Luigi Di Maio, nuova giravolta: “Reddito di cittadinanza? Un fallimento”

Fausto Carioti

C’è un alleato del Pd che sul reddito di cittadinanza è molto più a destra del Pd: si chiama Luigi Di Maio e non è un omonimo. Insomma, mentre tra i democratici non se ne trova più uno che parli male della marchetta grillina, e infatti nel loro programma promettono di rimediare alla «ingiustificata penalizzazione delle famiglie numerose o con minori» e di «ridurre il periodo minimo di residenza in Italia» necessario per ottenere il sussidio, cioè di rendere l’assegno ancora più generoso, l’uomo che si era affacciato dal balcone di palazzo Chigi per urlare «abbiamo abolito la povertà» è già oltre. Li ha sorpassati e lasciati con un cerino acceso in mano, che brucia 9 miliardi di euro l’anno.

 

 

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IN NOME DEL DRAGHIANESIMO

Enrico Letta se ne è accorto ieri al Meeting di Rimini. Lui era ospite e lo era pure Di Maio, e quello che avrebbe dovuto dire il leader di un partito della sinistra moderna, riformista, attenta al mondo del lavoro e alle imprese eccetera eccetera, non l’ha detto il segretario del Pd, bensì il ministro degli Esteri nel suo ultimo e più improbabile travestimento: quello di leader responsabile, preoccupato per gli equilibri della finanza pubblica. Gli unici per i quali non è «d’accordo ad abolire il reddito di cittadinanza», ha spiegato Di Maio col fervore dei neoconvertiti al draghianesimo, sono «i disabili e gli inabili al lavoro». Per tutti gli altri, invece, l’abrogazione della regalia è necessaria, perché «è chiaro che, a parte alcune eccezioni, gran parte del sistema dei centri per l’impiego ha fallito». Ovviamente (ma questo è il meno) condivide anche «la norma approvata in parlamento poco prima della fine del governo Draghi, che dice che è meglio permettere alle aziende di fare la proposta direttamente ai percettori del reddito e se non è accettata sono le aziende stesse a segnalare che quella persona non deve più avere il reddito». Sarebbe anche una bella notizia, in fondo. Di Maio è il simbolo del reddito di cittadinanza, e non solo per quella scenata dal balcone di palazzo Chigi. Lui è stato il vicepremier, ministro del Lavoro e delle Politiche sociali del governo che varò il decreto, uno degli autori materiali della norma e soprattutto il capo politico del partito che il 4 marzo del 2018 si era fatto votare da 10,7 milioni di italiani promettendo stipendi a sbafo. E se il padre del provvedimento che costa 9 miliardi di euro l’anno, premia evasori fiscali, lavoratori in nero, spacciatori e persino carcerati, complica la vita alle aziende e non aiuta i beneficiati a trovare lavoro, anzi toglie loro la voglia di cercare un impiego, si accorge di tutte queste cose e ne rende conto agli italiani, beh, viene quasi da stringergli la mano e dirgli: «Un po’ tardi, però ci sei arrivato».

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L’ULTIMA CAPRIOLA

Ma non è così. Non c’è stata alcuna ammissione di colpa, nessuna elaborazione dell’enorme e prevedibilissimo errore commesso. Quello di Di Maio è un riposizionamento sciué sciué dettato dall’opportunismo, non certo il primo della sua breve carriera. È stato nei Cinque Stelle fin quando ha capito che non poteva più riprendere il controllo del movimento e che non lo avrebbero ricandidato per via della regola del doppio mandato: allora se ne è andato. Ha contestato Emmanuel Macron assieme ai gilet gialli, finché non ha realizzato che schierarsi con l’Eliseo s’ intona meglio alla sua grisaglia e alle sue ambizioni; e allora, con la stessa disinvoltura con cui uno cambia cravatta, ha annunciato al mondo la sua nuova posizione: «Se stessi in Francia voterei Macron». Aveva chiesto la messa in stato d’accusa di Sergio Mattarella, ma dopo aver giurato come ministro davanti al presidente della repubblica è diventato più mattarelliano di Paolo Gentiloni. «Giggino ‘a cartelletta, che aspetta di essere archiviato in qualche ministero», lo chiama Beppe Grillo, il pigmalione tradito. E almeno ai due capi di Stato una mezza parola di pubbliche scuse (del genere «mi spiace, non lo faccio più») l’ha mormorata. Nessuna scusa, invece, ai contribuenti, dalle cui tasche ha sifonato 29 miliardi di euro (tanto è costata sinora la prebenda) senza creare alcun vero posto di lavoro, figuriamoci abolire la povertà.

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L’EINAUDI DI FUORIGROTTA

Di Maio è sempre quello che a novembre si definiva «orgoglioso del reddito di cittadinanza» e che a settembre, manco un anno fa, se la prendeva con «chi punta il dito contro il reddito solo per fare propaganda sotto elezioni». Lo stesso che ora, col seggio garantito dalle candidature in Campania concordate col Pd, si atteggia a novello Luigi Einaudi e rifila la sua predica rigorista agli avversari spendaccioni: «Se passiamo la campagna elettorale a fare promesse che non stanno in piedi, l’unica cosa che faremo è sfasciare i conti dello Stato». Sarebbe da spellarsi le mani, se a dirlo non fosse quello che ha abolito la dignità.

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