Lo Chiamavano Trinità: commedia, ma anche noir, del quale però sono sempre sfuggiti i metasignificati

Se mai c’è stato un film anarchico, ma anarchico veramente, che ti fa divertire mentre libera la mente, questo è stato “Lo chiamavano Trinità” (col sequel, “Continuavano a chiamarlo Trinità”), che in tv alla sua milionesima replica fa ancora milioni d’ascolti. Una saga? Non proprio: un doppio episodio per rendere omaggio e insieme fare il verso a Sergio Leone, al suo western spaghetti truculento e italiano. Con Trinità si ride mentre ci si ammazza e ci si pesta allegramente, poi si esce da quel mondo improbabile col dolce rimpianto di non averne fatto parte. È così da mezzo secolo e, sognando sognando, è arrivato il momento di celebrare i 50 anni di questo film bizzarro, dove i farabutti hanno un cuor di burro e si fanno fregare da mormoni scaltri e vittimisti, famiglie sempre in panne, roba del tutto sconclusionata e dunque credibile proprio perché assurda come la vita. Cinquant’anni che scadevano un anno fa solo che, esattamente come gli Europei di calcio, come le Olimpiadi, si allungano di un calendario perché la pandemia, le restrizioni eccetera eccetera eccetera. Era tutto pronto per la metà di luglio 2020, senonché il clan Italo Zingarelli, che aveva prodotto, lanciato questa coppia memorabile e irripetibile, Bud Spencer e Terence Hill, ha dovuto congelare gli appuntamenti nella tenuta di famiglia a Rocca delle Macie, nel Chianti, trasfigurata in museo da Sergio, l’erede.
Qui dal 16 scorso ci stanno i cimeli, le foto di scena, quelle mai viste, la pellicola integrale e restaurata, un sacco di altre cose. Qui si agita, prigioniera come un colibrì in voliera, la memoria. Qui ci sono quelle praterie brulle, selvagge, western che poi stavano nell’Appennino tra Lazio e Abruzzi. Qui l’epopea di antieroi che sparacchiano e rubano non per avidità ma per quella libertà incontaminata che o ci nasci o non c’è niente da fare e se ci nasci ti porta via, ti trascina fuori dal cerchio dei normali, normalmente buoni, normalmente cattivi, perché l’unico comandamento di Trinità e di Bambino è non mescolarsi mai al luogo comune della vita, non abbassarsi mai alle convenzioni dei qualunque.
Lo chiamavano Trinità e il sequel Continuavano a chiamarlo Trinità fanno un tutt’uno per una pellicola fantastica e inevitabilmente divenuta leggendaria, ah quella colonna sonora di Franco Micalizzi, con quelli della mia generazione che ne conoscono ogni singola battuta e si divertono ad anticiparla mentre scorrono le immagini. Siamo diventati degli storici a modo nostro, ogni citazione è una lezione di vita per chi ancora non sa, non sospetta, ma poi si iscriverà al culto. Siamo al principio dei ’70, è un’epoca strana, di trapasso, col boom che è finito e si capisce e una crisi a tutti i livelli che sta partendo ma ancora non lo si sa. C’è un vitalismo sempre più sporco di piombo, di sangue, di rabbia, di consumismo, di rimpianto. I Settanta della post modernità, che ci guardano per dirci che no, non erano di piombo, non soltanto almeno, erano così colorati, così esagerati, scoppiettanti di vita e di speranza. Così diversi da noi. Così avventurosi. 1970 e il Cagliari Campione, quello di Gigi Riva, dell’allenatore filosofo Manlio Scopigno, che, alla vigilia dell’ultima, decisiva partita, in ritiro visita a sorpresa la stanza di 4 giocatori, ci trova una bisca, bottiglie e fiches e soldi e una nuvola di sigarette che par l’aria di Pechino, copre tutto, si vede niente, e lui: disturbo se fumo?. Il giorno dopo il Cagliari vince 4 a 0 e si laurea campione, e Manlio regala una delle sue perle “Tutto mi sarei aspettato nella vita, mai di vedere Cera in mondovisione”.
Perché adesso ci sono i Mondiali, in Messico, e Italia – Germania 4 a 3, e la staffetta Mazzola-Rivera e il tracollo col Brasile che sballotta il paese in un’isteria incontrollata, da esaltazione a disperazione. E’ l’Italia di un benessere che già arranca questa del ’70, ma dall’entusiasmo ancora incontaminato: le escandescenze sociali non mancano ma non lo intaccano, non ancora: sorgono, in sordina, le Brigate Rosse con le prime azioni dimostrative (che molti, peraltro, non disapprovano, affatto), nessuno sa bene come e quando, se a Pecorile, l’anno prima, o al convegno della Stella Maris di Chiavari, albergo della Curia, oppure al ristorante-alloggio di Costaferrata. Sarà solo il debutto di una stagione sfibrante e inesausta di cadaveri, di sangue, di terrori, del resto inaugurata pochi mesi prima a piazza Fontana, Milano, la strage fascista sull’orolo del Natale.
