L’ombelico di Raffaella Carrà era l’ombelico del mondo

Quando uno dice “icona”.

In casa dei miei, in Ancona, deve ancora esserci da qualche parte quello che è stato il mio primo disegno degno di essere chiamato così. Un disegno che risale a un giorno di primavera del 1971, non ricordo esattamente quale, ma so per certo che non avevo ancora compiuto due anni. C’è una donna, fatta con i tratti tipici di quell’età, quindi gambe e braccia fatte con delle linee sottili, le dita delle mani altre linee, ovviamente più corte, il corpo tratteggiato con un rettangolo non proprio regolare, la testa con un cerchio, alcune linee cadenti a fare i capelli. Due puntini a fare gli occhi, uno il naso, una linea curva orizzontale a fare la bocca. Niente di cui andare fieri, anche a meno di due anni.

Solo che poco sopra l’attaccatura delle gambe, diciamo nella metà inferiore del corpo, fatto che ha spinto la mia amorevole madre a incorniciare quel disegno, mettendoci la data, e a tenerlo da parte, un puntino più calcato di quelli usati per rappresentare occhi e naso, l’ombelico. Perché quella era Raffaella Carrà, allora, nel 1971, nel pieno del suo successo televisivo e musicale, di cui io ero, evidentemente, non so se follemente innamorato, ma quantomeno follemente attratto. L’ombelico scoperto, del resto, è stato un suo tratto distintivo di quell’epoca, ancora per poco bigotta, anche grazie alla sua opera di sdoganamento della femminilità e di una sessualizzazione divertita e mai greve che ha, lo raccontava pochi mesi fa The Guardian, quando si dice che nessuno è profeta in patria, letteralmente preso carico sulle sue spalle di traghettare le donne verso una emancipazione ancora lontana da venire allora, e forse anche oggi.

Raffaella Carrà è morta all’età di settantotto anni. E come sempre succede quando muore un vero mito, una icona, qualcuno che associamo a un periodo molto lungo della nostra vita, la notizia ci sconvolge, ci addolora fisicamente, ci lascia spiazzati. Perché i suoi settantotto anni, anche le ultime volte che l’abbiamo vista in Tv, non li avevamo percepiti, perché era talmente avanti allora, e per buona parte degli anni successivi, da sembrarci attuale anche oggi, e soprattutto perché recentemente avevamo sentito, anzi letto, che stava lavorando a nuovi progetti, senza lamentarsi troppo dell’essere stata messa da parte, oggi sarebbe troppo semplice accusare chicchessia di averla marginalizzata. Pensavamo che Raffaella Carrà, col suo caschetto biondo sempre in procinto di scrollare, le sue risate affettate e squassanti, le sue Carrambate, divenute non a caso un vero e proprio genere a se stante, chi di noi non ha introdotto una qualche sorpresa usando esattamente quella parola, le mosse del Tuca tuca e quelli fatti in una vecchia e nobile television in bianco e nero a fianco di Don Lurio e delle gemelle Kessler, come di Mina, i versi immortali quali “come è bello far l’amore da Trieste in giù”, anche la versione tamarra e dance di Rumore finita nelle scene cafonal de La Grande Bellezza di Sorrentino, lei che si era emozionata per aver sentito una sua canzone in un film vincitore di un Oscar, tutto lasciava presagire che lei, Raffaella Carrà, fosse eterna, come in effetti i miti e le dive dovrebbero sempre poter essere. 

Invece Raffaella Carrà è morta, e lo ha fatto senza avvisarci per tempo, darci modo di prepararci allo shock, un annuncio lineare per bocca di colui che dopo essere stato il suo compagno era stato il suo più stretto collaboratore di sempre, Sergio Japino.

Una morte alla vigilia di Italia-Spagna, lei che davvero e sola è stata icona non solo nel nostro paese, ma nel mondo spagnolo e sudamericano, una eccellenza che abbiamo esportato e che forse all’estero hanno apprezzato anche più che da noi. Una morte che, in questi casi si dice spesso così, forse sempre, ma mai come questa volta le parole sono vere, da scolpire sulla roccia, si porta letteralmente via un pezzo della nostra storia, forse anche un’Italia felice come quella di Canzonissima e Mille Luci, un benessere che si cominciava a diffondere anche nelle classi più popolari, quella seduzione mai volgare cui facevo riferimento in esergo, il passaggio a un divismo in lungo, con i programmi col suo cognome nel titolo, da Pronto Raffaella? in qua, fino ai recenti e non fortunatissimi Forte Forte Forte e A raccontare comincia tu?, citazionista perché poteva permettersi di esserlo, lei, la Raffa, Nostra Signora della Televisione.

È evidente, abbiamo la televisione dalla metà degli anni Cinquanta, cioè suppergiù da quando esiste l’idea di pop anche in musica, lei che di dischi ne ha venduti qualcosa come sessanta milioni, da anni stiamo vivendo uno stillicidio di miti, non può che essere così, visto che molti dei nostri miti sono nati nella prima metà del Novecento, ma resta che certe morti sono fisicamente più dolorose di altre, perché ci ricordano che stiamo invecchiando, certo, e perché certificano la fine di quel che è rimasto della nostra innocenza.

Io, la mia, l’ho persa in un giorno di primavera del 1971, non avevo ancora compiuto due anni, quando ho notato che dentro la nostra televisione di famiglia, in bianco e nero, una ragazza dai capelli chiari esibiva in maniera per niente indifferente l’ombelico, altro che Jovanotti. Mi piaci, devo aver pensato, ah-ah, mi piaci, ah ah ah, mi piaci tanto tanto ah, sembra incredibile ma sono cotta di te. 

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