbero destinati sei collegi, tre sicuri e tre contendibili, racconta radio-lista, ovvero le voci di corridoio dei partiti.

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Detto questo, non sarà una passeggiata facile per la Direzione convocata oggi da Enrico Letta, perché oltre a sancire con un voto del parlamentino dem il divorzio da Conte, a meno di un mese dalla presentazione delle liste dei candidati, le cose da decidere di corsa sono tante: visto che i sindaci saranno un pezzo forte di questa campagna elettorale, chi si vorrà candidare si deve dimettere entro il 28 luglio. Letta oggi dirà che non saranno candidati i sindaci di capoluoghi di provincia, ma gli altri potranno, in ossequio al principio di «prossimità con le esigenze dei territori». Poi si devono valutare le deroghe ai parlamentari con più di 15 anni di mandato. Dopo si parlerà di programma: «Ambiente sviluppo, lavoro e giustizia sociale, e diritti civili», sono i capisaldi che citerà Letta, «assieme all’europeismo radicale nella cornice euroatlantica».

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