Marvin Hagler, il Meraviglioso, è caduto per l’unica e ultima volta in 66 anni, dopo un vaccino anti Covid

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Se mi spacchi il cranio e me lo apri ci trovi un guantone, diceva Marvin Hagler. I pugili sono bravissimi a condensare la vita in una frase, specie quelli neri perché hanno sofferto di più e la negritudine non li abbandona mai. Ma nel caso del Meraviglioso non era una frase, lui era proprio la boxe e la boxe era in lui. Dentro lui. “Non sono il mostro che vedi sul ring, quando sono sceso il mostro resta là, tra le corde, o in palestra”. Hagler era terribile sul quadrato – la grinta feroce di un orfano salvato dal pugilato, nero, pelato, incazzato: uno che non avrebbe permesso a nessuno di portargli via il suo regno con tutto ciò che conteneva. Durissimo, meraviglioso anche nelle proporzione, 72 chili per un metro e settantasette centimetri di muscoli, di nervi, di vene. Neanche un grammo in eccesso, mai. Se gli davi un pugno potevi farti male. Ma, abbandonata l’arte, datosi al cinema e a mille altre cose, Marvin era diventato il più affabile tra gli uomini: nel pugilato accade, più spesso di quanto si pensi: i più cattivi lassù, poi li scopri i migliori, i più comprensivi. I più generosi. Hagler, il Meraviglioso, aveva scelto l’Italia come patria adottiva, viveva in buona parte a Milano, porta Romana, frequentava Rozzano, uno degl’inferni del mondo ma chi avrebbe osato infastidirlo? Qui aveva amici, legami, interessi. Qui, come in America, svolgeva le sue attività solidali e filantropiche.
Questa bestia d’uomo, questo mostro, macchina da guerra che poteva farti piangere solo guardandoti, e poi commuoveva i ragazzi delle scuole raccontando di sè, è caduto per l’unica ed ultima volta nella sua vita a 66 anni, tra un attimo sapremo di cosa. Se ne va a tradimento, appesantito ma sempre memore dell’antica potenza, della gloria incontrastata, sette anni da Campione assoluto dei pesi medi, lasciando il solito dubbio pugilistico esistenziale: meglio lui o Monzon? Marvin avrebbe voluto incontrarlo El Macho, e chissà come sarebbe finita tra quei due terribili picchiatori, cattivi, spietati. Certo, all’inizio della carriera Hagler non era pronto – e Monzon, beh, era Monzon, era uno che massacrava per la gioia di farlo. Ma a Marvin gli fecero sudare tutto, davvero tutto. La sua gavetta rischiò di trasformarsi in un limbo, più lui buttava giù tutti e più lo tenevano a distanza dal circuito che conta: a farsi massacrare dal Gaucho ci finisce gente assai meno dura, meno potente e lui a un certo punto, sconfitti tutti i migliori di Philadelphia e poi oltre, non ha più chi sfidare. Accumula rabbia, sorda, assoluta rabbia che i fratelli Petronelli, suoi mentori, sanno convogliare in forza e in sapienza. Fin da quando se lo vedono arrivare, quindicenne, con madre a carico (il padre non è mai esistito), da Newark, New Jersey: loro stanno a Brockton, Massacchusetts, la patria di Rocky Marciano, e qualcosa vorrà dire. In breve, Marvin diventa il Pelato di Brockton e il suo nome mette paura.
La sua chance ce l’ha nel 1979, quando incontra per il titolo Vito Antuofermo, un paisà di Palo del Colle. Un combattente, poca tecnica ma il cuore italiano che non si ferma mai e non sente il dolore. Marvin però della mitologia se ne frega e pesta per tutte e 15 le riprese il Campione senza ritegno e senza tregua. Commette una sola ingenuità, non lo finisce, lo lascia in piedi, forse per una sorta di inconscio rispetto e tanto basta per uno scandaloso verdetto di parità. Vituccio ringrazia e fila in ospedale a farsi dare 70 punti di sutura sulla faccia, ridotta a strisce. Hagler non può crederci, ma non c’è niente da fare. Allora giura a se stesso che non avrà mai più pietà, per nessuno, in alcun modo.
Manterrà.
Dieci mesi dopo, nel settembre del 1980, è tutto cambiato. Antuofermo ha perso il titolo contro l’inglese Alan Minter, un bullo inglese, tanto più spaventoso perché gelido: due anni prima a Bellaria aveva picchiato così forte Angelo Jacopucci, “il Clay dei poveri”, che l’altro era finito ammazzato. E poi aveva sbriciolato una roccia come Antuofermo. Ma quando si trova di fronte lo sguardo di Hagler, è chiaro che ha paura, le parole mentono, gli sguardi mai. Due occhi da condannato da una parte, due occhi da giustiziere dall’altra. Si odiano, Marvin considera l’inglese un razzista britannico, nell’angolo freme come un cavallo impazzito. Meno di nove minuti dopo, è tutto finito. Minter abbandona e il suo volto non c’è più, c’è una immensa pozzanghera di sangue. Pochi istanti prima, Hagler l’ha centrato così forte che lui s’è accasciato coprendosi la faccia con le mani, come un bambino in una rissa. Non è bastato, è servito solo a fare impazzire ancor più Hagler che si avventa con istinti omicidi. Quello che resta di Minter è solo uno scarabocchio, è poltiglia e lui presto si ritirerà. Anche altri si ritireranno dopo essersi scontrati col Pelato, che diventa Campione e, una volta per tutte, “the Marvelous”, con una L sola: pretenderà di aggiungerlo al nome di nascita.
