Mattarella ricorda Aldo Moro e le vittime del terrorismo

Ieri 9 maggio il presidente Mattarella è andato come tutti gli anni e tutti i presidenti a depositare la corona di fiori in via Caetani, poi, come i predecessori, ha scandito: “Il terrorismo l’ha sconfitto la democrazia”. Sono le formule che piace pronunciare e piace ascoltare ma la verità è diversa e Mattarella la conosce: il terrorismo lo ha sconfitto il generale Dalla Chiesa una volta che lo Stato gli ha lasciato pieni poteri, avendo capito che le sue strategie della tensione incrociata, nera e rossa, gli stavano sfuggendo di mano e rischiava di non controllarle più. Dalla Chiesa in tre mesi risolse dieci anni di indecisioni: con un nucleo di uomini pescati da tutti i corpi, che riferivano solo a lui, fece terra bruciata ai terroristi censendo i covi e facendoli saltare uno dopo l’altro; nemmeno 5 mesi dopo via Caetani, arriva a quello, strategico, di via Monte Nevoso a Milano, zona Lambrate, strategico perché vi si custodiva, in copia, il memoriale Moro, sequestrato e passato a Andreotti prima che alla magistratura, che lo riceveva purgato. Dodici anni dopo, nel 1990, una casualità avrebbe fatto emergere in quel piano rialzato nuove versioni, nuove rivelazioni tra le quali quella, dirompente ma censurata dai brigatisti, di Gladio, la struttura clandestina in funzione anticomunista. Ormai si poteva sapere. Dalla Chiesa era già morto da un pezzo, nel 1982 lo Stato, per servizi resi, lo andrebbe mandato a farsi ammazzare dalla mafia dopo averlo totalmente isolato. E Dalla Chiesa lo sapeva e lo diceva a Giorgio Bocca che ne raccoglieva l’ultima intervista.
La democrazia insidiata dal terrorismo salvata dalla democrazia? Quale? Quella dei partiti in combutta con la loggia P2 di Licio Gelli? Quella del ministro Cossiga impotente per tutti e 55 i giorni del sequestro, con i trecentomila fra carabinieri, poliziotti e finanzieri che giravano a vuoto? A quarantatre anni da via Fani, da via Caetani siamo ancora alle corone di fiori ma non si sa perché sia morto Aldo Moro, nessuno sa spiegarlo in maniera esaustiva e meno di tutti i presunti macellai, ancora arroganti, decrepiti ma tronfi e torbidi come sempre, come chi sa che gli conviene così. Intanto i testimoni spirano uno dopo l’altro portandosi in tomba i segreti che contano; intanto le commissioni d’inchiesta si susseguono e qualcosa fanno, ma un po’ alla maniera di Diogene che col lanternino cercava l’uomo. E a volte lo cercano per non trovarlo.
Dove sta il memoriale vero, il manoscritto di Moro? È vero che riposa conservati nel caveau di una banca svizzera, come qualcosa che vale più dei lingotti, dei titoli? Dove stanno le svariate prigioni dell’ostaggio a parte quella, leggendaria, di via Montalcini? Lungo il litorale di Marina di Palidoro, a Fiumicino? Dalle parti del Ghetto, vicino a dove la R4 col suo cadavere fu ritrovata? Chi lo fece fuori, e dove, e quando, e come? Quanti furono a prender parte al raid di via Fani? Da nove divennero quattordici, poi venti, poi, considerate le sentinelle d’appoggio, ancor di più ma più si scava e meno si sa quanti. Alcuni sono stati fatti filare al sicuro, in Nicaragua, anche tramite prelati come il famoso Abbè Pierre. Quale il ruolo di Gladio, degli apparati Nato, della falsa scuola di lingue francese Hyperion, centro di raccolta sia di terrorismi che di nuclei di spionaggio internazionali, dei viaggi di Mario Moretti avanti e indietro da Parigi e tante, tante altre stranezze che nel 2018 hanno spinto il presidente della sesta e per ora ultima Commissione Parlamentare, Giuseppe Fioroni, a parlare di “storia da riscrivere in molti suoi capitoli”?
Ma la commissione è stata attaccata dal maggiore esperto del caso Moro, Sergio Flamigni, che l’ha definita omertosa e lacunosa in più punti e, a 96 anni, non si stanca di scrivere libri che lo dimostrano. Già il memoriale Morucci-Faranda è una collezione di balle terroristiche confezionate ai fini di una verità di Stato, e ha richiesto un paio di volumi per metterle in fila. Tre anni fa fece scalpore l’interrogatorio, a lungo rinviato, di don Antonello Mennini, ipotizzato tramite fra il Vaticano e il prigioniero Moro col benestare dei brigatisti: fu una convocazione-farsa, “non mi ricordo, non ho niente da dire” e l’oblio tornò a richiudere la faccenda. Siamo a 43 anni, 5 processi, due dei quali unificati, 6 commissioni parlamentari d’inchiesta, un labirinto di sentenze, di ipotesi, di depistaggi e ancora si predica che il terrorismo “l’ha sconfitto la democrazia”. Se così è, è stata una democrazia molto distratta, molto compromessa con chi voleva cancellarla.
