Meloni, Letta e Salvini, sorrisi tra i leader a tavola a Rimini: poi Cl acclama Giorgia

«Amore guarda, c’è Giorgia. Guarda quant’è piccolina». Con in braccio la figlioletta una mamma quasi urla mentre si avvicina al cordone di sicurezza che sta accompagnando Meloni in giro per la fiera. La “piccolina” però non la sente. Giganteggia tra i padiglioni che ospitano il meeting di Rimini subito dopo aver dominato il palco del confronto con gli altri leader. Sorridono tutti i volontari che si immolano a portarla in giro beccandosi gli spintoni dei camera men. «Ma il recinto non era obbligatorio» se la ride tenendosi alla larga il braccio destro e cognato Francesco Lollobrigida. 

I CORI
A sorridere sono in tanti. Tutti. Meloni arrossisce ad ogni coro «Giorgia-Giorgia-Giorgia» che i visitatori scandiscono spontaneamente. A tratti la leader forzista sembra frastornata. È il suo primo Meeting in presenza e non si aspettava questa accoglienza. Attorno a lei succedono cose. Giovanni, riminese, «70 anni circa», insegue il corteo per consegnare un plico. Una busta gialla con scritto in blu, a penna e in stampatello, “Per Giorgia”, «che è come se fosse una di famiglia». Cosa le ha portato? «Un regalo per lei e una speranza per me» dice. Enigmatico. «Ha chiesto la grazia» commenta cinico un altro curioso del codazzo strizzando l’occhio allo stand di Radio Maria a due passi. 

Del resto il confronto a liste chiuse con Enrico Letta, Matteo Salvini, Luigi Di Maio, Ettore Rosato, Maurizio Lupi e Antonio Tajani sarebbe dovuto essere il battesimo di questa campagna elettorale, ma l’aria è più quella di un’incoronazione. Ed è già chiaro quando, sul palco, Meloni viene accolta dal pubblico di Comunione e liberazione con applausi fragorosi e i consueti cori. Un benvenuto riservato solo a chi in casa ci gioca davvero, Lupi e Giorgio Vittadini, fondatore della Fondazione per la sussidarietà. Sono eloquenti infatti i volti di Letta, Di Maio e Rosato che fino ad un attimo prima apparivano rilassati – tutti insieme – al bar per concordare temi e regole di ingaggio (foto su cui Letta sarà costretto a dare spiegazioni sui social). I tre capiscono subito che non sarà una passeggiata. È come giocare fuori casa. 

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Le due ore di dibattito, ritmati da risposte di massimo 4 minuti (e sistematicamente sforati da Meloni che sbircia sull’agenda più degli altri), lo confermeranno. Al ministro fondatore di Impegno civico l’unico «bravo» che viene tributato arriva quando ammette il parziale fallimento del reddito di cittadinanza. «Ecco bravo, vergognati» ruggisce la sala. Rosato invece non è un animale da comizio. Chissà cosa sarebbe accaduto con Renzi. Per il presidente di Iv la platea si entusiasma solo quando parla di lavoro. «Il vero pericolo non è il salario minimo basso è il lavoro nero che c’è al Nord e al Sud». I romagnoli apprezzano. Salvini è più a suo agio degli altri. Non nega un selfie a nessuno. Niente giacca, camicia bianca sbottonata e crocefisso di legno ben in vista. Il Papeete è a meno di 30 chilometri. «Certo che è invecchiato» commenta una signora in un sobrio vestito giallo fluo che ha deciso di occupare le due sedie accanto a lei «allungando le gambe». «Ha la barba bianca» aggiunge. E lui il ruolo da padre di famiglia lo cavalca davvero. «Per me la droga è morte – arringa – I ragazzi possono divertirsi senza abusi e devianze. Magari il 16enne non mi vota ora, ma tra qualche anno mi darà ragione». Quella della famiglia a Rimini è una carta vincente, quasi quanto parlare di scuole paritarie. Tajani unisce i puntini. «Serve un bonus, troppe scuole non statali stanno chiudendo perché strangolate da una politica a loro contraria». E ancora «Mia figlia insegna. Viene pagata 900 euro al mese, si chiede perché non dovrebbe restare a casa a prendere i 780 euro del reddito di cittadinanza». La signora in giallo apprezza. «Tajani sa parlare» dice convinta. 

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GLI UMORI
Gli umori più neri sono una quasi esclusiva di Letta. Che prima chiacchiera con Meloni amichevolmente – coprendosi la bocca per nascondere il labiale tipo i calciatori – e poi prova ad attaccare. Non gli riesce molto però. Anzi subisce il ritmo incalzante della leader Fi che prima gli risponde «La Francia non mi sembra così impresentabile» quando attacca la riforma del presidenzialismo, strappando le risate della sala. E poi, ancora, «Per me lo sport fa bene, tu non sarai d’accordo ma io la penso così…». Letta fatica. Fa notare che il suo è l’unico partito che non ha il nome del leader nel simbolo. «E che mi frega» si sente tra i ciellini. Il segretario dem parla di contenuti e sciorina le proposte del programma. L’apice lo tocca quando propone di «eliminare tirocini e stage gratuiti. Il primo lavoro va pagato». Nessuno gli nega l’applauso. Tregua. Dura poco però, perché il leader si becca una piccola contestazione quando propone di estendere l’obbligatorietà della scuola da quella dell’infanzia «fino alla maturità». Il pubblico non gradisce. Dallo stesso punto della sala da cui partono gli applausi per «Giorgia» si sente «i giovani devono andare a lavorare». «Certo che beccarci i “buuu” al primo confronto non è il massimo» sospirano nello staff del Segretario. 

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Nel tutti contro tutti del Meeting, quello di Meloni è un uno a zero abbastanza evidente tra i presenti. Inciampa solo quando parla di scuola. «È diventata una macchina della disuguaglianza» dice provando a citare un libro di Luca Ricolfi e Paola Mastrocola. «L’ho letto ma non mi ricordo il titolo…» spiega allora intimidita. «Bocciata!» commentano. Ma anche quando verso la fine delle due ore il pubblico ha preso ad andare via e la sala è dimezzata la sensazione che «è già fatta» non cambia. «Io voto Giorgia perché le piace Tolkien» spiega uscendo una ragazza all’amica che le sta accanto. «Veramente?» attacca l’altra, stupita. «Eh sì, a settembre inizia pure la serie su Amazon» ribatte. «Allora la voto pure io».
 

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