C’è ancora un conto da regolare, però. Dopo Fulgentio Obelmejas, liquidato in 8 riprese, tocca ancora a Vito Antuofermo, che nel frattempo si è fatto crescere un bel barbone. Stavolta finisce esattamente come Minter, la barba zuppa di sangue, in meno di un quarto d’ora di pestaggio atroce.
Il resto non è storia, è già leggenda. Nessuno ferma Hagler, neanche il panamense selvaggio Roberto Duràn, “Manos de pietra”, che almeno gli resiste 15 rounds. Ma fin qui Hagler è ancora solo un ottimo pugile, un Campione: la sua meraviglia deve ancora venire e arriva con due incontri di brutalità inaudita, il primo nel 1985 contro Thomas Hearns, un “Cobra” guizzante e feroce. Anche arrogante: fa l’errore di provocare il rivale, che per definire l’incontro ha scelto una sola parola, semplice, breve, assoluta: war, guerra. Alla campana i due partono come palle di cannone, si avventano l’uno sull’altro, prendono a scambiarsi martellate spaventose anche per lo scafato pubblico del Caesars Palace di Las Vegas. Hagler è più basso ma più solido, i colpi gli rimbalzano addosso, Hearns si rompe una mano dopo un destro particolarmente violento, ma Marvin non si ferma mai. Torna all’angolo con un taglio che zampilla sangue e più ne perde più si infuria. La seconda ripresa è ancora più feroce, una rissa da strada, Hagler all’angolo non ci vede più per il sangue che lo allaga, l’arbitro è perplesso ma lascia continuare. Dopo un minuto della terza e altri 150 pugni scambiati, Richard Steele ferma ancora l’incontro e dice ad Hagler che perde come un rubinetto: ti do solo un altro minuto. Mi basta, ringhia il Pelato. Poi si scatena. Centra il Cobra con una zampata e quello, ridendo fa un giro su se stesso, Hagler lo insegue come una preda, gli scarica addosso colpi omicidi e l’altro s’affloscia: neppure l’arbitro riesce a rialzarlo, gli occhi sono vacui, il Cobra non ride più, il Cobra si è squagliato come un dipinto sotto una tempesta.
Impressionante, ma mai quanto si vedrà un anno dopo contro John Mugabi, ugandese, soprannominato “the Beast”, la Bestia e basta il curriculum a spiegare tutto: 26 incontri, 26 Ko. Sarà un match epocale, in particolare la sesta ripresa, al di là di ogni definizione. Da bordo ring, il nostro Rino Tommasi urla: “Non ho mai visto un incontro di questa violenza negli ultimi 20 anni!”. All’undicesima, la bestia stramazza. Ha ricevuto l’ultima scarica letale e le gambe sono di burro. Dopo poco, si ritirerà. Anche lui.
L’ultimo Hurrà per Hagler è anche l’unico che gli resta in gola. Dopo lungo corteggiamento, accetta la sfida dell’ex Campione Sugar Ray Leonard, talentuoso e antipatico, ritiratosi dopo due operazioni alla retina e un lungo viaggio nelle spirali della cocaina. Ray si ispira a Muhammad Ali e infatti lo allena Angelo Dundee, e Angie sa quello che fa. Con la tecnica Sugar Ray riesce a irretire Hagler, che non trova modo di scaricare la sua brutalità, ma, soprattutto, riesce a incantare i giudici che alla fine lo premiano in modo anche discutibile. Marvin non ci crede, è tornato all’incubo del primo incontro con Antuofermo e non smetterà mai di considerarsi derubato. Tutti i suoi sospetti, tutte le paranoie mai sopite, tornano a galla, è così nauseato che decide di ritirarsi; neanche l’offerta di una borsa da 20 milioni di dollari per la rivincita lo smuove. Ma la verità è che non ha più motivazioni, ha solo risentimento, il suo nome è già inciso nell’eternità della boxe e, sì, forse è stato davvero il migliore della sua categoria, anche di Monzon, anche di Leonard che pure l’ha sconfitto, forse, chissà, persino di Robinson. Oppure no, ma chi se ne frega? Una cosa è certa, e l’ha detta lui: “Ai campioni di oggi avrei staccato la testa dal collo, non sanno soffrire, vogliono tutto pronto”.
Il Meraviglioso esce da pugile integro, intatto nel corpo e nella mente. Ed è per questo che nessuno poteva credere alle agenzie di ieri mattina. La famiglia non dava spiegazioni, si sapeva solo che era morto ed era assurdo. Poche ore dopo, l’indiscrezione: si era sottoposto al vaccino AntiCovid. Difficile trarne conclusioni assolute, ma una domanda non si può scampare: se questa pozione ha saputo stroncare un superuomo come Hagler, uno che poteva ammazzare un peso massimo, che diavolo ci hanno messo dentro? Meraviglioso per sempre, tutti dieci sulla sua pagella: forza, potenza, resistenza, tecnica – poteva boxare in entrambe le guardie, spesso passava dalla destra alla sinistra disorientando l’avversario. La bara dovrebbero fargliela a forma di guantone, perché se c’è uno che ha diritto di riposare per l’eternità nel paradiso della boxe, beh, questo è Marvin Hagler, il Meraviglioso

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