Ma in quel 1970 ancora nessuno se ne avvede se non i ben informati, i questori, i prefetti delle polizie che sanno cosa sta accadendo e spesso, quasi sempre, ovattano, occultano, depistano. Covano cose torbide, in quell’Italia eccitata per tutt’altro, come il golpe Borghese, uno dei tanti più o meno falliti, come la sparizione di Mauro de Mauro, cronista dell’Ora di Palermo, che una sera lo caricano in tre su una macchina e non torna pù e forse sta ancora in uno di quei piloni dell’autostrada. E’ il tempo dei cortei, dei furori già pazzi di passioni politiche: oggi si sta in casa e si augura la morte a chi non si esalta per una coppia di influencer in babbucce di visone. E’ il tempo della teleselezione – basta con quella litania, “signorina, mi dia per favore il numero…”: oggi ci si videochiama da una tavoletta a guisa di telefono, e i nostri messaggi girano il globo, arrivano quasi prima di partire: ma il primo floppy disk venne lanciato allora, se non lo sapete. E’ Il tempo di morire di Lucio Battisti, ma anche quello dei Fiori rosa, fiori di pesco; mentre a Sanremo trionfa la protesta crumira di Celentano e Claudia Mori, Chi non lavora non fa l’amore, seguita da La prima cosa bella dei Ricchi & Poveri e da un Endrigo solenne a bordo dell’Arca di Noè. Altrove, nel mondo, altre cose musicali esplodono. I Beatles, per esempio, che si sciolgono il 10 aprile – dannata Yoko Ono! – e un mese dopo, l’8 maggio, licenziano il loro lp postumo, Let It Be. Frank Zappa, esagerato come sempre, butta fuori 3 album in successione, Burnt Weeny Sandiwich, Weasel Ripped My Flashes e il memorabile Chunga’s Revenge. Musica che rimane, ancora oggi, mentre le filastrocche da Spotify evaporano appena nate, tremule meduse. Oggi, che Bob Dylan licenzia proditoriamente una nuova canzone di 17 minuti, la consegna alla rete, Murder Most Foul, cinquant’anni spaccati da quel mastodontico Self Portrait che, all’epoca, non piacque a nessuno. Ma io rimango, ci dice Bob, io trapasso le epoche e voi dovete ancora fare i conti con me.
Quel che rimane ancora, di quel 1970, sono certi film, tanti film consegnati alla storia: le visioni allucinate e controverse di Antonioni in Zabriskie Point (colonna sonora da urlo), il dito puntato, profetico, di Elio Petri, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, l’antiretorica americana e militaresca di M.A.S.H. di Altman: oggi siamo oltre la frontiera di qualsiasi possibilità virtuale, ma tutti quegli effetti, chissà com’è, non restano, volano via scavalcati da trovate digitali più estreme di ieri. Ma il western già post-spaghetti di Lo chiamavano Trinità, tutta quella violenza allegra, ci rimane in cuore e in anima, diventa parte di noi; ma il don Giovanni scespiriano, orrorifico di Carmelo Bene, sembra un Joker ante litteram, è più fosco, più malsano di oggi, dunque più credibile, dunque più inquietante mentre lo sperimentalismo delle voci, del montaggio vertiginoso, delle musiche in asincrono si esalta nella costruzione di un brutto esistenziale inevitabile, immedicabile. Sperimentalismi arditi che si riscontrano in tutte le espressioni, la Body Art, la Spiral Jetty di Robert Smithson, alla raffigurazione aleatoria delle vibrazioni, dei salti di frequenza e delle distorsioni, alla ricerca agitata di Woody e Steina Vasulka sulle possibilità estetiche del video, l’arte rigurgita di critica alle istituzioni, mille rivoli anarchici la disperdono fino a noi.
Anno grigio, lugubre, fuligginoso di smog quel 1970? No, non solo, anno truce, violento come i fumetti di Kriminal, di Satanik, che vivono allora la loro stagione centrale in un tripudio di pozzanghere di inchiostro di sangue nero (Diabolik è altro, uno stilema, ma già freddo, squadrato, ormai distante). E un anno di creatività pubblicitaria leggendaria, ricordate, per esempio, la Piaggio con la sua furbesca condanna delle sardomobili, inscatolate nel traffico mentre “Bella chi Ciao”, il motorino che s’infila dappertutto? Auto dell’anno, a proposito, la 128 Fiat: dura, secca, angolosa, squadrata, essenziale, zero fronzoli ma diventa la vettura di un paese in un momento storico, mercato, ne assemblano 3.107.000 esemplari, ne clonano versioni coupè, rally (mitica, davvero), conquista mezzo mondo.
