Miseria della sociologia politica e miseria della politica

Miseria della sociologia politica e miseria della politica

Parafrasando il famoso duello tra Marx e Proudhon sulla ‘filosofia della miseria’ e sulla ‘miseria della filosofia’, ci viene da dire ‘miseria della sociologia politica’.

Domenico De Masi – l’illustre sociologo aspirante alla guida ideologica di quel manipolo di apriscatole parlamentari 5 stelle e autore di ricerche sociologiche tutte celebri per le scivolate d’ala che presentano come verità assolute i frutti della sua fervida fantasia – pare che abbia scambiato le battute del comico ‘garante’ dei 5S con il suo vecchio desiderio di mettere in crisi il governo Draghi, da lui mai accettato. Approfittando di un giornale scandalistico e scandalosamente fazioso, De Masi ha messo in giro la barzelletta secondo la quale Grillo gli avrebbe confidato le pressioni del premier Draghi per chiedere la rimozione di Conte dalla presidenza del Movimento.

Draghi ha smentito; Grillo non ha confermato.

Oddio, tutto è possibile, anche che Draghi non dica la verità sulle telefonate o sui messaggi con Grillo; è vero che Draghi ogni tanto si lascia andare e, preso da ‘ansia da prestazione’, cerca di adeguarsi a linguaggi e comportamenti dei politicanti, ma personalmente dubito che lo ‘sfingeo’ Presidente del Consiglio sia stato così imprudente da confidare le sue valutazioni negative su Conte a un barzellettiere come Grillo.

D’altra parte, mai sarebbe potuto sorgere il sospetto che qualcuno potesse chiedere a un capoccia come Grillo di ‘rimuovere’ il capo politico del M5S se questo non fosse nella ridicola condizione di essere un movimento eterodiretto, sia pure dal suo stesso comico creatore e papà-padrone: il sedicente garante, anche comico, si arroga il diritto non solo di fare le nomine ma anche di disconoscere le capacità organizzativa e di leadership politica dei suoi ‘eletti’, come ha fatto dettando per Conte questo splendido epitaffio: «non ha visione politica … non ha capacità manageriale».

Non c’ bisogno di ricordare che, in un partito serio e democratico, i vertici direttivi sono nominati dalla base non da un Grillo ‘parlante’.

Poi a Conte è venuto pure il dubbio che la scissione dei 5S per mano di Di Maio sia stata voluta sempre da Draghi e, forse, da più in alto: infatti, prima che annunciasse il divorzio dal ‘pacifista’ Conte, Di Maio stava seduto sugli scranni del governo in Senato a scambiarsi sorrisini con il suo presunto mentore e, subito dopo e prima di annunciare la scissione, è salito al Colle più alto per far sapere che alea iacta est.

E ciò è molto più sospetto.

Come mai, in questa occasione, Mattarella ha ricevuto Di Maio? Forse perché continua a sentirsi il demiurgo saggio, o il burattinaio, di questo spettacolo umiliante offerto dalla politica italiana?

Siccome siamo un Paese che di scissioni partitiche ne ha viste tante, sappiamo bene che, fino ad ora, il Presidente della Repubblica (o il re, ai tempi della scissione di Livorno) non è stato mai informato anticipatamente delle intenzioni degli scissionisti.

Al Colle poi è salito pure Conte che ha chiesto al Presidente conto e ragione delle ipotizzate ‘interferenze’ di Draghi negli affari grillini. Certo, se c’è stata, una tale interferenza sarebbe piuttosto grave; tant’è che, nonostante le smentite, il buon avvocato Conte ha sfidato il presidente del consiglio, sostenendo di avere in mano le prove del misfatto: gli ‘screenshot’ degli sms che il Presidente del Consiglio avrebbe indirizzato a Grillo chiedendo la testa del cosiddetto capo politico dei 5S.

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Ma se ha queste prove, come le ha avute? Qualcuno ha pure avanzato l’ipotesi che ci sia stato lo zampino dei vecchi amici di Conte nei servizi segreti, che l’ex presidente del consiglio ha diretto da par suo; quale che sia la verità, dobbiamo dire che l’intercettazione del telefono di Draghi da parte di Conte sarebbe gravissima.

Il duello rusticano doveva avere luogo lunedì 4 luglio alle ore 16: nel pomeriggio di fuoco i contendenti sarebbero stati armati dei rispettivi cellulari. Poi, la tragedia della Marmolada, li ha costretti a rinviarlo di due giorni, sempre con le stesse armi ma a Conte è stata concessa l’arma supplementare di un ‘papello’ calibro 7 (pagine) con le richieste irrinunciabili dei 5S: negoziati per la pace in Ucraina (il governo dovrebbe farsi promotore di iniziative diplomatiche che portino alla fine del conflitto); salario minimo; superbonus edilizio, reddito di cittadinanza; stop al termovalorizzatore di Roma; sto alle nuove trivellazioni di gas; etc..  Ah, dimenticavo il famoso cashback!

