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Lo shogunato di De Luca e i fondi per il Sud

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Mezzogiorno, 30 agosto 2020 – 11:19

Il sondaggio realizzato da Ipsos per il Corriere ci dice quello che successo in 5 anni in Campania: il governatore ha mangiato il partito

di Antonio Polito

Il Pd, che sarebbe il partito di De Luca, al 19,2%; la lista di De Luca, che sarebbe un iscritto al Pd, al 12,2%. Il sorpasso non poi cos lontano, anche se per ora non sembra prevedibile. Il sondaggio realizzato da Ipsos per il Corriere ci dice quello che successo in cinque anni in Campania: il presidente si mangiato il partito. Se poi si calcola che, per arrivare al 50% complessivo di cui la coalizione che lo sostiene accreditato, un altro 20% arriver da liste e listini pi o meno personali (in tutto saranno la bellezza dii quindici) mosse, organizzate, contrattate da De Luca e a lui fedeli, si capisce che ormai anche in Campania la politica tradizionale, fatta di partiti e programmi, ha lasciato il posto allo shogunato.

Si tratta, come noto, di un sistema di governo sperimentato per secoli in Giappone, in cui il potere effettivo non apparteneva all’imperatore, che era tale solo di facciata, ma al capo delle forze armate, al generale-dittatore, il quale poi, un po’ alla volta, cominci a trasmetterlo per via ereditaria. un modello che De Luca ha gi messo in pratica a Salerno, dove da 27 anni lui o il suo clan politico governa ininterrottamente. E bisogna dargli atto di essere riuscito ad esportarlo con successo alla Regione Campania, visto che in tutti i sondaggi apprezzato da elettori di ogni provenienza, e dunque destinato a sbaragliare tutti i rivali.

Intendiamoci: non c’ niente di strano. Questa la piega che ha preso la politica democratica in molti luoghi del mondo. E anche a Roma, seppure sia difficile prendere l’azzimato avvocato Conte per un condottiero, lo stesso uomo sta governando indifferentemente da anni con la Lega e con il Pd, dimostrando la sostanziale irrilevanza dei partiti tradizionali, ai quali non resta che esercitarsi in giochi politici futili, come sfogliare la margherita di un referendum costituzionale per decidere se votare s o no.

Il sistema dello shogunato, che anche Emiliano in Puglia sta provando a replicare per un altro mandato, presenta i suoi vantaggi. La stabilit assicurata. Il consenso si auto-riproduce grazie all’uso delle risorse pubbliche. E anche l’efficienza della azione amministrativa ne guadagna. Senza contare che, per chi di centrosinistra, De Luca ha il merito di aver svuotato il populismo di destra inventando il populismo di sinistra, e riducendo cos in pezzi secondo i sondaggi la ex macchina da guerra salviniana, che in Campania e in Puglia potrebbe anzi per la prima volta soccombere anche alla Meloni, aprendo una prospettiva davvero nuova per il centrodestra.

Per c’ un per. Proprio questo diffondersi dello shogunato impone un sistema di check and balances pi robusto e a prova di clientelismi. Soprattutto ora che stanno per arrivare circa duecento miliardi di euro in Italia da investire per la ripresa. Come si sa, gi 534 progetti sono stati redatti dalle amministrazioni centrali dello Stato: una enormit, che non fa ben sperare sulla loro efficacia. Gli investimenti capaci di generare crescita dovrebbero essere pochi e massicci, la dispersione rende pi facile invece uno sterile sperpero. la differenza tra debito buono e debito cattivo di cui ha parlato Mario Draghi. Inoltre, devono ancora arrivare i progetti degli enti territoriali, comprese le Regioni. E l’esperienza ci dice che soprattutto quelle meridionali sono maestre nell’impegnare soldi in iniziative che hanno l’unico effetto di accrescere il consenso di chi governa.

Il rischio stavolta enorme. Quella che sta per presentarsi forse l’ultima occasione per il Sud di recuperare parte del divario storico che lo divide dal Settentrione. Attenzione: la storia dimostra che quel divario si sempre aggravato in momenti di emergenza nazionale. Il suo record storico infatti del 1950, quando il Pil pro capite delle regioni meridionali scese al 47% di quello del Centro-Nord. Il trentennio precedente si era caratterizzato come il periodo della divergenza, e abbracciava il fascismo e la guerra. Mentre invece il periodo della convergenza si realizz nei venticinque anni successivi in cui, per la prima volta, il Sud crebbe pi del Nord, raggiungendo nel 1972 il record di ravvicinamento: il 65% del Pil del Nord.

Voglio dire che non si pu affatto dare per scontato che in una catastrofe economica generalizzata come quella in cui viviamo le regioni pi indietro abbiano migliori occasioni per riprendere terreno. Il contrario.

Inutile nascondersi che il venticinquennio d’oro per il Sud fu caratterizzato dall’intervento della Cassa per il Mezzogiorno. E oggi se ne torna infatti a parlare. In un paio di articoli sul Mattino Giorgio La Malfa ha posto un problema molto serio: chi sceglier i progetti vincenti? Come faremo a controllare quali sono i criteri con cui saranno scelti? Ci sar una sede di dibattito pubblico? Non sarebbe meglio farne giudicare la fattibilit tecnica a un organismo tecnico, sottraendoli alla discrezionalit della politica? Sono domande che richiedono risposte. Soprattutto in un Sud in cui il regime dello shogunato potrebbe essere tentato di approfittare dell’occasione per perpetuare se esso, piuttosto che per cambiare il Mezzogiorno.

30 agosto 2020 | 11:19

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