Cinquant’anni, e non sentirli e averli addosso. Averli dentro. Adesso, che siamo ostaggi di noi stessi, dei nostri possibili contagi, delle nostre libertà mangiate vive, dei nostri ergastoli globali. E non ricordiamo un’altra epidemia, un’altra influenza, la “Spaziale”, un milione di morti nel mondo, ventimila in Italia, partì un anno prima, esplose in quel 1970. Uno di colpo avvertiva difficoltà a respirare, febbre, debolezza estrema. Poi forse moriva. Cadevano gli anziani, i neonati. Partì, misteriosamente, da Hong Kong. Forse l’igiene, forse qualche animale, dicevano. La dannata storia si ripete, cinquant’anni dopo.
E, cinquant’anni dopo, si ripete e non passa l’incantesimo di Trinità. La coppia Spencer e Hill al suo culmine, in una storia bonaria ma trucida e truce, a volte, più che in certi b-movie. C’è tutto lì dentro, è un film seminale per ogni western, ma anche commedia, ma anche noir di lì a venire, Tarantino non ha inventato niente ma almeno ha l’onestà di ammetterlo, anche se dovrebbe citare tra le sue fonti proprio questo doppio capolavoro. Del quale però sono sempre sfuggiti i metasignificati. È, dicevamo, un inno all’anarchia più genuina, quella che non fa sconti nemmeno a se stessa, che rinuncia ad ogni certezza acquisita per spirito d’avventura. Tenuto conto di questa stella polare, il film si apre a raggiera verso una serie di bersagli polemici. Contro lo Stato, naturalmente, rappresentato dalle due stelle da sceriffo beffardamente appese ai due fratelli delinquenti; ma pure dallo sceriffo zoppo e velleitario che pateticamente non si stanca di dare loro la caccia. D’altra parte, il film sembra quasi prendere di mira gli stessi terroristi, che esordivano in quei mesi torbidi, raffigurati come la banda di violenti idioti e vigliacchi della banda di Mescal (che è quello che piglia più sganassoni da “Bambino”). Non va meglio ai borghesi ladri, come l’azzimato Maggiore, circondato da una banda di tagliagole che lui ammorba con i suoi sproloqui pseudocolti (quanti esempi si potrebbero trovare anche oggi!). E non va meglio ai ladri di polli, ai piccoli malfattori, destinati ad essere puntualmente fottuti da chi è più duro di loro ma in una guerra tra poveri, i fratelli sono “la mano destra e la mano sinistra del diavolo” ma alla fine alleggeriscono dei disperati come loro, la loro stamberga fa schifo, il padre è un rottame alcolizzato e la mamma è “una vecchia bagascia” che gestisce un bordello e, quando le entrano “nella vecchia tana” i soliti quattro balordi per rapinarli, li rapina lei, in perfetta continuità coi figli che li avevano ripuliti, uno dopo l’altro, poche ore prima. Una vitaccia da schifo, non fosse per quell’idea di libertà incontaminata come il cielo sopra di loro. L’unica vita che conoscono, perché è l’unica che possono vivere, l’unica che piace a due disadattati come Bambino e Trinità.
Per questo gli strali più acuminati, e più gustosi, vanno agli stramaledetti bigotti, ai fanatici religiosi, anche questi merce inflazionata nell’Italia vaticana. Bigotti, attenzione, vuol dire l’esatto contrario di uno spirito schiettamente religioso, fondato sulla tolleranza, sul rispetto del dissenso, sulla non intromissione nella sfera privata. Invece i mormoni non sono poi così diversi dai rubagalline del Maggiore: con la loro aria mielata e ipocrita, con le loro prediche imbecilli che mandano in bestia “Bambino”, con la loro incapacità a difendere la loro gente, intanto però si pigliano tutta la valle, marchiano il bestiame (col simbolo delle Tavole della Legge…), offrono le loro figlie a quelli che definiscono “angeli custodi” (Trinità, nella fattispecie), ma si intuisce anche che, in quel gran casino comunitario, non disdegnano di gustarsele pure loro, le loro care figliocce. E non accettano altra regola: quando “Trinità”, stregato dalle due bionde Sara e Giuditta sta lì lì per cascare nelle loro grinfie, lo salva all’ultimo momento l’ascolto di quello che il capo della setta, uno che ti fa venir voglia di bestemmiare ogni volta che apre bocca, biblicamente gli profetizza: lavorerai da mane a sera, ti spaccherai la schiena, e alla fine, distrutto dalla fatica, entrerai nel tempio a cantare la gloria del Signore. Ma a quel punto Trinità è già vento, pigramente sospinto dall’anarchia di una branda trascinata dal ronzino! Sospettare che poi Terence Hill si sarebbe messo a fare don Matteo, patetico epigono di padre Brown, allora era impossibile e anche oggi, mezzo secolo dopo, mette tristezza. Ma non divaghiamo, il tempo si è fermato là, in quel paese tranquillo prima che arrivasse quel pazzo sfaccendato di Trinità, il tempo si è fermato in quel tempo anche per noi e questo è il canto di un ricordo per due straccioni antieroi che da una vita inseguiamo sapendo che non potremmo mai essere loro anche se in fondo al cuore, disperatamente, ci proviamo, ci proviamo.

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