Come si vede tutte questioni di ‘alta politica’ e tutte risolte: “vedremo, vedrò, si vedrà” è stata la serafica risposta del Draghi ‘desnudo’.

La sfida si è ridotta a far presente a Draghi il ‘disagio politico’ dei 5S e alla richiesta di  ‘discontinuità’ nell’azione di governo: ma gli ‘screenshot’ sono rimasti i canna, Conte non ha sparato un colpo: almeno Casalino non si è esibito con i suoi comunicati e Travaglio se l’è cavata con una ‘bugia’ – la cui eleganza spetta ai lettori giudicare – sui «mejo opinionisti del bigoncio» che si aspettavano un Conte avventurista che avrebbe portato a Draghi solo «un foglietto con scritto ‘suca’ o ‘ciaone’ come fecero i due Matteo rovesciando il Conte 1 e il Conte 2 senza spiegare il motivo (anche perché non ce n’era). E sono rimasti delusi quando ha consegnato un corposo documento che impedisce loro (ma non c’è limite alla demenza) di evocare il ‘nuovo Papeete’».

Le prove del pettegolezzo Draghi-grilliano restano nella coscienza di De Masi. Spetta infatti a lui dirci la verità; ne va della sua credibilità non solo politica ma anche scientifica.

Insomma, un ultimatum con riserva di non farne niente, cioè lo stesso atteggiamento che Il Conte ‘leader’ ha tenuto per la questione delle armi all’Ucraina: ha minacciato lo stop alle armi e al governo, ha subito la scissione di Di Maio e, poi, ha votato per il mantenimento del decreto che ne aveva autorizzato la fornitura. Infatti, il giorno dopo, la Camera, compresi i contiani, ha votato la fiducia al governo sul decreto ‘aiuti’ facendo così decadere l’emendamento che i essi stessi avevano presentato per mantenere le misure di cui al ‘papello’.

Conte si riserva l’ultimo colpo ai tempi ragionevoli che, con un eloquio ingarbugliato da azzeccagarbugli, ha lasciato a Draghi per cambiare politica: «Ci aspettiamo risposte convincenti dal governo entro luglio sui temi che abbiamo posto. Chiediamo chiarezza. Basta ricatti, basta cambiali in bianco. Ovviamente le urgenze che abbiamo posto non sono urgenze che richiedono una pronta risposta. A noi non serve una pronta risposta, occorre però una risposta in tempi ragionevoli. Nessuno può pensare che ci sia un rinvio a dopo l’estate, diciamo che in questo mese o nei prossimi giorni andrà chiarita qual è la disponibilità del premier Draghi e del governo a lavorare con noi».

Vedremo; tra qualche settimana, in Senato se Draghi riuscirà a convincere gli altri suoi alleati a lanciare a Conte una ciambella di salvataggio per il suo Movimento. Ma non credo che ci sia qualcuno cui convenga tenerlo a galla; nemmeno al PD che, anziché costruire il fantomatico ‘campo largo’, forse preferirà tentare di prendersi i voti che furono dei 5S.

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Quella che sembra una mossa astuta di Conte, che prevede ma rinvia l’uscita dal governo, l’appoggio esterno e il bombardamento continuo contro di esso fino alle elezioni, nella speranza di recuperare consensi con lo scatenamento di una campagna demagogica su temi come reddito di cittadinanza o la transizione verde (senza dimenticare l’Ucraina), è, in realtà, una mina vagante per il governo.

Sarebbe quindi da folli assoggettare il governo alle pressioni/ricatto di un Conte passato dal cavourismo al garibaldinismo (si fa per dire): bisogna andare subito alle elezioni e nessuno venga a dirci che l’emergenza della ‘guerra alle porte’ non lo permette: diciamo la verità, Draghi ha fatto bene ad annunciare che si dimetterebbe subito nel caso in cui i 5S di Conte si ritirassero dal governo rifugiandosi nell’appoggio esterno. Ma, nel merito, l’utilità politica della loro presenza nel governo è solo quella del paravento sia per coprire il governo dagli attacchi masnadieri – ma solo fino a un certo punto perché Travaglio e De Masi ne sono la prova contraria – sia per coprire la natura di questo ennesimo ‘governo del Presidente’ con la partecipazione del partito di maggioranza relativa in Parlamento. Ma Draghi ha pure detto una bugia grossa quanto una casa quando ha mentito sull’importante e decisivo sostegno al governo dato dai grillini e dal loro ‘capo politico’ – Conte – anche se, a sua scusante, si potrebbe pensare che egli sia stato orientato dall’autorità di un grande pensatore della politica, Eugenio Scalfari, che, qualche anno fa, aveva riconosciuto i grandi meriti del Conte di Volturara Appula designandolo quale degno erede del Conte di Cavour.

