Ma quanto ca**o è lontano dalla realtà il “decreto trasparenza”, colpo di coda del Governo Draghi?

Si allunga la lista per questa estate delle cose di cui non avevamo bisogno e che, onestamente, non ci meritavamo neanche. È uscito in Gazzetta Ufficiale il “decreto trasparenza”, la risposta parlamentare a quel mercato dei porci che è diventato il mondo del lavoro in Italia, più caotico di una spiaggia a Ferragosto. Ma è la risposta giusta? Mah… Una legge inutile è una legge nociva, dicevano i latini

Sarà legge dal 13 agosto e già provoca turbamenti e richieste di rinvio. È Il nuovo decreto trasparenza, ultimo colpo di coda del Governo Draghi, che dovrebbe intervenire nel miglioramento delle condizioni del lavoro subordinato, rendendo tale lavoro più “trasparente e prevedibile”. Se in alcuni settori, come la Pubblica amministrazione, tale decreto cambia davvero poco, appesantendo soltanto la già ponderosa burocrazia, in altri diventa puro parossismo. Come per l’enorme e selvaggio settore dei “Pubblici esercizi”, da sempre piuttosto bordeline, e del lavoro precario.

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Andiamo a vederci solo qualche punticino. La prima cosa che getta letteralmente nel panico i datori di lavoro è che la lettera di assunzione dovrà includere nero su bianco le informazioni specifiche che prima rinviava ai contratti collettivi dei lavoratori, come l’importo della retribuzione, straordinari, inquadramento, programmazione del lavoro eccetera. Insomma, giusto per far vedere meglio al lavoratore cosa si perde. Perché se prima il cameriere tipo, per esempio, doveva fare la fatica di spulciarsi il proprio CCNL di riferimento per scoprire che gli spettavano i suoi onesti 0.75 cent netti di maggiorazione oraria per il lavoro festivo (domeniche, Natale, Santo Stefano, 25 aprile, è lo stesso…) ora potrà leggerlo direttamente sulla lettera di assunzione. Ora: il fatto che mediamente, soprattutto in certi settori, tale lettera sia inesistente come anche quegli agognatissimi 75 cent in più, sono dettagli. Soprattutto per la politica. Tanto non sono questi i problemi dei settori come la ristorazione, per esempio, fetta che in Italia non è proprio marginale (vale 86 miliardi di euro). Piuttosto il vero nemico è il reddito di cittadinanza, maledetto.

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Un’altra novità riguarda la prevedibilità minima del lavoro (articolo 9). “È previsto che il datore di lavoro non possa imporre al lavoratore di svolgere l’attività lavorativa se l’orario di lavoro e la collocazione temporale non sono predeterminati; è riconosciuto il diritto per il lavoratore di rifiutarsi di svolgere la prestazione, senza subire alcun pregiudizio”. Certo. Già lo vediamo il nostro impavido lavoratore Co.Co.Co, insieme al suo poderoso potere contrattuale, dire no agli orari di lavoro infiniti ed indefiniti a cui è sottoposto. Il tutto senza “subire alcun pregiudizio” ovviamente. Anzi, in caso di una revoca da parte del datore di lavoro di una prestazione precedentemente programmata, il nostro lavoratore avrebbe comunque diritto alla retribuzione prevista o una somma compensativa. Insomma, siamo diventati la Svizzera e nemmeno ce ne siamo accorti. Questi sono solo due esempi, ma le vette di comicità involontaria e spaesante che tocca questo decreto sono ancora tantissime e testimoniano la totale mancanza di senso della realtà che affligge il Legislatore, che, davanti ad un mercato del lavoro diventato più selvaggio di un’orgia ad Arcore oppone i suoi gracili francesismi. Perché fra contratti a chiamata di 60 ore a settimana, donne incinte costrette a presentarsi alla firma del contratto con gli avvocati, illegalità dilagante, mancanza di sicurezza, CCNL preistorici ed inadeguati, e datori di lavoro che non hanno letteralmente mai sentito parlare di un contratto collettivo -tutte esperienze personali modestamente- il decreto trasparenza è proprio ciò di cui sentivamo il bisogno, grazie.

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