M5S verso la sfiducia al Senato: ecco perché giovedì può scoppiare la crisi di governo

Pronti a uscire dall’aula. A non votare la fiducia in Senato e a togliere il proprio sostegno al governo. È ancora questa la linea che prevale nel Movimento 5 stelle, a due giorni dall’arrivo del voto di fiducia sul decreto Aiuti a Palazzo Madama. La posizione ufficiale resta quella del “vedremo”: «Aspettiamo un segnale da Mario Draghi». Ma nei conciliaboli pentastellati, l’orientamento sembra ormai definitivo. Andarsene, non votare la fiducia. 

Una mossa dalle conseguenze difficilmente prevedibili. Perché se è vero che anche in caso di rottura con l’esecutivo da parte di Giuseppe Conte il premier potrebbe ancora contare su una maggioranza solida, è altrettanto vero che il presidente del Consiglio nelle scorse settimane è stato chiaro. «Questo governo non si fa senza i Cinquestelle». Cosa potrebbe succedere, dunque, se i pentastellati tirassero dritti per la loro strada?

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LO SCENARIO 

Tra gli osservatori, molti scommettono che in caso di addio Cinquestelle Mario Draghi non avrebbe altra scelta che salire al Colle da Sergio Mattarella. Innanzitutto per riferire sul cambio nell’assetto nella maggioranza. E per discutere con il Capo dello Stato delle possibili conseguenze. Nel gruppo di Luigi Di Maio, Insieme per il Futuro, c’è chi paventa uno scenario ancora più estremo: Draghi che, preso atto della sfiducia (di fatto) di un pezzo della maggioranza, decide di essere conseguente con il proprio avvertimento. Fino al punto di rassegnare le dimissioni. In questo caso, sarebbe crisi.

Va detto comunque – è l’opinione prevalente nella maggioranza – che in quel momento entrerebbe in campo l’opera di moral suasion del presidente Mattarella. Che con ogni probabilità spingerebbe il premier a rivedere la usa posizione. Facendo leva sui tanti fronti aperti che il governo nei prossimi mesi sarà chiamato ad affrontare. 

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Dall’inflazione alla difficile situazione internazionale, dalla “bomba” del costo dell’energia e dei carburanti ai provvedimenti necessari per non rischiare di perdere i fondi del Pnrr. Temi troppo urgenti per essere lasciati in balìa di un governo in carica per i soli affari correnti. Ecco perché sia nel Pd che tra gli stessi Cinquestelle molti sono convinti che alla fine, un’uscita dei grillini dall’esecutivo, non produrrebbe conseguenze immediate. 

In ogni caso, «si naviga a vista», ammettono a mezza voce i deputati pentastellati dell’ala governista. Convinti che sia un errore drammatizzare la crisi senza neanche dar modo al governo di offrire risposte su quelle 9 “priorità” sottoposte da Conte al presidente del Consiglio (Superbonus, reddito di cittadinanza, salario minimo, taglio del cuneo fiscale e così via). «Serve responsabilità», si ripete da una parte e dall’altra. In attesa di mostrare quali siano le reali intenzioni. 

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