Draghi e PD, all’unisono, minacciano le elezioni nel caso in cui i 5S si ritirassero dal governo: ma è solo un’ammuina. Infatti il PD, dopo aver impedito per anni il ricorso alle elezioni e avendo contribuito a prosciugare i serbatoio di voti dei 5S, forse ora si sente elettoralmente più al sicuro, ma non si avventurerà nella terra inesplorata dell’umore degli elettori fino a quando il PD non riuscirà a cambiare a suo vantaggio la legge elettorale e a sistemare i propri affari con le numerose nomine negli enti pubblici che dovranno essere fatte – già si è servito un buon antipasto con la nomina di un certo Bernardo Mattarella a capo di Invitalia, il posto che fu del famoso Arcuri: di bene in meglio. Anche il buon Di Maio, che teme di non essere pronto a concorrere a elezioni anticipate e di non poter ricavare alcun beneficio dalla sua pugnalata edipica al padre-padrone, ci avverte che il voto anticipato ci porterebbe sull’orlo del baratro. Lo vorremmo rassicurare, nel senso cioè che il baratro lo potremmo evitare giusto con le elezioni immediate – cioè restituendo finalmente al popolo il suo scettro, di cui da troppo tempo è stato privato.

Purtroppo, anche questa svolta, non avremo le elezioni e saranno accampate le solite emergenze. Ancora una volt, quindi saremo costretti a invidiare la Gran Bretagna – che è la più impegnata nella difesa dell’Ucraina – dove il goliardico Johnson ha dovuto dimettersi da leader del suo partito per avere voluto quale deputy chief whip (la famosa ‘frusta’ del British Parliament) un suo amico gay che faceva in giro qualche proposta indecente (e poi si parla di gay pride!) non dunque per problemi così grossi come la guerra: nell’ottobre prossimo, Johnson si dimetterà da primo ministro mettendo così in moto la breve procedura elettorale che, in 30 giorni, porterà alla formazione del nuovo Parlamento e del governo.

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Quando Draghi dice che «decide solo Mattarella» non ci sentiamo per niente rassicurati e, quando Provenzano aggiunge che «la destra vuole le urne: perché farle un regalo?», ci vediamo riprecipitati contro il vecchio spauracchio del baratro, lo spaventapasseri che, da sempre, il PD usa per ‘guardare’ il suo ‘campo largo’.

Questa vicenda ci spinge ancora una volta a chiedere se sia stato veramente saggio formare un governo di tal fatta, annunciato con la famosa excusatio non petita che Mattarella, contrito, ci ha propinato nel gennaio 2021: «sarebbero necessarie le elezioni ma non si può; purtroppo, la pandemia, il PNRR, etc., lo vietano sicché ho dovuto convocare Draghi per domattina alle 11, per formare un governo di ‘alto profilo’».

Infatti, c’è sempre da meditare sulla saggezza di chi ha guidato dal 2018 in poi la composizione dei governi – tutti nati dal rifiuto di ricorrere a nuove elezioni – che potremmo definire una ‘miscela esplosiva’ stante l’acclarata incompatibilità tra le forze politiche che si sono succedute nei vari pastrocchi messi in campo.

Forse ora, dopo i danni che sono stati rivelati dalla massiccia astensione dal voto nelle elezioni amministrative di giugno, qualcuno che ha accampato tutte le emergenze possibili e immaginabili per non concedere elezioni anticipate, dovrebbe passarsi la mano sulla coscienza e capire, finalmente, che in democrazia il ‘sovrano’ è il popolo.

I danni che può fare il popolo con le sue scelte elettorali sono sempre minori rispetto a quelli prodotti da una scelta infelice, necessariamente di parte, quale quella di imporre un governo cosiddetto del ‘presidente’. La nostra Costituzione, checché ne dicano i ‘costituzionalisti’, non prevede un siffatto ‘monstrum’: per quanto meraviglioso possa essere, esso è frutto di una involuzione autoritaria. Se si mettono in fila gli avvenimenti degli ultimi 10 anni, dalla rielezione di Napolitano a quella di Mattarella, passando per la formazione di tutti i governi di questo periodo – da Monti a Letta, da Renzi a Gentiloni, da Conte 1 a Conte 2 e a Draghi – la linea a-democratica che si diparte dal defenestramento di Berlusconi è continua e sempre più marcata.

La stessa ventata elettorale – ‘rivoluzionaria’ – dei 5S è stata in gran parte causata dalla scomposta reazione della sinistra italiana contro Berlusconi. Il quale poteva avere interessi e programmi che non ci piacciono ma, certamente, era stato eletto; dai girotondi e dal «se non ora quando», ai processi celebrati in odore di ‘persecuzione politica’, l’interesse degli antagonisti del ‘cavaliere’ a riconquistare il potere con qualunque mezzo, soprattutto delegittimandolo, è stato molto più forte del sentimento democratico-costituzionale di cui la sinistra pretende di avere il monopolio.

La crisi politica in cui siamo stati precipitati, e della cui gravità ci accorgiamo ora che la guerra incombe sull’Europa e sul mondo, non è che la conseguenza di questi comportamenti. Dobbiamo dire che il prezzo pagato per salvarci dalle emergenze è stato tutto a carico della democrazia; a carico del popolo le cui capacità di autogoverno sono state messe in dubbio, anzi sono state temute.

Miseria della politica!

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