L’Iran spegne 27 videocamere dell’Agenzia per l’Energia Atomica che monitoravano le centrali: ora l’accordo rischia di naufragare

Mentre le telecamere di tutto il mondo sono accese sulla guerra in Ucraina, in Iran la notizia del giorno riguarda il loro – problematico – spegnimento. Ventisette dispositivi di videosorveglianza installati dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) in diversi siti nucleari iraniani sono state disattivate dalle autorità locali, nell’ambito di un’escalation di toni con la stessa Agenzia. Una scelta che ha scatenato anche la reazione di Germania, Francia e Regno Unito che, in un comunicato congiunto, invitano l’Iran a “porre fine all’escalation nucleare” e “ad accettare adesso con urgenza l’accordo sul tavolo” da marzo per resuscitare l’intesa del 2015 sul suo programma nucleare.

Che la tensione tra l’Iran e l’Aiea fosse al di sopra del livello di guardia lo si era in realtà capito già a fine maggio. Al periodico report sulle attività iraniane di arricchimento dell’uranio, prodotto il 30 maggio dall’Agenzia guidata da Rafael Grossi e nel quale si evidenziava una “mancanza di progressi nella rimozione delle ambiguità sulla presenza di particelle nucleari all’interno di tre siti nucleari non dichiarati”, il ministero degli Esteri iraniano – tramite il suo portavoce Saeed Khatibzadeh – aveva risposto giudicandolo “ingiusto, sbilanciato, frettoloso”, facendo poi anche un riferimento alle “pressioni sioniste e di altri attivisti” che avrebbero “politicizzato” la missione dell’Aiea in Iran.

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Al report aveva fatto seguito una risoluzione di condanna votata da 30 su 35 membri del board dei governatori dell’Aiea – con il voto contrario di Cina e Russia e l’astensione di Libia, Pakistan e anche India, dove il ministro degli Esteri iraniano Amir Abdollahian era in visita in questi giorni – che Teheran non si è però limitata a respingere: proprio durante la discussione della risoluzione citata, l’Iran aveva deciso di disconnettere due telecamere tra quelle sistemate volontariamente nei siti nucleari.

Poi, complice forse anche la tensione tra Washington e Teheran a causa del sequestro americano di una nave cargo iraniana – la Lana, con a bordo anche 19 membri dell’equipaggio di nazionalità russa -, Teheran ha deciso di disattivarne altre 25, in questo caso telecamere sistemate dall’Agenzia in diversi siti iraniani. “Potrebbe essere un colpo fatale all’accordo sul nucleare“, ha commentato ieri Grossi in conferenza stampa da Vienna, configurando una situazione che vede una intesa sul nucleare iraniano lontana quasi come all’indomani dell’abbandono da parte dell’amministrazione Trump. Tanto più che gli ambienti oltranzisti iraniani – che hanno la maggioranza in Parlamento ed esprimono una certa influenza sul presidente Raisi – stamattina commentano con giubilo la decisione.

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“L’occhio sionista dell’Agenzia è stato bendato”, commenta Javan, vicino al corpo dei Pasdaran, rievocando una convinzione diffusa tra gli ultraconservatori iraniani in base a cui l’Aiea condividerebbe con Israele le informazioni sensibili sui siti nucleari, facilitando gli omicidi mirati di scienziati iraniani. Kayhan, vicino alla Guida Suprema, è più austero: “Una misura lodevole ma insufficiente”, rimarcando poi da un lato “il coordinamento dell’Aiea col regime sionista” e dall’altro la necessità di considerare un’uscita di Teheran dal Trattato di non proliferazione nucleare, che potrebbe “produrre un effetto domino con il ritiro anche di altri Paesi che preoccuperebbe le potenze occidentali”.

Un nuovo accordo sul nucleare tra Washington e Teheran si allontana così sempre di più, anche perché sul piano dei posizionamenti strategico-militari la situazione non sembra più distesa. Quasi in contemporanea alla decisione iraniana di disattivare le telecamere dell’Aiea, il Congresso americano introduceva una nuova legge – presentata da un deputato repubblicano dell’Iowa ma sostanzialmente bipartisan – con cui si chiede al Pentagono di elaborare entro 180 giorni un programma di integrazione dei sistemi di difesa anti-aerea di Israele e dei paesi del Golfo per contrastare le crescenti capacità balistiche dell’Iran e dei suoi proxies, specie dopo che la stessa Washington ha deciso nei mesi scorsi di spostare – indispettendo non poco Riyad – alcuna batterie missilistiche dal Golfo al “fronte” del Pacifico.

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