Manca il personale nonostante l’ottima retribuzione, famoso chiosco costretto a chiudere: come stanno le cose?

Il titolare di un chiosco a Bologna ha dovuto chiudere la sua attività, a causa di mancanza di personale. Tuttavia, la retribuzione e le condizioni lavorative parrebbero più che favorevoli. 

Quando si parla di lavoro, della politica del lavoro o, peggio, del “duro” lavoro scatta in automatico anche una stucchevole retorica sui sacrifici che aiutano a crescere e sull’esperienza che vale più del tesoro perduto di Ferdinando Magellano. Ora, per quanto sia vero che la vita è fatta anche di impegno e sforzo, quest’immagine del lavoratore prostrato, diligente e pregno di abnegazione, nel corso degli anni ha giustificato anche condotte imprenditoriali altamente discutibili.

mancanza personale

Diciamo pure che, come in tutte le cose, la via mediana, l’equilibrio e la morigeratezza sono quelle virtù che a lungo andare fanno la differenza. Ciò non toglie ovviamente che ci siano tante persone che vivano anche di assistenzialismo, che non vogliano lavorare e conducano la loro vita come se fossero all’interno del film coreano “Parasite”. Anche se in quel caso il finale non è dei migliori. Insomma, questo premessa per sottolineare come siano tante le sfaccettature che compongono una società e soprattutto il macrocosmo del lavoro.

Quando si tratta di lavoro, si tende sempre ad esasperare i toni, spingendo il dibattito più verso cori da stadio, che non a un dialogo costruttivo dal quale si possa comprendere la penuria di domanda rispetto all’offerta apparente. Un po’ come è accaduto in Emilia Romagna, dove il titolare di un chiosco a Bologna ha dovuto chiudere la sua attività, a causa di mancanza di personale. Tuttavia, la retribuzione e le condizioni lavorative parrebbero più che favorevoli. Ma come è possibile allora che nessuno colga un’opportunità lavorativa così unica nel suo genere?

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Problemi stagionali

Da metà giugno il chiosco del Caffè Terzi a piazza Aldrovandi è, come recita il cartello, “Chiuso per mancanza di personale. Ma se sei barista e vuoi lavorare chiama, così potremmo riaprire”. Pare, infatti, che i due titolari non abbiano trovato un/una barista che sappia anche servire caffè, cappuccini e biscotti ogni mattina. Tuttavia, la situazione si presenta anche abbastanza anomala in realtà.

Chiosco Bologna

Nessuno sembra disposto a voler lavorare per loro, neanche chi è stato contattato direttamente dal centro per l’impiego e ha avuto modo, durante il colloquio, di ascoltare la proposta dei coniugi Terzi. Il chiosco offriva un contratto a tempo indeterminato, con uno stipendio netto di 1300-1400 euro al mese, per 6,40 ore al giorno, sei giorni a settimana, inclusi i weekend.

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“È la situazione reale, non si trova personale e siamo stati costretti a chiudere. Abbiamo un ragazzo in infortunio, ci sono le ferie. Ma quello che fa più male è vedere tutto questo disinteresse nei confronti del lavoro. Le persone ci chiamano, prendono appuntamento, poi non si presentano al colloquio senza nemmeno avvisare con un messaggio”, ha raccontato Elena Terzi intervistata da ‘La Repubblica’.

Insomma nessun giovane vorrebbe lavorare per loro, soprattutto nei weekend: “In generale la gente preferisce non lavorare il weekend, anche se io penso che un barista dovrebbe essere abituato, no?”, ha spiegato ancora la titolare. “Senza contare che noi facciamo solo servizio di caffetteria, non ci sono taniche da spostare o altri lavori pesanti da fare, né servizi serali: il chiosco apre dalle 8 alle 18, poi si chiude”. Ora, qui troviamo una grave incongruenza. Non solo è difficile che nella ristorazione un lavoratore, stagionale o meno, lavori solo per sei ore al giorno. Ma c’è di più.

Se il chiosco è aperto per 10 ore, nelle restanti quattro, chi viene assunto cosa fa? Questo però non è dato saperlo. Anche se una cosa, invece, è ormai una certezza, l’attacco all’assistenzialismo: “Chi ha il reddito di cittadinanza o la disoccupazione dice che preferisce tenersi quelli. Abbiamo avuto anche persone che abbiamo assunto, poi al termine del periodo di prova ci hanno chiesto di non essere confermate per poter avere la disoccupazione”, ha detto sempre Elena Terzi a Repubblica.

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