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Lino Banfi e i ragazzi ‘distanziati’ a scuola: «Giocate per superare la paura, io da ragazzo facevo così»

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«I miei compagni di banco? Quando ero piccolo c’era la guerra, con i miei genitori stavo in campagna per paura delle bombe. Poi appena ho avuto l’età per la scuola media, i miei mi hanno mandato in seminario, per diventare prete. Proprio lì ho scoperto la mia vera vocazione: fare ridere. I primi spettatori sono stati proprio i compagni». Ricordi di classe di Pasquale Zagaria, classe 1936, un nome d’arte pescato da un registro di classe, scelto dal suo impresario dell’epoca, maestro elementare: Aureliano Banfi, più semplicemente Lino.

«Ormai a 84 anni abbraccio tre generazioni, vado per la quarta. E mi sento più vicino ai bambini e ragazzi di oggi che ai 40-50 enni. Vorrei dare un consiglio a tutti loro, soprattutto ai più piccoli: non vi fate spaventare dalle norme contro il virus: i banchi singoli, le mascherine, il plexiglas, il distanziamento. Usate il gioco per stare più vicini. Pescando da quelli che facevamo noi». Ovvero? «Far volare gli aeroplanini di carta. Lanciare le palline di carta con la cerbottana, noi la chiamavamo coppino. Oppure il gioco dei mimi. Avvicinarsi con il gioco, superare la paura».

La sua generazione, racconta Banfi, ne ha vissute di diverse. «La guerra, certo. E per me anche la sola idea di diventare prete. Però mi è servito per capire cosa volevo fare nella vita. Mi facevano recitare testi serissimi a voce alta e tutti ridevano e il rettore si arrabbiava: “Zagaria, come mai la gente ride?”. “Non so, io dico solo quello che c’è scritto. Questa è la mia faccia”». Non arrivò in fondo, fu cacciato in terza liceo, a 18 anni. «Mi ricordo che i preti ci incoraggiavano a socializzare. Le materie erano complesse, teologia, filosofia. Discutete, ci dicevano, su tutto». Anche di questo, osserva, ha fatto tesoro. Battuta pronta, sempre e comunque. «In materia di scuola, vanto una discreta carriera al cinema. Sono stato bidello, professore, preside. Mi è mancato solo di fare il provveditore agli studi».

Il professor Mezzoponte, Pasquale La Ricchiuta, il «professor dottor cavaliere del lavoro grande ufficiale Rodolfo Calabrone», ovvero i personaggi della commedia sexy italiana, negli anni Settanta, titoli come La compagna di banco, regista prediletto Mariano Lamberti. «Anche in quei film leggeri si dava per scontato che la scuola fosse il luogo con cui tutti si misurano». Diventato nonno abbastanza presto nella vita, due nipoti ormai grandi, e definitivamente nell’immaginario del pubblico grazie alla fiction Un medico in famiglia, Banfi nonno Libero si sente molto vicino ai giovanissimi pronti a tornare sui banchi. «Lo ripeto, l’importante è che la rigidità delle norme, sacrosante, a cui è giusto ubbidire, non spezzi il gusto per il gioco. Deve rimanere lo spazio, non solo fisico, per l’esperienza e l’emozione». Il consiglio è anche per i più grandi — genitori, maestri, professori. «Non sarà facile ma serve la disponibilità di tutti. Anche se mascherati, sono bambini».

29 agosto 2020 (modifica il 29 agosto 2020 | 07:21)

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