L’apparente assurdità della vicenda più traumatizzante della storia repubblicana sta nelle parole di Moro stesso, sorta di lugubre eredità che ancora grida disperata: “Ora improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l’ordine di esecuzione”, scrive nell’ultima lettera alla moglie in cui non si capacita, da uomo intelligente ha capito che l’annunciata liberazione s’è d’un tratto ritorta in una annunciata esecuzione. Perché? Cosa era successo? Dopo cinquantacinque giorni nei quali si vedeva di tutto, falsi comunicati, falsi annunci della morte dell’ostaggio “mediante suicidio”, false sedute spiritiche, maneggi della massoneria piduista e della Banda della Magliana, covi platealmente scoperchiati, messaggi clamorosi, contraddizioni dei brigatisti che passano con disinvoltura da un comunicato in cui si ribadisce che “nulla verrà tenuto nascosto al popolo” alla affermazione impune secondo cui “il prigioniero non ha rivelato cose di cui il popolo non fosse già al corrente”. E invece ha appena parlato di Gladio, del ruolo di Cossiga e di Andreotti, di retroscena democristiani potenzialmente esplosivi, censurati dai carcerieri e poi fatti sparire anche dai reperti.
Torniamo a Flamigni e al suo lavoro. In trentacinque anni ha demolito una dopo l’altra le mille false verità concordate fra Stato ed eversione: sul numero dei partecipanti all’operazione di via Fani, sulle dinamiche della strage, sulle auto parcheggiate nel luogo dell’agguato, in modo strategico, tutte appartenenti ai servizi segreti così come la gran parte dei covi, su tutti quello di via Gradoli che ospitava il capo Moretti e la fidanzata Balzerani; sul ruolo e l’identità dei carcerieri di Moro, sulle circostanze della prigionia, sulle omissioni e le compromissioni di Stato, sui memoriali di comodo come quello, citato, di Morucci, emblematico di una storia che a tutti i costi non si vuole risolvere. Documento dalla gestazione torbida, scritto insieme al giornalista della destra DC Remigio Cavedon, veicolato da una religiosa carceraria, suor Teresilla Barillà, con funzioni di raccordo tra brigatisti detenuti e settori della Democrazia Cristiana, fino al presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Secondo Flamigni, il memoriale (architrave della sentenza-ordinanza del giudice Rosario Priore in esito del processo Moro-quater) s’incarica di offrire una ricostruzione addomesticata sul caso Moro, così da accelerare il corso dell’amnistia di fatto per i brigatisti coinvolti, che difatti otterranno i rispettivi vantaggi, non solo in termini di liberazione precoce ma anche di reinserimento sociale e addirittura di notorietà mediatica remunerata. Come diceva il giornalista-spione Mino Pecorelli prima d’essere a sua volta fatto fuori, alla vigilia di nuove dirompenti rivelazioni: “verrà un’amnistia a tutto lavare, tutto obliare”. E che sia “una versione che fa acqua da tutte le parti”, quella ufficiale o meglio ufficializzata, non lo dice solo Flamigni, lo dicono i brigatisti come Raimondo Etro, che, quando parla di Moretti, lo indica così: “Il cosiddetto capo Mario Moretti”.
Dopo decenni di mitizzazione del covo di via Montalcini, appare sempre più chiaro che fu uno solo e non il più importante della reclusione di Moro; che la prima prigione verosimilmente stava in via Massimi, alla Balduina, vicino al luogo del rapimento, una palazzina con entrata secondaria, garage per nascondere il veicolo con lo statista, appartenente al Vaticano, frequentata da cardinali. Niente a che spartire con l’astruso tragitto riferito dai terroristi che lo avevano sequestrato in via Fani. Dove andò in scena un’azione militarmente sofisticatissima, micidiale, improbabile da un pugno di scalzacani come Morucci, Gallinari, Bonisoli e Fiore, con la regia di Moretti e la copertura di Loiacono e Casimirri, entrambi fatti fuggire dall’Italia ad opera dei Servizi. In via Fani c’era una folla in parte incomprensibile agli stessi brigatisti, c’erano mezzi, una moto con un autista e un passeggero che scarica una raffica di mitra contro uno che non c’entra niente, mancandolo per un soffio; c’era un benzinaio esperto di armi da fuoco, un fotografo i cui rullini si perdono, ci sono tecnici della Sip controllata dalla P2, c’è un colonnello dei Servizi, Camillo Guglielmi, che è lì perché doveva “andare a pranzo da un amico”. Alle 9 di mattina.
Ci sono macchine che ostruiscono le manovre e consentono l’agguato, veicoli che spariscono e li ritrovano poche ore dopo in via Licino Calvo, lungo la strada di fuga dei terroristi. Intanto, si brindava. Oggi non piace ricordarlo, ma quel 16 marzo e poi quel 9 maggio del 1978 e per tutti i due mesi circa del sequestro fu un continuo tripudio nelle fabbriche, nelle scuole e nelle università, nei salotti, nelle redazioni. Tutti invasi “da una insana e febbrile eccitazione”, come ricorderà Nando Dalla Chiesa, figlio del generale: esaltati, infami ma minoranze: l’insurrezione popolare sulla quale contano le BR, e forse non solo loro, non arriva. Ma chi, sano di mente, poteva aspettarsi la rivoluzione con Moro prigioniero? La rivoluzione non venne e arrivò la restaurazione, lo Stato o meglio lo status quo trasse partito dalla crisi interna delle BR; cominciava poi il lungo, inesorabile declino della prima repubblica, destinata a naufragare 15 anni dopo per decomposizione interna e conseguente via giudiziaria, non del tutto limpida. Ma partì tutto dalla fine di Moro, il cui congedo è atrocemente profetico: “Il mio sangue ricadrà su di voi”. Voleva dire voi politici, voi consociativismo, sistema che mi ha sacrificato sull’altare della convenienza. Cioè sapeva che dietro i rivoluzionari c’era la restaurazione. Ma a dire che il terrorismo l’ha sconfitto la democrazia non si sbaglia mai, anche se è dire tutto per dire niente.

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