Magistratura, la giustizia è malata. E i referendum non bastavano


Gianluigi Paragone

Siccome i referendum sono andati come peggio non potevano, ecco che la Lega e i renziani pensano di prendersi la rivincita in aula a colpi di emendamenti. Come se il tema fosse di bandierine da piantare. La giustizia del Palazzo – anzi, dei Palazzi perché quello delle toghe è un potere a tutti gli effetti – è distante anni luce dalla giustizia che vorrebbero i cittadini. I quali, negli ultimi decenni, si sono ritrovati a prendere parte a una bagarre dove le loro questioni erano solo minimamente sfiorate.

È vero che lo strapotere dei magistrati spazia dalle logiche interne nel Csm a un esercizio di vita e di morte cui pare difficile sottrarsi a fronte di un abuso o un errore delle toghe. Ed è vero che di queste criticità si è parlato a lungo. Ma è altresì vero che mentre il dibattito corre tra una riforma (?) e un’altra, tra un dibattito e un altro, tra uno scontro politico e un altro, ci sono pezzi di diritto, pezzi di economia e pezzi di società che si accartocciano irrimediabilmente. Faccio alcuni esempi.

Nel recente tempo dell’emergenza Covid, con semplici atti amministrativi sono stati piegati diritti e libertà che nessun giudice a Berlino ha voluto affrontare e riaffermare in modo uniforme allo spirito della Costituzione e non solo. È proprio nelle emergenze che la tenuta della ripartizione dei poteri deve dare prova di essere bilanciata; è proprio in questo stress che l’esecutivo dev’essere controllato del legislativo ma soprattutto da un giudiziario maturo e compiuto. Invece è accaduto che lavoratori e piccoli imprenditori sono rimasti bloccati da decisioni arbitrarie, in conseguenza delle quali tutto il resto ha subito lesioni. La magistratura italiana è vittima di una immaturità operativa e «politica».

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I cittadini normali non possono assistere a un ritorno di un potere assoluto del Sovrano governativo senza poter contare sul check and balance: la giustizia ha questa funzione, se la fallisce diventa altro. La giustizia non può restare senz’armi quando le multinazionali comprimono i diritti del lavoro, così come un imprenditore non può assistere che l’attore più grosso ha la strada spianata se si parla di transazione fiscale o dumping sindacali. Il lavoratore non può subire un piano licenziamenti perché il grosso gruppo americano o cinese sposta baracca e burattini in un altro Stato. Di contro il piccolo imprenditore non può nemmeno subire la strafottenza con cui un lavoratore si fa scudo di malattie o intoccabilità strambe. E che dire del mondo delle esecuzioni, delle aste giudiziarie su cui nessuno vuole accendere un faro? O la tutela della prima casa, tolta la quale si entra nell’invisibilità sociale.

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Oltre la legge c’è insomma bisogno di operatori del diritto maturi del loro ruolo sociale. Capisco bene che amministrare la giustizia sia difficilissimo, ma la giustizia non può oscillare tra il protagonismo delle toghe e l’invisibilità di giudici che si fanno burocrati. Lo ripeto, è proprio quando le crisi mordono che i cittadini debbono essere protetti da una giustizia con un senso sociale spiccato. Entrare in un palazzo di Giustizia è persino peggio che entrare in un ospedale perché almeno tra denunce e scandali la Sanità viene «attenzionata»; sulla Giustizia invece i più hanno paura perché sanno o hanno capito che la magistratura non ha un controllore degno della credibilità nella funzione di controllo.

Una giustizia malata avvelena non solo la vita dei singoli ma avvelena il sistema economico e sociale, perché non è vero che in italia i grandi capitali non investono per colpa della giustizia; anzi talvolta i grandi si avvantaggiano di queste mollezze. Sono i piccoli a essere sempre schiacciati. E questo è deleterio. Il solo fatto di aver pensato di rivendicare una giustizia giusta con cinque quesiti referendari è stato un atto arrogante o ipocrita. Gli italiani hanno bisogno di una magistratura che rimetta in equilibrio il diritto, e di una giustizia che non sia nelle mani di correnti e carrierismi. 

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