Lo strano caso dei silenzi sugli effetti disastrosi della pandemia nelle Marche

Conosci tu il Paese dove fioriscono i silenzi? Va da Gradara a San Benedetto del Tronto, è una lunga stretta fascia di colline fluttuanti come verdi tovaglie lasciate in sospeso e il mare Adriatico le osserva. Un tempo era l’ultimo nord d’Italia, per dire terra di benessere contadino, artigiano, ma forte, concreto. Diecimila fabbriche di scarpe a base familiare, un turismo quasi pudico, niente a che spartire coi baracconi romagnoli, un santuario a Loreto, Roma a duecento chilometri che attirava e respingeva, marchigiani di risacca che per l’estate tornavano, invadevano i Sibillini e i litorali. Ora le Marche sono una lunga teoria di silenzi. Quelli del terremoto, quelli del Covid. Borghi e villaggi sbriciolati e sgomenti, centri balneari incerti e rassegnati. Cittadine che si dibattono in qualcosa che non è più una crisi e non è più endemica, è altro, è un lungo, perenne, penoso affondare.
Quattrocento liberi professionisti in meno nel primo trimestre 2020, calo continuo di occupati nel secondo e terzo trimestre 2020 specie nel lavoro indipendente, ma era solo l’inizio. “Non sai quanti professionisti hanno chiuso o vivono all’estremo” mi dicono due amici della Guardia di Finanza. “I clienti non pagano, loro non hanno lavoro, sono spirali che si autoalimentano, che portano al baratro”. Architetti, avvocati che non vanno più in studio, che si dedicano all’unica occupazione di cercare di recuperare le loro parcelle; che, un bel giorno, si siedono, con la testa fra le mani, e piangono come bambini. “A Civitanova, cittadina modaiola, i mutui non vengono più onorati e neanche gli affitti, tanto c’è il blocco degli sfratti. Ma i proprietari sono disperati. Noi della Finanza che dovremmo fare? Ci si presentano degli spettacoli tremendi, andiamo per controllare, anche per sanzionare e finisce che dobbiamo consolare. Qualcuno lo abbiamo fatto recedere da pensieri insani”. Chi può non paga, tanto le procedure esecutive sono ferme, i tribunali intasati, quello di Fermo in difficoltà estreme anche perché colpito in autunno da un contagio diffuso. Tutto si blocca e ne profitta la criminalità più o meno organizzata. “Per forza, chi perde il lavoro, chi non sa più come fare, è facile si faccia stregare dal canto delle sirene, ma sono sirene spietate”.
“Ma è vero – chiedo a un maresciallo del carabinieri di Porto San Giorgio – che qui, nel silenzio generale, continuano ad aprire esercizi e dietro ci sono le mafie che li useranno come lavanderie di denaro sporco?”. “Lei è molto informato” mi risponde, ma non ci vuole molto, basta l’esperienza, basta conoscere un po’ il territorio che di risorse non ne ha più. La provincia di Fermo sembra la più colpita: il Resto del Carlino locale titolava l’8 di maggio: “Aziende calzaturiere: la morìa non si arresta”. E i numeri fanno paura. Se a livello regionale il comparto calzaturiero a fine 2020 contava 4021 aziende, tre mesi dopo erano scese a 3528, con 40 nuove iscrizioni alla Camera di commercio e 88 cancellazioni. In provincia di Fermo, dove quella della scarpa è storicamente l’economia trainante, le attività sono 2317 con 30 iscrizioni e 57 cancellazioni, più altrettante d’ufficio, già a fine aprile. 114 attività in meno, due o trecento famiglie sul lastrico. Per dare un’idea delle dimensioni, il 54,7% sono imprese artigiane e il 44,3% a gestione individuale, realtà che, al primo vento contrario, volano via. Nell’anno e passa di emergenza pandemica l’export è sceso su base regionale del 27%, nel Fermano, che comunque conserva la maggior concentrazione di aziende di settore, del 27,5% con un volume rispettivamente di 938,2 milioni di euro e di 486 milioni. Numeri mai registrati prima. “Non sai quanti protesti, quante richieste, ma soldi non ci sono. Qui c’è gente che ormai viene a chiedere un prestito per pagare le bollette” mi racconta un funzionario di banca.
I soldi non ci sono. E meno ce ne sono più servono. Lo scorso 15 aprile, sul Bollettino Ufficiale l’Avviso per i contributi a fondo perduto che la Regione destina alle aziende dei settori messi più in difficoltà dalla crisi sanitaria:15 milioni di contributi per il 100% a fondo perduto destinati alle aziende marchigiane localizzate nelle aree di crisi industriale e del sisma per tamponare le perdite occupazioni e sostenere le microimprese, le piccole fino alle medie. Senonché nel primo trimestre del 2021 sono scattate complessivamente 27 milioni di ore di Cassa integrazione, FIS e altri fondi di solidarietà, per il 94,5% motivate con l’incidenza del Covid. Ha dichiarato pubblicamente il direttore di Confcommercio Marche, Massimiliano Polacco: “Dopo oltre un anno dall’inizio della pandemia legata al Covid-19 la situazione di crisi generale che sta colpendo la categoria, in seguito ai continui provvedimenti restrittivi decisi dal Governo, non è più sostenibile”. In nove mesi, i commercianti sono scesi da 18.081 a 17.834; in 247 si sono persi per strada, più di tutti gli ambulanti. Ma non è solo la pandemia, c’è di mezzo la burocrazia dei ristori troppo in ritardo o arrivati una volta o addirittura mai.

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