L’impennata di suicidi e autolesionismo da pandemia presentano un dato allucinante, perché non se ne parla?

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Si fa presto a dire Covid ma nelle parole che non dicono, nei numeri che non spiegano ci puoi infilare tutto ed è facile, troppo facile raccontare di conseguenze, di sconfitte, di morte della socialità. Poi ci sono le storie vere, quelle minime che nessuno sa. C’è la storia di Federico, che ovviamente non si chiama così, e che una notte è fuggito dal suo ricovero psichiatrico alle porte di Roma. Se n’è andato, ha lasciato che il fiume del suo sbando lo trascinasse come un relitto, ha raggiunto Roma e vagato, vagato, come un personaggio perduto di Simenon. Senza mangiare e senza farmaci è finito chissà dove – neppure lui saprebbe dirlo. Ha dormito all’addiaccio nel gelo romano. È successo un mese fa, l’hanno recuperato, da allora entra ed esce dai tso, dai reparti di psichiatria, da strutture che se lo palleggiano e lo isolano come a rischio contagio. Federico è come la tossica di Finardi, “una gatta magra tra le gambe della città”. O come l’altro, di Umberto Tozzi, che alla fine mette la testa sui binari vede “ali piccole e leggere, ma non era un ferroviere, ho capito che era solo un cielo blu come poi non ne ho visti più”, Quanti come lui, persi nell’irrilevanza?
“Molti. Sempre di più” dice mons. Vinicio Albanesi, a capo della Comunità di Capodarco di Fermo e del C.N.C.A. (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza). “Perché il Covid non ha inventato i problemi: li ha portati allo scoperto, a volte potenziati. Ha scatenato rabbia e paura e adesso è complicato intervenire, poi nessuno sembra averne davvero la forza o la voglia. Certo, i suicidi fanno impressione, sono eclatanti: quali le cause? La prima è la mancanza di prospettive, sono adolescenti senza il valore della fatica e del dolore. Iperprotetti, scortati, isolati dalla vita reale da genitori che non si rendono conto e spesso non vedono. Genitori a loro volta giovani, che provengono dalla stessa cultura della facilità: alla prima difficoltà restano sguarniti, loro come i figli. Poi mancano le risposte. Adesso il bullismo si è spostato in strada, perché se non c’è la scuola c’è la strada. E la strada è sempre più testimone di aggressioni, di rese dei conti assurde fra ragazzini. All’altro estremo, le condizioni degli anziani che nelle residenze sanitarie assistite versano in condizioni di totale indifferenza. Se ne parla poco e male, solo con accenti coreografici, emotivi, ma manca del tutto una prospettiva concreta, la presa d’atto che occorre cambiare le cose e in fretta”.
Non sono solo i casi conclamati, non solo chi nel disagio affondava già. Non li vedete, ragazzi “normalissimi”, di colpo ammalarsi, sentirsi a terra? E allora si tagliano, si strozzano, e l’abisso da un balcone diventa attrazione fatale. All’ospedale Regina Margherita di Torino i ricoveri per tentato suicidio passati da 7 nel 2009 a 35 nel 2020, nel day hospital psichiatrico quelli in bilico, a un passo dal provarci, saliti dal 10% all’80%. Ansia da Covid, disturbo post traumatico da lockdown e il professor Stefano Vicari Ordinario di Neuropsichiatria Infantile alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, ha dichiarato: «Ho avuto per settimane tutti i posti letto occupati da tentativi di suicidio e non mi era mai successo. Nel 2011 i ricoveri sono stati 12, nell’anno appena concluso abbiamo superato quota 300. L’attività autolesiva è in rapido aumento. Mai come in questi mesi abbiamo avuto il reparto occupato al 100 per cento, mentre negli altri anni, di media, eravamo al 70 per cento».
In Italia sono salite del 121% le chiamate al Telefono azzurro da chi vuole farla finita, ma non tocca solo all’Italia. In Belgio le patologie depressive e i casi di suicidio sono esplosi, gli ospedali non ce la fanno a contenerli, lo stesso personale fa registrare un 20% di operatori con difficoltà psichiche. Altrove in Europa non va meglio, su scala continentale un adolescente su 4 cede ad atti di automutilazione o autoannientamento: possono maturarli spontaneamente o, come si è visto di recente, per induzione da social. A livello globale, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i suicidi risultano la seconda causa di morte nella fascia d’età dai 15 ai 29 anni e lo stesso vale per i giovani italiani dai 15 ai 24. Una situazione allucinante che, per non sbagliare, viene rimossa. Perché costringerebbe a fare i conti con politiche sanitarie dai contraccolpi clamorosi. Reclusione genera impotenza, impotenza genera rabbia, rabbia genera violenza. Contro gli altri e contro se stessi. La scena vista a Napoli l’altro giorno, adolescenti come impazziti per il lungomare, scatenati in una rissa senza speranza, si replicava più o meno uguale a macchia di leopardo da nord a sud. Ma è meglio non dirlo, si temono emulazioni, il contagio della follia da compressione. Ma fare finta di niente non serve. E non sono solo giovani disagiati.
Quanto ai sofferenti, ai dimenticati, molti di questi ragazzi sarebbero recuperabili, almeno in parte, se solo avessero una prospettiva, la scommessa di un’occupazione, passare lo straccio in una palestra, in un bar. Nessuno li vede e le strutture sono distratte, oberate, un operatore segue sette, dieci casi disperati e la disperazione diventa rassegnazione, diventa resa. L’autolesionismo da pandemia è una di quelle notizie che non ci sono, riferite a situazioni che ci sono eccome. Davvero le priorità sono i sottosegretariati alle donne del PD, o le conversioni di Salvini, o i silenzi di Draghi da interpretare? Davvero la provvidenza si riduce a un recovery plan ancora da venire, se mai verrà, e a prezzi carissimi, a costi sociali inenarrabili? “Bisogna pazientare” dicono i santoni in camicie tra una intervista e l’altra, “ancora qualche mese di coprifuoco, che sarà mai?”. Ma i Federico persi nelle loro gabbie di silenzio di tempo non ne hanno più. Appesi a pasticche rubate, a madri che li hanno ripudiati, a ricoveri da incubo, dove i muri si stringono e i coccodrilli suonano il sassofono. “Dopo il Covid?” osserva don Vinicio. “No, non tornerà ‘come prima’, sarà solo più difficile. Dove sono le risposte?”.

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