Matteo Salvini, il retroscena sulla crisi: né camerieri, né sberle. Così è caduto Draghi

Francesco Specchia

Nel giorno più lungo del governo più corto (meno ancora di quello di Mario Monti), lo stato d’animo della Lega sta nella fotografia plastica dello Stato maggiore del partito conficcato, silente, negli scranni senatoriali. È una mattina livida e accalorata. Draghi, dabbasso, dopo aver scandito il suo discorso per un «nuovo patto di unità nazionale», abbraccia il ministro Giorgetti. Si levano al cielo gli applausi da tre quarti del Palamento. Tranne che dal M5S e dalla Lega: Salvini è una statua di sale, ha gli occhi bassi come quelli del capogruppo Romeo, di Roberto Calderoli che veste perfino in grigio, e del misconosciuto senatore Candiani da Busto Arsizio. Il quale, poco dopo, sostituirà il Capitano in una sorta di “discorso della mannaia” che fa decollare definitivamente il premier. Laddove per “decollare” s’ intende staccare la capoccia di netto al governo. La foto dei leghisti per certi versi è il preludio delle tempesta.

I DISCORSI DURI Dopo il discorso di Draghi, in effetti, nell’assemblea convocata subito dopo dal segretario Matteo Salvini – con i ministri, sottosegretari e senatori leghisti riuniti nella sala Kock di Palazzo Madama – erano emerse parecchie perplessità sul discorso del presidente del Consiglio, definito «poco convincente». Salvini aveva parlato delle necessità di un «centrodestra unito per il bene del Paese» e si era confrontato a più riprese con Silvio Berlusconi. E il discorso del solitamente istituzionale Massimiliano Romeo, appunto, prelude al peggio: «Il secondo scenario possibile, se non si verificassero gli scenari forti che ho appena raccontato, sarebbe quello che qualche analista ha messo in evidenza ricordando il precedente Ciampi: Mattarella può sciogliere le Camere, respingere le sue dimissioni, lei resterebbe con pieni poteri e completerebbe il Pnrr e la legge di bilancio per mettere in sicurezza Paese e consegnare la parola agli italiani. La scelta è a lei». Il capogruppo della Lega a Palazzo Madama parla a fiume nell’emiciclo; solleva su Draghi la velata accusa di aver preferito il Pd e la costruzione del “campo largo” tra Conte e Letta; e lo ritiene altresì troppo “tiepido” nei riguardi del reddito di cittadinanza (ma Draghi ribatterà: «È una cosa buona se funziona, ma se non funziona è cattiva…»). E si sbraccia, Romeo, accanto a un Calderoli dal sorriso tagliente. Calderoli è l’uomo-simbolo del Carroccio che aveva proposto una risoluzione impostata in modo da obbligare il premier a un “Draghi bis” ma senza i 5 Stelle e con ministri diversi. Richiesta per il premier irricevibile.
Risoluzione bocciata.
 

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ALZATA DI TONI Infine, Romeo alza il tono, intervenendo dopo aver ribadito la necessità di un «nuovo governo e una nuova maggioranza» per superare la crisi. Draghi concede qualcosa al Carroccio: un riferimento corposo al caro-energia e uno all’autonomia differenziata. Ma resta, al contempo, implacabile – come da piano di governo – sul Ddl concorrenza, sui taxi, sul catasto e sulle concessioni balneari, tutti cavalli di battaglia di Salvini. Draghi tira dritto, ha le braccia incrociate, prende appunti, poi esce dall’aula. Dopodichè, rientra e ribatte ai senatori colpo su colpo, chiedendo la fiducia sulla risoluzione Casini, la più breve delle storia: «Udite le comunicazioni del premier, le approva». Solo che nella Lega – a parte forse, Giorgetti- la risoluzione non l’approva nessuno. Eppoi, alle 19, ecco stagliarsi la figura corpulenta del Candiani, appunto, il supplente. Il quale annuncia che la Lega non parteciperà al voto. Candiani aggiunge una frecciatina al cianuro che è una captatio benevolentiae verso le categorie produttive dei propri elettori: «Dispiace che nella sua replica (a Draghi, ndr), non abbia trovato spazio per le partita Iva, per i commercianti chiusi per due anni, per le imprese con costo del lavoro troppo alto e per i taxisti che non sono quelle canaglie descritte nel suo intervento». Draghi si allontana. Un’altra palata di fango, nel delirio generale, è onestamente troppa.
 

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UNITI IN COALIZIONE Fuori, lo spread Btp-Bund risale pericolosamente sopra i 202 punti base. Le cancellerie d’Europa sono sconcertate. Peggiora anche Piazza Affari, con il il Ftse Mib in calo dell’0,9%. Finisce che la Lega diserta il voto e la fiducia si ferma a 95 sì. L’unico commento di Salvini è: «Draghi vittima del Pd e 5 Stelle»; e svicola ogni domanda sul Papeete bis. Ora, aldilà di come la si pensi, il leader del Carroccio ha applicato, nella gestione della crisi, una strategia completamente diversa rispetto a quella adottata per la crisi del Quirinale. Lì dichiarò a raffica e venne sistematicamente smentito dai fatti e dagli alleati. Qui s’ è chiuso in un silenzio raro, per lui. E nelle segrete stanze della coalizione è riuscito a tenere insieme Lega, FI e perfino Fratelli d’Italia, che ha ottenuto le urne subito. Nessuna grande perdita per ora (se non Gelmini) e l’idea di una falange unita, be’, fanno dimenticare la metafora del cerino acceso in mano alla Lega. Cerino che s’ è spento, ma certo non è stata solo a causa del Carroccio. Se poi questo sarà un bene per gli italiani, lo sanno solo gli dei. «Ora inizia la campagna elettorale», dice Matteo a i suoi. Onestamente, si pensava fosse iniziata da un pezzo….

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