L’Italia verso le urne. Berlusconi torna sulla giustizia

Berlusconi torna sulla giustizia

Ansa

Silvio Berlusconi torna alla carica sulla giustizia e sventola, come ai vecchi tempi, la bandiera del garantismo: «Quando governeremo noi, le sentenze di assoluzione, di primo o di secondo grado, non saranno appellabili », avverte. E scatta di nuovo lo scontro l’Anm, che richiama alla memoria la legge Pecorella, appunto sulla presunzione di innocenza, che porta il nome dell’ex deputato azzurro che fu anche avvocato del Cavaliere. «La Corte costituzionale l’ha dichiarata illegittima », ricorda il presidente dei magistrati Giuseppe Santalucia. In effetti dopo i dubbi di costituzionalità espressi all’epoca dal presidente della Repubblica, Ciampi – che rimandò il provvedimento al Parlamento – intervenne la Consulta.

La corte la dichiarò incostituzionale in varie parti e ne ridusse al minimo la portata. Per Santalucia la proposta potrebbe implicitamente veicolare il messaggio che «migliaia di persone siano ingiustamente sotto processo. Questo non rende giustizia al difficile lavoro dei tribunali nell’accertamento della verità», avverte. Ma Berlusconi difende lo spirito della proposta: «Un cittadino, una volta riconosciuto innocente, ha diritto di non essere perseguitato per sempre. Anche perché perseguitare gli innocenti significa lasciare i veri colpevoli in libertà ». In sintonia, i penalisti che indicano nell’inappellabilità una delle 5 priorità segnalate a tutti i leader politici in una lettera, rende noto il presidente dell’Unione delle Camere penali Gian Domenico Caiazza. Tra i 15 punti del programma di centrodestra la giustizia è al terzo posto, insieme alle riforme costituzionali (con il presidenzialismo) e la sburocratizzazione.

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Per la Lega parla Giulia Bongiorno, che definisce la proposta «un’antica battaglia, sacrosanta e oggi più che mai attuale», rimarca la senatrice e penalista. Quanto alle riserve della Consulta, Bongiorno garantisce prudenza e rispetto: «Saremo attenti a tener conto di tutte le indicazioni della Corte costituzionale e segnaleremo tutte le criticità». Sposa la proposta, sia pur con prudenza, anche Fratelli d’Italia. «È de- cisamente fondata, ha un senso costituzionale, storico e politico », sostiene Andrea Delmastro, responsabile del dipartimento Giustizia. Da inserire in «una più organica riforma della giustizia».

Meloni invece va all’attacco su un tema caro ai suoi alleati, il reddito di cittadinanza. Un «fallimento totale», lo definisce, che ha comportato «un costo esorbitante pari a circa 9 miliardi l’anno. Stendendo un velo pietoso sulle migliaia e migliaia di truffe che ha generato – favorendo anche criminali, mafiosi e spacciatori -, ha fallito come strumento di lotta alla povertà che doveva essere abolita e invece ha raggiunto i massimi storici e ha fallito come misura di politica attiva del lavoro», dice la leader di FdI, Giorgia Meloni.

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«Avevamo ragione – aggiunge quando dicevamo che le risorse per le politiche attive andavano usate per aiutare le imprese ad assumere. Oggi lo dicono un po’ tutti, però rimane che Fratelli d’Italia – rivendica – è stata l’unica forza politica di tutto il Parlamento, nella legislatura appena conclusa, che non ha mai votato a favore del reddito di cittadinanza ». Uno strumento di tutela più limitato, per Meloni, serve «per chi non è in condizione di lavorare: over 60, disabili, famiglie senza reddito che hanno dei minori a carico. Ma per gli altri quello che serve è la formazione e gli strumenti necessari a favorire le assunzioni». Gli fa eco Matteo Salvini: «Il reddito di cittadinanza va cambiato – concorda il leader della Lega – lasciandolo a chi non può lavorare mentre per chi può lavorare se rifiuti anche una sola offerta perdi subito il beneficio».

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