Murgia contro Cecilia e il tempo in cui le donne fanno polemicucce

L’unica domanda da farsi, se si ha abbastanza tempo e il lusso di sprecarlo sui social, è: ma tu sei Norman o sei T.? Quando, per fare un esempio di ieri, il cancellettismo s’indigna perché una candidata è indicata sui volantini elettorali esattamente come vuol essere indicata, tu osservi la polemica come farebbe Norman o come farebbe T.?

Sabato sera mi hanno chiesto una dedica su un libro. Il tizio che mi porgeva la penna per la firma ha detto: «Cristian CR». L’ho guardato come mucca guarda treno. Il mio accompagnatore ha detto: «Ma nel senso di Ronaldo?». Ci ho messo un po’ a capire che mi stava dicendo: scritto senz’acca.

Nel sottoscala della ragione ho pensato che, fosse stato una donna, me l’avrebbe lasciato scrivere sbagliato per poi frignare perché le scrivevo male il nome solo perché era donna, e quindi non meritevole d’identità, di rispetto, di dignità, di conoscenza delle consonanti.

Domenica pomeriggio ho parlato del mio libro al festival della politica di Mestre, presentata da un signore molto gentile. A un certo punto mi sono voltata verso il cartellone, e solo allora – reginetta dello spirito d’osservazione – mi sono accorta che il titolo del festival era «Il potere delle donne». Ho sospirato: è un ottimo momento per approfittarsene, se sei una donna. Il signore molto gentile ha sbarrato gli occhi col terrore che pervade la maggioranza oppressa in questo tempo e ha detto: no ma io non me ne approfitto. Ma lo so, pulcino: me ne approfitto io, ce ne approfittiamo noi.

Più tardi il signore molto gentile mi ha chiesto una dedica, e ormai erano passate due ore da quando me l’avevano presentato, e io non ascolto mai mai mai i nomi della gente che mi presentano, e anche se li ascolto non riesco mai mai mai a ricordarmeli, e quindi ho esitato pensando «Scrivo “A Luca”? Me lo ricorderò giusto?». Ho pensato: che figuraccia se glielo dedico con un altro nome. Poi ho pensato: oh, ma tanto è un uomo, se sbagli nome a un uomo è cafonaggine semplice, mica oppressione aggravata.

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Nel frattempo sull’internet succedeva l’inferno perché Carlo Calenda aveva candidato una tal Cecilia Frielingsdorf, il cui cognome non ho sbagliato solo perché ho utilizzato la comoda funzione copincolla da un suo tweet.

Naturalmente se sbagliate cognome alla Frielingsdorf sulla scheda elettorale, invalidando il voto, non siete voi che andate aiutati: siete voi che andate rieducati dal vostro abietto maschilismo. E quindi è grave lesione delle pari opportunità se la Frielingsdorf – ma che dico la Frielingsdorf: Calenda, mostro di annullamento dell’identità femminile, è stato lui, quel prepotente, giacché si sa che le donne adulte come la Frielingsdorf mica sanno prendere una decisione per sé, sono sempre e comunque vittime del patriarcato – è grave lesione, dicevo, che la Frielingsdorf sulla scheda si sia fatta scrivere solo «Cecilia».

Allo stesso modo sono orridi maschilisti tutti quelli che, pur guardando il mio nome sul mio greenpass, scandiscono comunque «Si accomodi signora Giulia»: certo che anch’io sbaglio i nomi, ma io li sbaglio ai maschi.

Quindi, l’internet ha scatenato l’inferno perché Cecilia non ha dignità di cognome sulle schede, e non importa il suo tweet che qui ricopio: «Gentile Michela Murgia e cari elettori, mi chiamo Cecilia Frielingsdorf. Per semplificare la possibilità di votarmi sono stata iscritta alle liste elettorali come Cecilia Frielingsdorf detta CECILIA. Spero di essere giudicata per le mie idee e non per il mio cognome».

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Poiché la vita è sceneggiatrice, si precipita a redarguirla tal Daniela Gatelli, il cui tweet, a raccontarlo non sembra neanche vero, fa così: «Ma che concetto ha dei suoi elettori, se non riescono nemmeno a ricopiare un cognome? suvvia si presenti seriamente, potrei trovare Cecilia e per semmplificare chiamarla Ceci. Ma le sembra serio Frilingsdorf?». Sì, la sintassi ha dei problemi. Sì, «semplificare» è scritto con due emme. Ma, soprattutto, la signora Gatelli, entelechia dell’opinionismo dell’internet, giudica raccapricciante l’idea che ci si possa sbagliare a trascrivere un cognome in un tweet in cui trascrive sbagliato il cognome della Frielingsdorf.

Ora, Michela Murgia non è d’accordo, e infatti ha proseguito imperterrita la polemica dicendo che «non è rilevante» che alla Frielingsdorf stia bene così. Ora, abbiamo già stabilito che una donna non possa decidere per sé perché siamo delle tapine, ma se una vuole cercare di ottenere più preferenze scognomandosi, sarà suo diritto non venire perciò additata come simbolo del patriarcato?

Quando la Coca Cola smette di chiamare la cola con la vecchia ricetta Classic Coke, perché la clientela è abituata a chiamarla coca-e-basta, è una resa alla dittatura del commercio? Forse sì, ma quelli un prodotto fanno. Se ti candidi, innanzitutto vuoi i voti. O magari vuoi innanzitutto combattere il patriarcato ma ritieni lo farai meglio da eletta.

Non è che se Thandie Newton decide di africanizzare la sua identità pubblica facendosi chiamare Thandiwe, tutte le attrici nere che si tengono il nome americanizzato stiano tradendo la causa: ognuno fa un po’ come gli pare, no?

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Murgia fa l’esempio d’un candidato maschio dal cognome difficile, Scanderebech, che se lo tiene sui manifesti. Sì, ma forse bisogna poi vedere quanti voti prende, e se «Cecilia» funziona di più.

Non so come si chiamasse per intero T., ma so che nel 1915 Somerset Maugham annota nel suo “Taccuino di uno scrittore” (Adelphi) che «Eravamo seduti in un’osteria a Capri, quando Norman è entrato e ci ha detto che T. stava per spararsi. Noi siamo rimasti di sasso. Norman ha detto che quando T. gli aveva comunicato la sua decisione, a lui non era venuto in mente neanche un motivo per dissuaderlo. “Hai intenzione di fare qualcosa?” gli ho domandato. “No”. Ha ordinato una bottiglia di vino e si è seduto in attesa di sentire il colpo di pistola».

E tu, sei un osservatore di polemisti più à la T. o à la Norman?

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