Musa Balde, un ragazzo che andrà in Paradiso avendo già fatto l’Inferno qui da noi

Musa Balde, chi era costui? Nessuno. Non era nessuno. Un fantasma dalla vita mai cominciata, durata lo spazio di un trafiletto sul giornale. Musa Balde era un vuoto a perdere, un pacco della globalizzazione che dalla Guinea l’aveva spedito allo sbando nel mondo finché non era giunto in Italia. Qui si è spento, da solo, in una stanza, con un lenzuolo al collo. Non dite, per favore, prima gli italiani; non dite che i migranti sono tutte vittime. Considerate, se potete, solo l’umanità di un ragazzo di 23 anni che dalla vita, dal mondo, non aveva mai avuto niente. Considerate che attorno al lenzuolo c’è un uomo e sono infiniti gli uomini che non ce la fanno in un mondo che non si accorge di loro. Perché anche nella miseria, anche nella disperazione prevalgono i più forti, i duri, gli spregiudicati. In Calabria in duecento prendevano abusivamente il reddito di cittadinanza grazie ad una filiera maledetta di caf, di uffici, di malfattori più o meno istituzionali che poi si spartivano la truffa. A Torino, nel buio di un centro di permanenza per il rimpatrio, un giovane decideva che era troppo, che poteva finire lì.
Musa Balde era uno degli innumerevoli che chiedono l’elemosina davanti al supermercato, gente che quasi mai è isolata: si aiutano fra loro, come è normale, come è giusto, si telefonano, si dividono lo squallore e, a volte, i giri loschi per sopravvivere, si ritrovano a dormire su pagliericci nel nulla di un degrado, magazzini derelitti, ruderi fatiscenti, stazioni dismesse. Dove capita. Sono in tanti. Lui, si vede che era isolato, forse non accettava tutta quella rovina, forse gli pesava troppo: non era quello che aveva sognato quando si avventurò, o lo catapultarono, allo sbando nel mondo. Chiedeva l’elemosina a Ventimiglia: in tre, due calabresi, un siciliano, pregiudicati, lo hanno riempito di botte, lo hanno umiliato e poi, per salvarsi, hanno mentito: “Ha rubato un cellulare”. Ma Musa non prendeva cellulari, prendeva solo gli spiccioli di chi si fermava a darglieli. Lo raccolgono, pesto, coi lividi in faccia, lo portano in questura a Imperia, lo smistano a Torino al cpr. Gli danno un legale: “Avvocato, io non ce la faccio, non ce la faccio”. Nessuno lo ascolta, nessuno lo visita. Sta in isolamento, sta male di dentro e di fuori. “Non ce la faccio”. La mattina dopo, Musa non c’è più. Ha lasciato il suo corpo pieno di lividi e di fame per terra, strangolato da un lenzuolo. L’anima se n’è andata chissà dove, certo in paradiso perché l’inferno lo aveva già scontato in terra.
Domani, Musa Balde dalla Guinea non sarà mai esistito. Adesso un pm ha aperto un fascicolo, solita trafila, ma per far che? Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, il mondo continua a girare e a triturare come una macina distratta e spietata. Morire in acqua o in una stanza alla fine è lo stesso, è non essere mai stati vivi, è non farcela più. Neanche l’Italia ce la fa più, arrivano e sono troppi per riuscire a seguirli tutti, a capirli, e l’Europa, come sempre, dice: qualcosa faremo, qualcosa decideremo, ci vogliono i tavoli, i trattati, le strategie. I Musa si arrendono, muoiono.
E muoiono per disperazione, per umiliazione, perché ragionano, perché a 23 anni uno può anche decidere che non merita tutto questo, la fame, l’elemosina e poi le botte senza una ragione e la vergogna di essere additato come ladro. I suoi carnefici non rischiano niente, sono gentaglia, li hanno denunciati a piede libero. Hanno massacrato un mendicante e sono a piede libero. Tutto fa acqua in questo Paese che non ce la fa più neanche lui, non riesce a darsi una regolata, non sa organizzarsi, lascia andare tutto allo sfascio, predica questo Paese, spreme di continuo nuove leggi che poi non sa applicare, si riempie la bocca di rispetto, di tutela, si ubriaca di parole ma vede gli ultimi morirgli sotto gli occhi. Musa, non l’ha sentito nessuno, pare. Dal marciapiede insanguinato alla questura, dalla questura al centro di permanenza, dal centro di permanenza al rimpatrio e lui s’è impiccato prima. La depressione urla, ma dentro, e nessuno sente. Nessuno ascolta. “Avvocato, io non ce la faccio”. Morire da solo, a 23 anni, avvolto dal deserto, affidando a un lenzuolo l’ultima fuga, come il delinquente che non si è.

Musa, come in quella canzone di Umberto Tozzi, era uno di quelli che vivono solo nelle gabbie, per quanto scappino, per quanto viaggino allo sbando nel mondo stanno sempre dentro una gabbia e alla fine dicono “fammi un favore Gesù, fa’ questo gancio che regga” e la prima ribellione della vita è anche l’ultima. Perché non è vita e nessuno se ne accorge. Perché certi vengono al mondo solo per pagarla, scontano il fatto di essere ultimi e vedono la vita passare, la vita degli altri che sarà pure grama, sarà infame ma come fai a non invidiarla. Avvocato io non ce la faccio, ma nessuno sente e nessuno piangerà. Un trafiletto in cronaca, e non sei mai esistito.

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