Lo specchietto per le allodole

Partono le elezioni politiche e, come al solito, partono le solite promesse dei politicanti. E’ questa la fase dove ci fanno credere che l’impossibile diventerà possibile e dove i sogni potranno diventare realtà. Come quella pubblicità dove il patron di un’azienda immobiliare parla di non vendere sogni ma solide realtà.

In politica, però, il discorso è diverso. Qui non si tratta di vendere una casa o un palazzo, ma di amministrare un Paese con sessanta milioni di abitanti, con tutti gli oneri e gli onori che questo comporta. Per fare questo, le promesse non bastano. Le promesse valgono meno di zero. Sono solo fumo negli occhi senza una forma che ne dia sostanza. 

Di solito i politici si votano per quello che hanno fatto in passato, non per quello che annunciano di voler fare in futuro. Se un candidato dovesse presentarsi a un colloquio di lavoro, l’azienda lo valuterà in base al titolo di studio e alle esperienze professionali passate, non in base a progetti che il candidano dichiara di voler fare in futuro. Il curriculum parla per lui. Non si sfugge. 

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I partiti, di destra e di sinistra, finora ci hanno lasciato un Paese che fatica a risollevarsi dalla crisi economica, dalla disoccupazione, dalla fuga dei giovani all’estero, dall’immigrazione clandestina, dall’incremento della povertà, dall’aumento del  costo della vita, dalle diseguaglianze sociali dove c’è chi ha troppo e chi non ha nulla. E quelli che hanno troppo, di solito, sono anche quelli che non lo meritano, perché l’Italia è dilaniata dalla corruzione, dall’illegalità, dall’evasione fiscale, dal malaffare, dalla collusione mafiosa.

Alcuni, come il Movimento 5 Stelle, hanno mantenuto le loro promesse, istituendo quel reddito di cittadinanza considerato da Confindustria nientedimeno che un “competitor” per le imprese. Un sussidio che basta a malapena per fare la spesa viene visto come un danno per quelle aziende che evidentemente pagano i loro dipendenti anche meno del reddito di cittadinanza. Altri, come Fratelli d’Italia, nemmeno hanno messo piede al governo e parlano come degli eroi.

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Un ulteriore motivo di disagio di fronte alle campagne elettorali sta nel fatto che nessuno in realtà si presenta con un programma compiuto. Chi si intende un po’ di economia, sa che un programma è una serie di azioni formulate una dietro l’altra e collegate tra loro per raggiungere un obiettivo generale. I politici, invece, si ostinano a chiamare “programma” una serie di promesse vaghe e di proposte estemporanee, in genere sconnesse una dall’altra. La tattica che loro usano si chiama “specchietto per le allodole”, ovvero promettere mari e monti per sedurre gli elettori e guadagnare consensi e voti. 

Poco importa se queste promesse sono come i sogni che si fanno di notte. Se si chiamano taglio del cuneo fiscale, di cui se ne parla dai tempi dell’Unità d’Italia; del ponte sullo stretto di Messina che non vede mai la luce; della flax tax di cui i profani non sanno nemmeno cosa sia; di investimenti nel Meridione che sono iniziati ai tempi della Cassa del Mezzogiorno e vedono il Meridione ancora indietro; di portare le pensioni minime a mille euro al mese, senza spiegare dove pensi di prendere i soldi per farlo, se stanno tutti ancora piangendo per il misero sussidio pentastellato. 

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Il problema è che tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare. In campagna elettorale puoi promettere quello che vuoi. Anche di spaccare in due l’Italia come voleva fare la Lega Nord. Ma poi le intenzioni, anche quando sono buone, ti fanno camminare su una strada lastricata d’inferno, perché è all’atto pratico che scopri che ciò che hai prospettato non lo puoi concretizzare: per opposizioni degli avversari, per mancanza di risorse, per incapacità di gestire le crisi, per l’impossibilità di mettere d’accordo tutti. Ma tanto i politici questo lo sanno. Solo che loro hanno fatto tesoro della lezione di Napoleone Bonaparte: “Promettere sempre, senza mai mantenere”. Certo, poi lo hanno esiliato sull’Isola d’Elba. Ma questa è un’altra storia.

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